Virtual Ubu

Note di regia & foto

Pubblicato il 20/01/2005 / di / ateatro n. 094 / 0 commenti /
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All’interno del progetto RADIOVISIONI, già articolatosi nella riscrittura del mito di Edipo (BUIO RE_da Edipo a Edipo in radiovisione _ 2003) e su una precisa sezione dell’Amleto shakespeariano (PER ECUBA _Amleto, neutro plurale _ 2004), proponiamo i personaggi “Ubu”, in una delle loro declinazioni più attuali.
Il testo di Jarry, datato 1899, a settant’anni dalla prima rappresentazione italiana, completa un percorso che dall’umanotroppoumano ha tratto il campo d’azione e di pensiero.
“ai molti padroni
che consolidarono la sua corona,
quand’egli era re,
UBU INCATENATO
offre l’omaggio dei suoi ceppi”

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Con questa dedica Alfred Jarry, ci presenta uno degli episodi successivi all’Ubu Re.
UBU INCATENATO è un inno alla libertà attraverso la mitizzazione della schiavitù.
Sembra essere il manifesto filosofico-politico delle marionette di Jarry, capaci, dentro a un mondo artificiale, parallelo, altro, doppio, terzo, diverso, patafisico (ossia attinente alla “scienza delle soluzioni immaginarie”), di riflettere, tra estremismi e paradossi, sulla natura dello spirito, delle cose e delle relazioni.
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Dopo essere stato re di Polonia e d’Aragona, Padre Ubu aspira a diventare il più schiavo tra gli uomini.
In una sorta di carriera, comincia come lustrascarpe per diventare poi maggiordomo tuttofare, servo frustato, arrestato, processato, incatenato, esiliato e infine schiavo rematore imbarcato su una galera turca. Ma più egli cerca di servire gli altri, più gli altri lo riconoscono, proprio per questo, come il più libero degli uomini. Talmente libero, da prendersi la libertà di essere schiavo.
Padre Ubu diventa un esempio per molti, che da liberi cercano di ferrarsi a una qualche catena acclamandolo di nuovo re e vanificandone il proposito iniziale. . Libertà e Schiavitù sono dentro un solo concetto e contemporaneamente.
È un paradosso che ha determinato le modalità di ricerca. Forse per la cara riflessione sull’attore, sullo stare in scena, sull’essere autori di sé, e forse anche per Jarry rispetto a Ubu, per il loro grado di relazione, appartenenza e dipendenza, la questione più interessante ci è sembrata quella dell’identità, del punto di vista, dei ruoli.
Abbiamo cercato un modo per essere allo stesso tempo Ubu e Jarry, quindi non solo la marionetta, e la mano che la anima, non solo il burattino e colui che tira i fili, ma anche l’autore di fronte a quelle forme di se stesso che diventano le proprie opere.
Ma se la ricerca è il fine e non il mezzo, quello che ci interessa è il processo creativo, non l’opera creata.
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Su questa strada abbiamo incontrato la realtà virtuale. Grazie a un esoscheletro in grado di inviare informazioni ad un computer, possiamo tradurre le azioni fisiche di un attore in scena e dal vivo in immagini digitali, ritrattarle o ricollocarle in ambienti altri rispetto a quelli reali. Con la “motion capture” che ci è possibile praticare grazie alla collaborazione con Andrea Brogi, docente di Realtà Virtuali all’Università di Milano, l’incatenamento anche tecnologico, ci dà la possibilità di moltiplicarci e di sviluppare lo spettacolo dentro una riflessione fondamentale: più la tecnologia incatena l’attore sul palco, più si libera il personaggio virtuale che gli corrisponde.

In quello che immaginiamo come un “concerto scenico”, procediamo, come Ubu, per gradi.
Il primo livello è quello dell’amplificazione.
Un microfono per la voce è la prima tappa dell’incatenamento.
Corrisponde alla dichiarazione iniziale di Padre Ubu sull’intenzione di diventare schiavo. Ma anche l’esoscheletro è immaginabile come un microfono del corpo che lo amplifica e lo rende altrimenti visibile e mutabile, lo moltiplica, lo reinventa anche graficamente.
Aggiungiamo controlli e tecnicismi, strumenti collegati alle conquiste degli Ubu, vincolati, appesi, incatenati a macchine e computer.
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La libertà è la schiavitù!, dice un personaggio.
Come se il teatro fosse veramente un appuntamento in una terra di confine.
Ci andiamo insieme a Ubu, come fosse un Dummy, un manichino da crash-test, uno di quelli usati per gli esperimenti sulla sicurezza, per scoprire quale effetto faccia essere legati ad un sedile e mandati contro un muro. Stiamo dentro e fuori, in bilico, raddoppiati da chi ci corrisponde in scena mentre siamo in scena. E in attesa dell’air-bag.

Lo spettacolo sarà a Cecina, 28 gennaio, ore 21, Teatro Eduardo (Armunia).

Fortebraccio_Teatro

2005-01-20T00:00:00

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