La morte di Mario Luzi

Poeta e drammaturgo

Pubblicato il 01/03/2005 / di / ateatro n. 082 / 0 commenti /
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E’ scomparso la mattina del 28 febbraio Mario Luzi, poeta e intellettuale di forte tempra morale e grande lucidità politica. Il presidente Ciampi l’aveva nominato senatore a vita nello scorso novembre, pochi giorni prima del suo novantesimo compleanno.
In una lunghissima carriera poetica, iniziata nel 1935 con la raccolta La Barca e proseguita fino al 2004 con Dottrina dell’estremo principiante, Luzi ha segnato la poesia italiana di un intero secolo. Accanto all’attività poetica, Luzi ha spesso scritto per il teatro. Di più, la fascinazione per la scena e la pratica di scrttura teatrale hanno avuto anche qualche riverbero nella sua lirica. Per esempio, Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini, un viaggio in forma poetica dei pittore da Avignone verso la natia Siena, ha dentro di sé diverse suggestioni drammaturgiche, a cominciare dall’intreccio dele diverse dramatis personae e dalla struttura narrativa per stazioni.

Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi.

Per misurare il rapporto di Luzi con il teatro può essere interessante ripercorrere il rapporto tra il poeta e la Compagnia Lombardi-Tiezzi (o se preferite i Magazzini). C’è nel 1990 una commissione da Dramaturg, ovvero l’adattamento teatrale del Purgatorio per la trilogia dantesca che il gruppo toscano ha realizzato avvalendosi anche della collaborazione di Eduardo Sanguineti per l’Inferno e Giovanni Giudici per il Paradiso (va sottolineato che nel 1993 lo stesso Luzi volle inserire questa sua libera riscrittura nel volume che raccoglie il suo Teatro). Cinque anni dopo, Federico Tiezzi firma la messinscena di uno dei testi teatrali scritti dal poeta, Felicità turbate (1995), dedicato alla figura del Pontormo. Più di recente, nel 2003, la teatralizzazione – sempre da parte di Federico Tiezzi – di un testo poetico come, appunto, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini.
Accanto alle messinscene firmate da Orazio Costa Giovangigli (Rosales nel 1983), Salvo Bitonti (Hystrio, 1987, con Paola Borboni, alla quale dedicherà nel 1992 Io, Paola, la commediante), Giancarlo Sammartano (Corale della città di Palermo per Santa Rosalia, 1989), Lamberto Puggelli (Il libro di Ipazia, 1995, ma il testo era stato trasmeso dalla Rai nel 1971), questa frequentazione con una compagnia emersa dalle fila della ricerca ¬è già un indizio della libertà con la quale Luzi (che fa risalire il suo apprendistato teatrale alle traduzioni dell’Andromaca di Racine nel 1960 e del Riccardo III di Shakespeare nel 1966) si accostava alla forma teatrale – e della libertà che accordava ai registi dei suoi testi.
Per certi aspetti, il teatro è anche per Luzi l’occasione per staccarsi dall’io lirico e moltiplicarsi in diverse voci. E’ anche una sorta di specchio obliquo, in cui tracciare una serie di “autobiografie alternative”; questi personaggi sono spesso liberamente reinventati a partire dalla realtà storica: dai filosofi alessandrini Ipazia e Sinesio a Trotzkij (che occhieggia dietro la figura di Markoff, contrapposto a un Don Giovanni-Rosales), dal pittore Pontormo al politico e filosofo francese Benjamin Constant di Ceneri e ardori (1997).
Un secondo Leitmotiv del teatro di Luzi è il rapporto con il sacro (che spesso assume il tono della riflessione filosofica, come del resto spesso accade nella sua poesia), culminato con la Passione realizzata per la Via Crucis papale del 1990, ma che risuona anche in altri testi.
Aldilà delle singole notazioni critiche, resta in ogni caso sintomatica la costante pratica drammaturgia di Luzi, accanto alle due forme privilegiate della poesia e del saggio critico. In questo, il percorso di Luzi è parallelo a quello di altri scrittori che hanno praticato la scrittura teatrale, da Pasolini a Testori, allo stesso Raboni (che qualche tempo fa aveva sollevato il problema). E ugualmente sintomatica è la difficoltà del sistema teatrale italiano di metabolizzare questo tipo di scrittura per inserirla stabilmente nel repertorio: in questa prospettiva il lavoro di Federico Tiezzi su Testori ma anche su Luzi e Pasolini, resta ancora una eccezione.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2005-03-01T00:00:00

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