Il nostro 25 aprile

Testi realizzati su richiesta di Radio Popolare in occasione del sessantennale della Resistenza

Questi testi sono stati scritti da un gruppo di allievi della Civica Scuola d’’Arte Drammatica „Paolo Grassi“ di Milano su richiesta di Radio Popolare, che li trasmetterà il 25 aprile in occasione delle trasmissioni che ricordano il sessantennale della Resistenza.

Francesco Ghiaccio
Colline e no

Al termine della discesa la mia bicicletta raggiunge i 72 km/h. E’ una bicicletta da corsa del valore di 600milalire, una delle più scarse, il telaio è di qualche misura più grande di me, ma è una bicicletta da corsa e le mie gambe girano che non sembrano le mie. Ho 16 anni. Tengo un occhio sul contachilometri e uno sulla curva, forse tocco i 73, ho il mento sul manubrio come fanno Chiappucci e Pantani al Giro d’Italia, Pantani poi scivola indietro sino a toccare la sella con lo stomaco, ma quello è Pantani. Raggiungo la curva, tocco il freno, smetto di pedalare, nessuna macchina: mi è andata bene, ancora; i miei occhi lacrimano, apro la bocca e respiro a pieni polmoni, il contachilomentri segna 25, stradina di campagna, falsopiano, asfalto misto zolle lasciate da trattori di tutte le dimensioni, sto per raggiungere la statale, il mio corpo è zeppo di ossigeno, il sangue gira a mille, tutto intorno campi a perdita d’occhio, vigneti, grano, contadini confusi a quello che seminano, ogni tanto una lepre scappa al suono della mia bicicletta, mi sento enorme, invincibile, l’arco della mia schiena raggiunge il cielo, posso fare quello che voglio, impugno il manubrio, mi alzo sui pedali e scatto… “Francesco è al comando…” raggiungo la statale, ho 17 anni. Vedo tre croci in legno, altezza d’uomo, faccio per girare a destra, risalire verso il paese, rispetto lo stop, vedo un nome inciso su ogni croce. Risalgo verso il paese, invece di tornare a casa mi dirigo verso il paese vicino, altra salita, mi sento forte, pedalo e pedalo, arrivo in cima poi giù in picchiata per una strada secondaria. Mi ritrovo in statale. Rallento. Apro la bocca, sgrano gli occhi, come sorpreso, come quando in autostrada vedi macchine lontane e ferme con frecce di emergenza: laggiù, le tre croci. Mi sento osservato. Mi osservano dall’altra corsia, sempre più vicine, io mi spingo più che posso al lato della strada, le ruote toccano ripetutamente l’erba e la ghiaia del ciglio, rischio di cadere sino a che non sono lì davanti a loro e scatto, scatto ma non sento nessuna voce di nessun telecronista, non mi immagino sfidare nessun campione, sto scappando, scappo e basta.
Le mie colline sono le colline del Monferrato, ogni tanto Pavese le cita e io so di avere qualcosa in comune con Pavese, Vittorini e Calvino raccontano di partigiani e io vedo i partigiani correre tra i miei sentieri, il mio professore di ginnastica mi dice che ho molta resistenza e io sono contento.
Ho 18, 19, 20 anni, verso i 20 anni scopro il piacere di correre a piedi, mi fermo davanti le tre croci, i tre nomi sono così strani che mi fanno sorridere, mi sembrano inventati e di un altro tempo, ognuno di loro ha un fazzoletto tricolore legato con tanta cura che mi sembra sia lì a proteggere la gola e ai piedi un unico vaso di fiori che basta per tutti, il legno delle croci è pulito, qualcuno deve venire qui periodicamente. Sopra il mazzo di fiori una poesia in piemontese, parla di ragazzi e uomini sotto la neve, nel fango, al sole, parla di mamme e di nuove generazioni, è troppo lunga, non la leggo tutta, è pomeriggio e fa caldo, sento il sudore lungo tutto il corpo e i piedi mi scoppiano, butto lo sguardo per i campi e vedo i partigiani che corrono, sono centinaia, si divertono come pazzi e subito dopo muiono colpiti da qualcosa, qualcuno canta, qualcuno si veste, un altro si fa la barba, una bomba scoppia, uno si sposa, uno sta facendo il ragù alla bolognese, uno la pastiera, uno suona la chitarra e su tutti nevica e piove e tira vento, uno scrive a casa, la Magnani in mezzo al campo corre verso di me e grida “Francesco! Francesco!”, Gassman e Manfredi si abbracciano nella neve di “C’eravamo tanto amati”, passa una macchina, torno alla realtà, riprendo a correre. La sera, a casa, mi chiedo se quelle tre croci lì stanno riposando davvero; se si fanno coraggio l’uno con l’altro. Se il nodo al fazzoletto l’hanno fatto loro.
Ho 21 anni, guardo la mia ragazza vestirsi poi truccarsi, guardo quei vestiti che non metteresti mai di giorno, guardo il suo trucco, come si trucca, con che determinazione e mi viene da pensare alle armature, ai soldati, alle battaglie, a quale battaglia ci aspetta. La mia ragazza mi guarda e pensa che sono innamorato.
Ho 22 anni, lascio le mie colline e vado a studiare in città. In città ti ritrovi sempre davanti a una lapide, una casa in cui è successo qualcosa, mi chiedo come si possa fare la Resistenza in una casa sì e nell’altra no, un bar sì e uno no, una strada sì e una no; penso che in un solo palazzo ci stanno tante persone quante al mio paese, guardo i palazzi e penso che ognuno di quelli è una delle mie colline, guardo la gente che mi sta intorno, guardo dentro le finestre, dentro i bar, dentro le strade, guardo chi sì e chi no.
Ho 24 anni, mi sveglio tutte le mattine e aspetto che succeda qualcosa.

Elena Cattaneo
La donna delle stoffe

Una mattina mi son svegliata
e la donna delle stoffe mi ha raccontato la storia del suo teatro.
Questa necessità e questa ricerca mi piace pensare che siano un po’ anche mie.

Piove per molti giorni.
Il fiume Ceno minaccia una piena.
Poi, il quindici settembre millenovecentoquarantatre, torna il sole.
Mio fratello è morto fucilato vicino a Parma alla fine di agosto. Molti amici sono morti. Io sono poco più che una bambina.
I confini del paese sono le mura di una città sotto assedio.
Nei boschi stanno nascosti i soldati.
Nel paese non ci sono uomini seduti sulle sedie, fuori dalle case.
I cani dormono nelle cucine.
E le porte delle case sono chiuse.

Per tutto il periodo della pioggia, noi ragazzi ci troviamo in una stalla vuota.
Le porte delle case sono chiuse, le strade fiumi di fango.
C’è la necessità di un posto dove poterci incontrare.
Veniamo all’appuntamento con le spalle bagnate, scoperte e fredde. Spesso ce ne stiamo zitti per tutto il pomeriggio. Al contrario, certe volte cantiamo. Resistiamo alla pioggia.

Sul quel fieno, nascosti al limite del paese, un giorno decidiamo di organizzare uno spettacolo.

Ci sono le parole di Attilio, uno di noi.
Attilio scrive storie su chi è rimasto a casa, su chi c’era prima della guerra, scrive anche di gente che ha solo sentito nominare. Uomini e donne di molto prima della guerra.

Si può rompere il silenzio di un luogo con le porte chiuse e le strade di fango e i soldati nei boschi?

Quando il quindici settembre millenovecentoquarantatre torna il sole, noi usciamo per le strade. Andiamo a vedere un vecchio carro dietro la sacrestia. Il carro è coperto per metà di muschio e odora di muffa. E’ il nostro palcoscenico.
Abbiamo un posto dove riunire tutti quelli che stanno chiusi nelle case.
Abbiamo anche le parole, quelle di Attilio.
Ma manca qualcosa.
“I nostri vestiti non vanno bene”, dico. “Ci dobbiamo travestire, deve essere un giorno di festa. I nostri vestiti sono nostri, li conosciamo tutti. E non possiamo chiedere mica a qualcuno, se no addio sorpresa…”
Allora mi mandarono a cercare le stoffe.

Adele è una sarta di ottant’anni, che vive a due ore di cammino dalle nostre case.
Devo andare a cercare stoffe che siano più buone dei nostri vestiti.

Mi dicono “Vai tu a cercare le stoffe”
“Vado io”.

Ci sono i soldati nei boschi.
C’è una strada, nei boschi. La strada va dai Filippi, fino al Rio. Qualcuno ha costruito un ponte di sassi per passare dall’altra parte. C’è una collina, poi c’è la casa dei Barbetti. Poi Costa, dove si può trovare dell’acqua. La strada procede verso Pessola. Poi un’altra collina e oltre questa c’è la casa di Adele.
“Ci vado io”.
Un ponte di sassi e due colline.
“Vado io, ma le mie scarpe non vanno bene per fare tutta quella strada”. Allora Veronica mi presta le sue scarpe. Erano di sua cugina che è morta.
Le prendo e parto.
In tasca ho pane e uva. Le spalle asciutte. Ad ogni passo scrollo di dosso la paura.

Qualche ora e poi: la casa della vecchia sarta.
“Mi servono delle stoffe. Non ho niente da dare in cambio.”
Ha una casa abbandonata e umida. Lì trovo un baule intatto, pieno di vestiti, cappelli e persino di scarpe alte. Adele mi fa scegliere quello che voglio.

Mi mandarono cercare le stoffe con le scarpe buone di Veronica.
Due colline e un ponte di sassi per tornare.
La prima collina, Costa, i Barbetti, un’altra collina. Poi il Rio.

A un certo punto ne vedo uno; vedo un soldato, vicino all’argine del fiume, appoggiato a un albero. Fuma.
Corro!
I soldati uccidono.
Corro come posso.
I soldati fumano.
Corro più veloce che posso, facendo attenzione ai vestiti.
Non cadere! Non cadere nell’acqua.
Bisogna correre!

Un ponte di sassi e la strada di casa.
Un ponte, una strada, casa.

Pochi giorni dopo saliamo sul grande carro coperto di paglia messa ad asciugare.
Addosso abbiamo le stoffe di Adele.
Quelli che sono rimasti al paese si sono radunati; per un attimo hanno aperto le porte.
Le donne, uscite dalle case, si divertono.
I vecchi ridono e ridono i bambini con le scarpe troppo strette.
I bambini ci tirano i sassi e prendono schiaffi dalle madri non più così stanche.
I cani girano.
Si può rompere il silenzio.

Valeria Banchero
Progetto Resistenza

Non ho mai fatto domande perché c’era tempo, avevamo tutto il tempo: invece non si resiste all’infinito, e ora mi ritrovo tra le mani la foto di uno sconosciuto con i baffi e le orecchie a sventola di mio padre.
Le orecchie di mio nonno hanno fatto la Resistenza. 2005: Sestri Ponente è un paese piccolo in provincia di Genova, che il mare lo annusa soltanto; a Sestri Ponente in provincia di Genova ci sono le Poste, un vecchio edificio giallo rifinito di mattonelle rosse. Passa il 3, lì davanti, il 3 che mi riporta a casa: e nessuno alza mai la testa per guardare. Le Poste prima di essere le Poste erano una fabbrica di vetri e motori per aeroplani, la San Giorgio: sull’entrata principale c’era e c’è tutt’ora uno stemma con un cavaliere che uccìde un drago. Mio nonno era un disegnatore della San Giorgio.

Voce di donna anziana “Non lo smuovevi da quel tavolo quando doveva lavorare, uno di quei tavoli che stanno su, e la sigaretta sempre in bocca. E come era bravo, come…fai conto, no, che io mi sedevo lì e parlavo, e magari mi capitava di descrivergli il modello di un vestito che avrei voluto farmi confezionare dalla sarta e lui, che sembrava non darti retta ti guardava con gli occhi stretti e con due tratti di matita lo aveva già disegnato, quel vestito, proprio come lo avevo in mente io, non so… un bel risparmio di tempo!”

Non basta, avrei dovuto fare più domande. A Genova, nel 1944, si respirava poco e male.

Voce di donna anziana “Non si aveva la forza per urlare, tutti camminavano a testa bassa, e se entravi alla San Giorgio, lì come in tutte le altre fabbriche della città, potevi vederli lavorare, gli operai al piano terra, disegnatori e progettisti al primo piano, suddivisione rigorosa; ma sempre con un occhio alla finestra. O dietro le spalle.”

Un giorno di quattro anni fa sono entrata alla San Giorgio perché dovevo scrivere una tesina per l’esame di archeologia industriale: loro spiegano, io non chiedo niente.
Deve esserci stato un gran silenzio allora, anche con il rumore delle macchine, ma si capiva lo stesso che c’era, perché il rumore della macchine è diverso da quello che fanno le parole. E’ successo prima della fine della guerra, dopo la visita del Duce alla città di Genova, travestita di luci e invitante come una bagascia di Via Prè, è successo forse nel 43, magari nel 44, non ricordo esattamente quando perché avrei dovuto fare più domande. I tedeschi sanno che gli operai della San Giorgio non hanno smesso di parlare: è cambiato solo l’orario, adesso parlano di notte, dopo il lavoro:usano le parole chiusi lì dentro. Magari le fanno pure uscire, perché ricordano come si fa, e le parole, quelle resistono, una volta fuori.

Voce di donna anziana “Quando i tedeschi piombano nella fabbrica per portare via quei ragazzi, uno di loro si ferma come se aspettasse qualcosa, alza la testa e vede volare. Vede volare tavoli, sedie, scrivanie, libri, compassi, squadre, libri dei conti, righelli di legno, progetti di motori innovativi allo sviluppo deUa nostra Aviazione, pezzi dei motori stessi, uno dei quali colpì il soldato tedesco sulla fronte, ricoprendogli la faccia di sangue.”

Erano usciti tutti dagli uffici del piano di sopra, per non farseli portare via, colpendo dove capitava, Vennero altri tedeschi, molti di più, e quando non ci fu niente da lanciare, li presero e li trascinarono via. C’era tento tempo per saperne di più.

Voce di donna anziana “A Mathausen, per un anno. Hanno visto subito che tuo nonno sapeva disegnare, e lo misero a lavorare per loro. Non ha mai voluto parlarne: ha lottato con il suo mestiere, con quello si è salvato, dico io. Dopo un anno era in stazione a Milano, e chi andò a riprenderselo continuava cercarlo tra la gente, non riusciva a riconoscerlo. A quel punto, cosa è successo? Le sue orecchie hanno fatto la Resistenza più di tutto, perché quelle non erano cambiate, quelle erano rimaste un po’ a sventola. Solo da quelle lo riconobbero, solo per quelle si convinsero che era lui e se lo portarono a casa.”

Ma io avrei dovuto fare più domande.

Giulia D’Amico
La Resistenza. Racconto per Radio Popolare

RAGAZZA In libreria, una di quelle molto affollate. Mi imbatto in un libro. Sono nello scaffale “Storia”. Non è molto grande lo scaffale e anche il negozio è piccolo, ma ad un primo sguardo ben fornito. Sono lì per un motivo: un libro, è chiaro, di cui ho sentito parlare. Sono certa di trovarlo. E infatti… dopo pochi minuti è fra le mie mani, in attesa alla cassa e poi ancora insieme nella confusione del Centro. Andiamo a casa, il mio piccolo appartamento da studente in viale Umbria. Mostro l’acquisto alla mia coinquilina. “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” e legge il titolo con un tono che non saprei definire, di stupore, forse; ma lo sfoglia senza attenzione, né riguardo per la carta. Mi chiede se devo preparare un esame sulla Resistenza. No, nessun esame. Vedo una smorfia sul suo volto: storce sempre la bocca quando è perplessa e poi accende la televisione; appunto… Mi riprendo il libro come per proteggerlo da mani insensibili e mi chiudo in camera: finalmente sola! Sfoglio le sue pagine ruvide e sottili, osservo la copertina.

LIBRO “Il mio ultimo pensiero è per voi. W ITALIA”.

RAGAZZA la scritta in rosso m’aveva subito colpito anche al negozio. Provo timore di quella calligrafia, dei segni color sangue. E d’improvviso il libro diventa pesante, i gomiti sprofondano nel letto e ripenso alla mia coinquilina che non ha capito. Ogni libro è prezioso, ma questo….

LIBRO “Questo non è un libro, […] ma un’azione: l’ultima azione di 112 condannati a morte i quali conclusero la loro parte di lotta nei seicento giorni della Resistenza italiana comunicando ai familiari o ai compagni un’estrema notizia di sé, un addio, un mandato, un sigillo ideale.”

RAGAZZA prima di ogni lettera, poche righe riassumono la vita del condannato: dove e quando è stato catturato, lo svolgersi del processo, il luogo dell’esecuzione… Conosco alcuni di questi nomi, ma i più sono a me sconosciuti, forse a tutti. Chi era Roberto Giardino?

LIBRO “…di anni 22…”.

RAGAZZA uno della mia età.

LIBRO “…meccanico…”.

RAGAZZA che lavorava.

LIBRO “…nato a Milano il 22 febbraio 1922. Partigiano nella Squadra “Stella Rossa” della Brigata del Fronte della Gioventù, operante in Milano. Arrestato il 7 dicembre 1944 in viale Umbria a Milano da elementi della legione Autonoma…”

RAGAZZA Io abito in viale Umbria! Corro in cucina ed apro il balcone: un attimo e i rumori della città invadono il piccolo appartamento. Leggo le poche righe che Roberto Giardino ha indirizzato ai propri genitori. Parole, mi dico, che mai… Alle mie spalle una voce mi chiama: “ma cosa fai? Chiudi che non sento!” Già, la mia coinquilina sta guardando la televisione e col traffico… Accosto le porte in vetro e torno alle parole di Roberto Giardino. Parole, mi dico, che sono testimonianza. Guardo giù, affacciata alla ringhiera del mio balcone in viale Umbria. A quale angolo della strada è stato fermato? Macchine, semafori, la novanta come sempre affollatissima, guardo le persone che attraversano la strada e che non sanno, che non hanno memoria di quel giovane. Come me, del resto, le uniche cose che so di lui sono su questa pagina.

LIBRO “…processato il 12 gennaio 1945 per appartenenza a bande armate. Fucilato il 14 gennaio al campo sportivo Giurati di Milano…”.

RAGAZZA Non sono mai stata a questo campo sportivo, esiste ancora? E mi chiedo se lì c’è memoria della sua fucilazione, una targa col nome. Sfoglio il libro e leggo altri nomi, altri paesi e città d’Italia e parole…

LIBRO “…muoio cosciente di aver compiuto il mio dovere sino all’ultimo e senza alcun rimorso di coscienza circa il mio modo d’agire, tutto dedito ad un ideale: la Patria…”

RAGAZZA La Patria con la P maiuscola.

LIBRO “…se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque su coraggio, combattete per una idea sola, Italia libera.”

RAGAZZA Sorrido e vorrei gridare: GRAZIE! Ma nella confusione del traffico di pomeriggio non un solo passante si volterebbe. Amareggiata chiudo la finestra e sfoglio ancora le pagine del libro. Leggo senza ordine, in terra, sul pavimento della cucina.

LIBRO “…dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli…”

RAGAZZA Ancora una volta sento lo sguardo attonito della mia coinquilina. Mi sento quasi costretta a giustificarmi: mi piace leggere in terra, è più fresco! Ma lei continua a scrutare il libro che tengo fra le mani; ingenuamente, mi chiede se è triste. No, le rispondo. Insieme guardiamo il telegiornale, mi offre dei pop-corn come merenda. Accetto. E mentre mangio ascolto l’ennesima notizia di un attentato: un ragazzo che una mattina si è svegliato e ha incontrato la morte per difendere la libertà del suo paese. Mi chiudo in camera, ancora una volta, con il libro sulla Resistenza italiana e ricomincio a leggere.

Marco Di Stefano
Di corsa

Mi sveglio. Come tutte le mattine apro gli occhi, mi gratto la faccia e scosto le coperte. Attraverso le tende passa una luce gentile. È una domenica di fine marzo, fresca, ma piena di sole. Una di quelle domeniche in cui si va a correre. Dal mio letto sento l’odore forte del caffè appena fatto. Dio benedica le mamme. Mi alzo e faccio colazione lentamente. Indosso la tuta d’ordinanza, prendo patente e chiavi della macchina. Ho voglia di correre sulla Martesana. Partenza da via Monfalcone, poi con calma per via Carnia, solito giro per vie a senso unico e parcheggio in via Prinetti. Lascio la patente in macchina e lego le chiavi all’elastico della tuta. Sono pronto. Taglio per il parco, passando a fianco dell’Anfiteatro. Vado verso viale Monza. Inizio a sudare mentre dispenso sorrisi a tutti i cani che incontro. Adoro la Martesana. L’aria è diversa dal resto di tutta Milano: i bambini giocano senza paura delle macchine, le coppiette si tengono per mano senza litigare mai e le biciclette ti regalano una porzione di vento ogni volta che ti passano vicino. Chi corre lo fa per scelta. Quando corri lungo il Naviglio ti dimentichi di tutto, anche dell’imbecille a cui avresti volentieri spaccato la testa la sera prima in birreria. Ti senti come un globulo rosso che viene trascinato lungo una vena. Ti lasci andare. Il Naviglio Martesana è la giugulare della zona nord-est di Milano e scorre dritto, senza interruzioni, da via Padova a via Melchiorre Gioia. Piazza dei Piccoli Martiri si apre come un’emorragia interna a metà strada. Ci sarò passato davanti centinaia di volte, ma stavolta sento il bisogno di fermarmi. Sto correndo da meno di cinque minuti, ma mi fermo lo stesso. Subito l’aria cambia. Mi rendo conto di essere l’unico ad essersi fermato. Tutti gli altri attraversano la piazza velocemente, come se fossero obbligati a passare da lì. Tutti vogliono dimenticare e per quei 40-50 metri di strada indossano una benda sugli occhi. Li capisco.
Piazza dei Piccoli Martiri deve il suo nome a uno degli atti più crudeli e insensati della seconda guerra mondiale: il bombardamento della scuola elementare di Gorla. Nell’ottobre del 1944 uno squadrone anglo-americano che doveva distruggere la Breda sbagliò la rotta di 22 gradi. Il comandante doveva decidere se effettuare un pericoloso rientro alla base con le bombe armate ancora a bordo o se dirottare gli aerei in aperta campagna, per scaricare gli ordigni. Fece di peggio: decise di sganciare le bombe pur essendo fuori bersaglio. Bombardarono i civili di Gorla. Gente che li chiamava “liberatori”. Morirono in centinaia, compresi circa 200 bambini tra i sei e gli undici anni. “Circa 200” perché nessuno sa dire con esattezza quanti fossero: qualcuno dice 174, altri dicono 232. 184. Poco più di 200. E’ il calcolo approssimativo della morte. Ci siamo abituati. Erano “circa 200” bambini che probabilmente disegnavano bandierine americane e inglesi sui loro quaderni. La loro scuola elementare fu centrata in pieno dai “Liberatori”.
Sono in piedi davanti al monumento che testimonia la strage. Una figura incappucciata tiene in braccio un fanciullo morto. “Ecco la guerra”, recita una scritta. Mi ricorda una donna afgana che piange il proprio figlio. “Ecco la guerra”. Sì, perché la guerra è uguale dappertutto: a Milano, a Kabul, a Baghdad. Il fuoco amico uccide, proprio come quello nemico. Mentre i grandi si sparano, i bambini vanno a scuola. I bambini resistono. Mentre i loro genitori imbracciano un fucile, i bambini continuano a giocare, a farsi i dispetti, a piangere per una pallonata. Non lo sanno, ma anche loro sono partigiani.
Davanti al monumento, seduta sul marciapiede, c’è una ragazza sui vent’anni. Ha i capelli scuri e porta gli occhiali. Indossa dei jeans e una maglietta a righe orizzontali bianche e blu. Sta leggendo un libro e un gatto randagio si strofina contro le sue gambe. La guardo e sorrido. Dopo un attimo anche lei mi guarda e risponde al sorriso. È bellissima. Abbasso lo sguardo per un secondo e quando lo rialzo lei non c’è più. È la prima volta che vedo un angelo. Il gatto viene verso di me e si mette a fare le fusa. Lo accarezzo fino a quando non decide di corteggiare la gattina di turno. Saluto i Piccoli Partigiani di Gorla e ricomincio a correre.

Giorgia Toso
Passi (marzo 2005)

Io non c’ero durante la resistenza, non ero ancora nata e quindi non c’ero. Io non c’ero, ma ci sono oggi. Io non c’ero, ma ci sono nei racconti di allora che ascolto oggi, quindi è come se ci sono allora e ci fossi oggi; come quando passeggio per il mio paese, imbocco una via e so che sto camminando in via Renato Colli e che lui, Renato Colli è stato prima di tutto azzatese come me, e poi partigiano, c’è scritto sul cartello: via Renato Colli (e un po’ più in basso, sopra una strisciolina blu) partigiano. Chi sa se anche lui avrà percorso questa strada? Via Renato Colli, sarà mai stata percorsa da Renato Colli? Si tratta di una strada piuttosto importante: unisce la Provinciale al cuore del paese. Io non c’ero, come posso sapere se lui abbia mai percorso questa strada? Non sono una testimone del suo passaggio. Non sono una portatrice di testimonianze di chi è stato testimone. I miei percorsi di testimonianza attraversano vie, piazze, racconti, lezioni, libri come La ragazza di Bube o Il sentiero dei nidi di ragno. Sì, quest’ultimo mi è piaciuto in modo particolare e dopo averlo letto mi sono chiesta: ma poi, quanta gente avrà camminato su quel sentiero? E in che modo? Come io cammino per le vie del mio paese o come? Penso che i passi si differenzino dai tragitti e dalle intenzioni nel percorrerli. Immagino quel sentiero di resistenza percorso con straziante quotidianità da passi che hanno sfidano la neve, il fango, il vento, la pioggia, piove. Passi in stivali, passi in sandali, passi scalzi, passi in zoccoli, zoccoli. Passi veloci, passi corridori, passi furtivi, passi vigili, passi nascosti, passi bui, buio. Passi affaticati, passi assonnati, passi stanchi, passi per resistere. Passi per resistere alla quotidianità che aspetta l’azione, la vera azione, quella che tutti ricordano, quella che i più si aspettano, quella grazie alla quale chiamano una via col tuo nome: morire, ecco l’azione più evidente: morire o almeno scomparire sulle montagne, dietro una collina. Andarsene facendo passi di resistenza, resistenza alla fame, al freddo, alla malattia, alla lontananza, alla paura. Passi che hanno resistito all’assenza dell’amico, della famiglia, dell’affetto, del sorriso. Passi che anche alla presenza del nemico hanno continuato su quel sentiero fangoso. Passi in punta di piedi, passi sui talloni, passi di traverso. Passi guidati da bussole, passi guidati da bossoli. Passi sudati, passi feriti, passi insanguinati, sangue. Passi decisi, determinati, sicuri, convinti. Passi che si incontrano, che s’interrogano, che si trovano, che si riflettono, che s’innamorano, anche. Passi indecisi, dubbiosi, titubanti, traditori, a volte. Passi che odorano di polvere da sparo, di polenta, di polline.
Passi di tutti quelli che con quotidiana fatica hanno percorso quel sentiero, il sentiero della resistenza. E di questi sentieri ne sono stati tracciati un po’ dovunque,
non solo dalle grandi città alle montagne, ma anche, dalla campagna alle montagne. Così è successo nel mio silenzioso paese da dove, raccontano, un giorno un giovane uomo, un gran camminatore, decise di dare una direzione molto precisa ai suoi passi. Iniziò ad appoggiare un piede dopo l’altro puntando sempre verso le montagne. I suoi passi prima insicuri e guardinghi divennero in poco tempo determinati, costanti e pronti all’azione. Un piede davanti all’altro, un piede dopo l’altro, un piede e l’altro, un due, un due e i suoi passi si trasformarono presto in corsa, e correva tracciando nuovi sentieri, percorrendo i vecchi, che lo portavano sempre in quella direzione. E la sua corsa sembra non sia mai finita.
Una via del mio paese, oggi, porta il suo nome: via Renato Colli, si tratta di una via secondaria, ma importante; conduce dalla Provinciale nel centro del paese, inizia con una breve discesa, poi si trasforma in pianura, quindi si stringe e lentamente sale, sale e diventa ripidissima, ma lì, ormai sei già nel cuore del paese. Una strada secondaria via Renato Colli, una strada che unisce la Grande Storia al cuore di un paese.

Lungo questa via oggi camminano centinaia di passi, passi giovani, anziani, passi indifferenti, frettolosi, stanchi, allegri, passi. Passi di oggi che percorrono i sentieri di ieri e passi di ieri che tracciano le vie di oggi.

Francesco_Ghiaccio,_Elena_Cattaneo,_Valeria_Banchero,_Giulia_D’Amico,_Marco_Di_Stefano,_Giorgia_Toso

2005-04-20T00:00:00




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