That Time di Samuel Beckett interpretato da Julian Beck

Con la regia di Gerald Thomas

Pubblicato il 18/01/2006 / di / ateatro n. 094 / 0 commenti /
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Abbiamo solo pochi minuti per trovare la risposta. Sappiamo già che non c’è abbastanza tempo, non c’è abbastanza tempo per considerare attentamente tutti i fatti e verificare tutti i calcoli, per meditare e rimediare. C’è dunque solo la speranza che, puntando un riflettore sulla mente, vi getteremo luce.
Julian Beck

Julian Beck e Gerald Thomas

Julian Beck, fondatore con Judith Malina nel 1947 del più straordinario esempio di teatro di ricerca, il rivoluzionario e anarchico Living Theatre, viene colpito dal cancro nel 1983; nei due anni che precedettero la morte (14 settembre 1985) accettò alcuni ruoli secondari nel cinema (il gangster Sol in Cotton club di Coppola; il reverendo Kane in Poltergeist II di Gibson). In teatro recitò fuori dal Living Theatre una sola volta diretto da Gerald Thomas, giovane allievo di Ellen Stewart.. All’indomani dell’ultima regia di Julian Beck, L’archeologia del sonno (1984), Thomas lo diresse infatti il 6 aprile 1985 in That Time, monodramma inserito nello spettacolo Beckett che comprendeva anche altre due piéces di Beckett, Theatre 1, Theatre 2 (interpretate da George Bartenieff e Frederick Neumann) al La Mama Experimental Theatre Club. A Francoforte, Theater-am-Turm, fu un successo senza eguali e il pubblico si espresse con un’ovazione definita sconcertante dallo stesso Julian Beck. Che non fece in tempo a rappresentarlo nella prevista data alla Biennale di Venezia.

“Questo pezzo di Beckett è un esempio di minimalismo; dura circa mezz’ora e l’intero testo è registrato su nastro. Io resto tutto il tempo fermo, in piedi su una piattaforma rialzata, nel buio, solo il volto illuminato, un volto che fluttua nello spazio e riflette il testo”.
Julian Beck

Gerald Thomas, che ha diretto per il Workcenter di Grotowski a Pontedera The said eyes of Karlheinz Ohl nel 1991, fa di Beck, icona dell’Utopia rivoluzionaria, una stilizzazione marmorea, un’apparizione irreale; lui, così vicino al limite da non temere di rappresentare la morte o l’enigma dell’essere, il divino e l’umano allo stesso tempo.

“Il palcoscenico è la mente di ogni spettatore dove i nostri corpi trasmigranti assumono la forma di attorici per rappresentare per noi il significato nascosto della nostra esistenza e sopravvivenza”. Julian Beck

Nelle pagine de La vita del teatro e in Theandric, due dei libri scritti da Beck, sono citati molti amati autori, filosofi, poeti, pittori, letterati: Stein, Cocteau, Martin Buber, Artaud, Kandinskij.
Beckett viene ricordato e incidentalmente una sola volta, nella poesia Teatro-Forma (1982, in Theandric), come artista capofila del monodramma e della modificazione della forma esteriore del dramma teatrale.
Così Judith Malina misura la distanza del Living Theatre da Samuel Beckett:

“Il pubblico dei teatri adora Beckett, in quanto ama farsi raccontare che la vita è priva di senso e il futuro non riserva alcuna speranza. Il pubblico vuol vedere rappresentata la disperazione del vivere, proprio al contrario di quello che intende fare il Living Theatre. Noi ci presentiamo come gli alfieri dell’ottimismo, vogliamo trasmettere spirito positivo e fiducia nella possibilità del cambiamento. E questo è il motivo per cui siamo accusati di ingenuità e anacronismo. Julian rifletteva su questo, quando faceva That Time, sul fatto che l’ottimismo negli anni Sessanta era perduto e che era necessario che la cultura trovasse nuove prospettive e nuove forme di illuminazione. Questo era per lui il ruolo dell’artista e stava ancora ricercando in questa direzione”.

Un volto bianco esce dal buio pieno e denso della scena, le parole registrate su nastro attraversano e colpiscono il volto senza corpo, luminescente e provato dalla malattia terminale, di Julian Beck. Parole cadenzate, ripetute ad intervalli come una nenia che dicono di creature impigliate nei ricordi, nel tempo passato, nell’ossessione della solitudine, nella paura del vuoto, dell’ora, nell’incapacità del ricreare “quella volta” ancora. Nessun dialogo, nessuna storia. Un’attesa, un andare e venire della mente a quei luoghi da bambino, rincorrendoli a brandelli senza afferrarli. Un uomo dentro la caverna buia del teatro. A tratti le mani afferrano il volto in una disperazione afona. Torcendosi l’uomo si fa tagliare dalla lama di luce. La voce di Beck/Beckett tripartita, risuona da lontano.

A. Quella volta che tornasti quell’ultima volta a vedere se la rovina c’era ancora dove ti nascondevi da bambino quando fu quel giorno grigio che prendesti l’undici fino al capolinea e avanti di lì no nessun tram allora tutti andati spariti da un pezzo quella volta che tornasti a vedere se la rovina c’era ancora dove ti nascondevi da bambino quell’ultima volta nessun tram non uno rimasto soltanto i vecchi binari quando fu

Un monologo interiore, un labirinto della mente senza via di uscita. “Creature in un labirinto. Per quanto ancora possiamo continuare a vagare”.
Julian Beck

Parole che si negano. “Le parole muoiono, muoiono di abuso, abusate dal cattivo uso, dal troppo uso, avvizziscono e il loro significato si perde nella nostra lingua, esse tiranneggiano e ingannano e sono il più importante veicolo di menzogna, le parole distorte contro i loro stessi desideri.”
Julian Beck

Un gorgo ininterrotto di niente.

C: mai più lo stesso dopo quel fatto mai più del tutto lo stesso ma quale fatto cosa ci fu di nuovo se non fu una cosa fu un’altra un fatto ordinario qualcosa per cui dopo non potesti più essere lo stesso a trascinarti in giro anno dopo anno affondato nel tuo pasticcio di tutta la vita borbottando a te stesso a chi sennò che non saresti più stato lo stesso dopo questo che non eri più stato lo stesso dopo quello

Beck in scena: fermo come pietra. Una statua antica, alessandrina, un Galata morente. La testa di San Giovanni Battista appena decollata. Un uomo in stato di sonno.
“Voi che dormite, svegliatevi!” è stato a lungo il grido. Ma io grido: “Dormite, dormite! Tuffatevi nella notte, percorrete a grandi passi il labirinto della mente, trovate il minotauro e procuratevi la risposta, confondete la sfinge, liberate la città dall’angelo sterminatore e confondete la morte”(J.Beck)

That time fu incluso nella raccolta di piéces Rima, scritta da Beckett negli anni Settanta. Fu allestito per la prima volta a Londra nel 1976. Dal 1970 al 1978 il Living stava abbracciando la causa dell’azione diretta nella strada con il ciclo The Legacy of Cain (che includerà tra l’altro Seven Meditation on Political Sado-Masochism, Six Public Acts, The Destruction of the Money Tower), con interventi teatrali nelle piazze, davanti alle carceri e alle fabbriche, nelle favelas. Beck e Malina furono incarcerati nel 1971 a Belo Horizonte in Brasile, celle di detenzione del Dipartimento di Ordine Politico e Sociale.

La verità è nella strada e non sempre in teatro.
Julian Beck

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Anna_Maria_Monteverdi

2006-01-18T00:00:00

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