Le recensioni di ateatro: Diario privato

Léautaud secondo Ronconi

Pubblicato il 18/06/2005 / di / ateatro n. 086 / 0 commenti /
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Da tempo ormai Ronconi ha scelto un “teatro delle idee”, dove testi teatrali poco noti, quasi mai rappresentati oppure, ancor più, testi non teatrali, di tipo scientifico o di matrice letteraria, molto lontani dalla drammaturgia scenica, suscitano la sua attenzione e orientano le sue scelte (e sfide) registiche.

Anche in questo caso, dove Ronconi ha a disposizione una celebre coppia di mattatori della scena italiana più “stabile”, come Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer, coadiuvati da un’altra ottima attrice a lui cara, Paola Bacci, la sua scelta è stata sorprendente e spiazzante. Riesumare dalle impolverate biblioteche un autore francese pressoché sconosciuto al grande pubblico, Paul Léautaud (Parigi 1872-1956) di professione critico teatrale (anche questo rivela una punta di ironica malizia del regista) per la prestigiosa rivista “Mercure de France” e autore di un diario logorroico e in alcune sue parti “osceno” – il Journal Littéraire – depositato in ben diciannove volumi. Ronconi ha affidato a Raffaele La Capria la riduzione e l’’adattamento drammaturgico di un estratto di 400 pagine del Diario di Léautaud, tradotto e pubblicato in Italia nel lontano 1968. L’operazione di forbice è radicale ma nello stesso tempo legittimata dal carattere non strutturato del racconto diaristico, minuzioso all’eccesso, anche nella descrizione delle relazioni erotiche tra lo scrittore e la sua amante, Anne Cayssac, donna borghese sposata e come Léautaud soccorritrice instancabile di animali randagi. Una passione per gli animali che unisce il misantropo critico e, come la chiama lui, il suo “Flagello”, e che nell’interpretazione di Ronconi-La Capria diventa anche metafora ironica di una animalesca passione erotica. Se è sempre il conflitto a generare la tensione drammatica, qui, nella noia della cronaca quotidiana di una moderatamente eccentrica vita borghese, appena movimentata dall’assistenza agli animali (“ho avuto perlomeno trecento gatti e cinquanta gatti” ricorda Léautaud), l’anima drammaturgica è il contrasto tra il reciproco detestarsi dei due amanti e la loro irresistibile attrazione sessuale. Così, nella versione presentata in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma, tutto si svolge nell’arco temporale della ventennale relazione tra Paul e Anne (dal 1914 al 1934) e in un unico ambiente borghese, che però mescola lo studio dello scrittore con l’appartamento di lei e del marito, il quale è spesso presente in scena nei panni di un pianista totalmente ignaro ed estraneo (il musicista Maurizio Aschelter, che esegue dal vivo le musiche di Paolo Terni). Un microcosmo dove non sembrano trapelare gli eventi drammatici, (guerre, rivoluzioni e dittature) che in quegli anni scuotevano la Francia e l’Europa, tutto è riconducibile a un’impenetrabile sfera privata dove i due protagonisti sembrano essere gli unici esseri umani rimasti al mondo, qualche cenno riguarda soltanto i commercianti che forniscono il cibo per gli animali.
Ma la vera, geniale, chiave di volta registica e simbolica, è quella di far recitare per tutto lo spettacolo i due protagonisti seduti su due grandi poltrone telecomandate, che si incrociano, si allontanano, si accostano e si aggirano, come in una sorta di caustico e paradossale valzer da salotto. Nella frenesia erotica degli amanti è così svelata l’ombra di un’impotenza al contatto vero, a una relazione intima reale. Il dialogo di Paul e Anne, ricomposto da una raffinata tessitura drammaturgica, si dipana in un linguaggio monotono fatto di piccoli battibecchi e pettegolezzi domestici nel quale irrompe il veleno della reciproca insofferenza e la cronaca oscena e dettagliata dell’atto sessuale. Una sessualità spogliata di sentimento, raffreddata da Ronconi mediante una modalità “sterilizzatrice” che ne fa la versione porno della chiacchiera salottiera. Qui l’anticonformismo ostentato da Léautaud – “Sono considerato un sovversivo, un immorale che oltraggia tutto. In realtà dico al massimo un quarto di ciò che so” – si rovescia in una consuetudine di ordinaria anormalità. Sull’intelligenza del montaggio testuale s’innesta la prova virtuosistica di Albertazzi-Proclemer, che modula con straordinaria disinvoltura continue varianti su una coazione a ripetere di dialoghi vuoti e di coiti dialogati. Un contorcimento fisico e verbale che scorre su un movimento continuo e senza meta, che riesce a movimentare in modo sorprendente un diario compilatorio e che fa anche ridere il pubblico, ma è un riso che alla fine lascia l’amaro in bocca, il retrogusto è la sensazione dell’aridità di un approccio esclusivamente mentale – in questo caso letterario – alla relazione umana e sessuale. Come se l’ordine del discorso – per dirla con Foucault – filtrasse tramite la parola o l’immagine l’energia vitale dell’attrazione sessuale e rivestisse come maschera posticcia un’impura animalità, un istinto inarrestabile e nello stesso tempo insensibile (perciò anche privo di “senso”). Segno dei nostri “virtuali” tempi attuali e conferma della puntualità di Ronconi nel saper parlare sempre al presente attingendo al passato, nel riflettere la realtà attraverso lo specchio della metafora teatrale o letteraria.

Diario privato
Da Journal Littéraire di Paul Léautaud,
riduzione di Raffaele La Capria,
con Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Paola Bacci
scene di Marco Rossi, costumi di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi,
luci di Guido Levi, musiche a cura di Paolo Terni,
al pianoforte Maurizio Aschelter, aiuto regia Emiliano Bronzino, Simone Toni,
regia di Luca Ronconi

Andrea_Balzola

2005-06-18T00:00:00

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Tag: Luca Ronconi (62)


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