Una mail (ancora…) su Stabat Mater

A Oliviero Ponte di Pino

Pubblicato il 07/06/2005 / di / ateatro n. 085 / 0 commenti /
Share

Settimo Torinese maggio 2005

Caro Oliviero,
grazie per il bel commento al libro di Gerardo Guccini e Michela Marelli su Stabat Mater.Grazie per la calorosa accoglienza, i commenti e gli allargamenti del discorso.
Scusa se scrivo solo ora, ma son sempre raminga e non sempre a tiro di un pc…

E’ confortante riguardare alla meravigliosa fatica di Stabat Mater e ritrovare attraverso di voi il senso di una esperienza di teatro nomade e fuori dai teatri che, se dimenticata, andrebbe perduta anche per chi – come me – l’ha vissuta.

Sono stati giorni in cui tutto (pensiero, corpo, cibo, sonno, relazioni, abiti, amori, razionale, irrazionale) era fortemente coagulato attorno al teatro.
I bisogni primari, mangiare, dormire, coprirsi, sopravvivere bruto, erano piegati, in una sorta di non programmato ritorno all’essenziale, alle necessità della creazione artistica.

Era uno spendere se stessi, consumare inevitabilmente vita irrecuperabile. In quel viaggio la percezione della vita come avventura da giocare di ora in ora era anche percezione della morte, o meglio, di una certa qualità quotidiana del consumarsi del corpo. Si potevano sentire le cellule consumarsi. Si poteva avvertire l’esistenza di risorse non rigenerabili. La responsabilità verso se stressi era grande: come voglio consumare il tempo che mi è dato? Con chi? Perché?

”Tempo – dice il demonio a Faust – tempo hai preso da me, tempo geniale….” e chiede il conto.

Circolavano tra noi lunghi silenzi tranquilli. Ti guardavi attorno e vedevi spesso i tuoi compagni in ascolto di una qualche voce, lo sguardo rivolto all’interno che vedi spesso sui volti delle donne incinte. Sottrarsi alla visione del disordine per darsi un tempo di costruzione altra.

Mariella Fabbris, Lucilla Giagnoni, Luca Riggio, Roberto Tarasco,. io.
Cinque.
Basta una mano a contarci.
Avvertivamo il pericolo di isolamento che – paradossalmente – ci minacciava.
Giravamo di casa in casa per l’Europa, la regola sfiancante di non passare mai due notti nello stesso posto, sovraesposti agli altri.
Avremmo potuto cedere alla tentazione di creare una bolla autosufficiente, uno di quegli orribili contenitori che mi ha mostrato un giorno Lucilla, e di cui parla in un suo recente lavoro: quelle scatoline di vetro sigillate al cui interno qualcuno ha sistemato un ecosistema di organismi, fiori, minerali, che possono vivere senza altra aria che quella nella bolla.
Dicono.
Non ci facevamo ingannare.
Sapevamo che anche quelle scatole magiche si esauriscono. Muoiono.
Nessuno è autosufficiente.
Come nomadi, circensi, ciarlatani, giostrai, zingari, il rischio è di non vedere la Storia, tutti presi dalla nostra storia.

E’ stato sfiancante e fantastico.
Ho imparato che un attore ha bisogno di lavorare ogni giorno perché la sua abilità, la sua attenzione, la sua concentrazione, non perdano di forza.

C’è bisogno di incontrare pubblici diversi e ascoltarli. Ascoltare. Che nessuno vuol farlo più. Si bercia. Si dibatte, si combatte anche se non ce n’è ragione. Il viaggio di Stabat era una resa incondizionata.

Abbiamo sempre avuto Gerardo Guccini come complice affettuoso e attento.
E così molto altri che ci hanno accompagnato.
Guccini segue da tempo il lavoro delle persone attorno a Teatro Settimo.
E’ stato spesso critico e ci ha sempre costretti a cambiare i punti di vista prima di scegliere.
Anche lui è un ascoltatore attento, poi si alza (e quando si alza, con quel gran personale da protagonista d’opera, prende spazio e autorevolezza) e prova a dire quello che vagamente, disordinatamente, gli abbiamo comunicato, poi ce lo scrive, così siamo costretti a decidere se fare o non fare quello che avevamo detto di voler fare.
Riesce a riprendere il filo che stiamo perdendo, e a restituircelo subito, così da darci tempo.
Non dico niente che tu non sappia già, per essere tu stesso capace di dialogo di costruzione da sempre, con numerosi scritti importanti.
Questo tuo articolo lo conferma.

Riguardo alla tua battuta divertita, non penso ci sia nelle intenzioni di Guccini un desiderio di stabilire diritti di primogenitura sul discorso della narrazione. Abbiamo così tanto lavorato sul nucleo creativo delle persone che erano il Teatro Settimo, da capire bene quali sono stati gli apporti di ciascuno a quel sentire comune.
Dal teatro per i bambini, al lavoro sul territorio, a quello sulla messa in scena, sulla traduzione, riscrittura e invenzione del testo, ogni volta che un nuovo artista intrecciava il suo tempo con quello del gruppo, dava una virata vigorosa, autorale, alle opere.
Qui è stata la nostra forza: accettare la momentanea e disorientante debolezza che un nuovo pensiero provocava.
Ero socia fondatrice della “ditta” con responsabilità legali, economiche e progettuali prima (inevitabilmente prima) che artistiche, …tremavo, sballavo, perdevo orientamento ogni volta che ne arrivava uno “nuovo”!
Se era bravo e propositivo il suo fascino condizionava e rivoluzionava – suo malgrado magari – equilibri e progetti di tutti.
Ne arrivava uno o una nuova e …mi sembrava di non saper o poter fare più niente!
Quando questo artista era generoso e positivo (leggi Marco Paolini per esempio) il tempo intercorso tra disorientamento e comprensione era breve. Trovata l’affinità si poteva dar corso ad una reciprocità di insegnamento e di invenzione che non ha eguali.
Altre volte è stato solo doloroso, rabbioso perdersi.
Faticoso è ricostruire. Ma “magnifica intrapresa”.

Prima del viaggio di Stabat c’era stato un momento di grande incomprensione nella Compagnia.
Sono partita in una situazione di apparente rigetto. Non sapevo se ero cuore malato, cuore trapiantato, difesa immunitaria, chirurgo, organismo altro,…frattaglia pronta per marcire… ed altre di queste esagerazioni emotive che prendono l’individuo che si isola.
Tornare dal viaggio e ritrovare la capacità di cogliere il nuovo, è stato tutt’uno. Se sai cosa sei, hai meno paura degli altri, è cosa nota, …ma di qui ad assumersela….

Oggi servono ancora sguardi lucidi e complici.
Il teatro di narrazione che facevamo prima della narrazione si chiamava storie per bambini, lavoro sul territorio, discorso caldo col pubblico, mediazione culturale, ritrovato gusto per la sequenza narrativa.
Con Marco Paolini arrivano la consapevolezza dell’artista solo davanti alla propria autoralità, la coraggiosa messa in scena della Storia, la visibilità e la dignità riconosciuta del narratore come veicolo di riflessioni con la collettività.
Con Baliani ecco la parola scritta dedicata agli attori con capacità rara di comunicare ad altri artisti senza chiudersi in metalinguaggio.
La restituzione di alcune delle nostre esperienze in materia organizzata e riletta criticamente è stata un regalo di cui ancora oggi verifico l’utilità e la poesia.
Con ognuno di quelli che si sono misurati col lavoro del racconto è stata ulteriore scoperta di un teatro ancora vivo nei temi, nella lingua, nella gestione degli spazi, nonostante le ristrettezze economiche e politiche.
Non cito altri testi per non dimenticarli, ma negli ultimi due anni tesi e pubblicazioni danno continuamente nuove prospettive alla materia.

E’ importante non trattare con leggerezza questo patrimonio.
Se ne sentono delle belle da sempre nel teatro: tocca non montarsi troppo la testa quando i fenomeni montano, né rompersela quando calano… noia, insofferenza, desiderio di novità, sono fenomeno inevitabile e sano.
Tutti sono alla ricerca di qualcos’altro, soprattutto gli artisti,intendiamoci.
Nessuno che ami il proprio lavoro d’artista si contenta.
Ma “nuovo” , ce lo ha insegnato Grotowski, non è di per se’ un valore.

Ci vuole tempo.
Tempo di ascolto e verifica.
E siccome tempo ce n’è così poco, perché costa, perché il teatro in Italia soffre di una ristrettezza che ci riporta indietro di anni, l’unica possibilità è – come state facendo voi con i vostri scritti – moltiplicare l’attenzione e gli apporti, riscoprire le numerose fonti e rimetterle vigorosamente in circolo. E chiedere spazio al teatro.

Per concludere dirò una cosa che può sembrare “fuori moda”: mi sembra di essere così in ritardo… sono femmina!
Tutto il tempo perduto alle spalle, nel passato, incombe.
Ogni tanto penso: non ce la faremo mai a recuperare…
Poi esce il libro di Gerardo Guccini e Michela Marelli, esce il tuo articolo, arrivano tante lettere, ritrovo energia.
Grazie grazie grazie.

Laura_Curino

2005-06-07T00:00:00

Share



Tag: CurinoLaura (5), narrazioneteatrodi (30)


Scrivi un commento