Un carro carico di… storia del teatro

Il progetto di formazione del pubblico di Alessio Pizzech

Pubblicato il 20/01/2006 / di / ateatro n. 094 / 0 commenti /
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Ideazione e regia di Alessio Pizzech.
Con Barbara Esposito, Ilaria Di Luca, Andrea Gambuzza

Alessio Pizzech regista, operatore teatrale e collaboratore di vari festival e strutture teatrali in Toscana (Armunia, La Città del Teatro), ha ideato per la Fondazione Toscana Spettacolo un progetto di formazione per le scuole: si tratta di lezioni tra la storia e la pratica scenica, itineranti come il Carro di Tespi che qualche secolo fa portava gli attori girovaghi a rappresentare spettacoli nelle piazze.
Protagonista è il teatro, il suo cambiare volto dalla Grecia all’Italia dell’epoca della Commedia dell’Arte, dalla Venezia di Goldoni e la Parigi di Moliere fino alla stagione del grande attore ottocentesco. All’introduzione storica segue una rappresentazione ad opera di Ilaria De Luca, Andrea Gambuzza e Barbara Esposito. Tutto per appassionare un pubblico giovane a una prima formazione teatrale – parlando di spazio teatrale, della costruzione del personaggio, di rappresentazione, attore, e testo drammaturgico – e instillargli la voglia di varcare la soglia del teatro come spettatori.
Si tratta di un ciclo di lezioni che permettono agli studenti partecipanti di impadronirsi di strumenti di elaborazione dei linguaggi del teatro e di critica nei confronti dello spettacolo in quanto forma d’arte, divulgando concetti e problemi, ipotesi di lavoro e nuove teorie a chi per età non partecipa ancora a tali orizzonti. Tra i Comuni della Toscana che hanno aderito al progetto: Barberino del Mugello, Bagnone, Volterra.

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Fernando Mastropasqua aveva elaborato alcuni anni fa per Livorno un progetto legato alla formazione dello spettatore teatrale e tra le note di presentazione (significativamente intitolate Le scuole per la Scuola) affermava la necessità dell’attivazione di laboratori teorici e pratici di riconosciuto valore dentro gli enti preposti all’educazione affinché “le scuole che insegnano il mestiere teatrale concorrano a rendere più aperta, più vivace, più libera la Scuola che ha un compito più alto: non insegna un mestiere, ma il mestiere di vivere”. E’ in fondo, un po’ anche questo uno degli obiettivi delle lezioni del Carro di Tespi?

Certamente anche il Carro di Tespi concorre al raggiungimento di una osmosi più forte tra gli ambiti del “far teatro” e il mondo della scuola. Essa è certo l’Ente preposto alla formazione dell’individuo, in essa possiamo trovare risorse culturali ed umane per l’arricchimento delle nuove generazioni ma al tempo stesso la scuola ha bisogno della formazione artistica, del teatro come strumento privilegiato per riflettere sul “vivere” per strutturare un ampio percorso pedagogico rivolto a una nuova cultura della trasformazione, del cambiamento intesi nella loro accezione biologica e psicologica e quindi sociale.
In un mondo, come quello contemporaneo che vive da una parte la totale necessità dell’appiattimento e dall’altra la spinta irrefrenabile verso il nuovo, il teatro ripropone alle nuove generazioni la vita come trasformazione individuale e collettiva.
Il teatro racconta pienamente, testimonia con i suoi testi con le sue caratteristiche di linguaggio, il tempo che gli è proprio. Il teatro vive il proprio tempo e può aiutare la scuola a non divenire un museo della cultura ma un luogo di trasmissione .
Il Carro di Tespi per la sua conformazione ibrida per un suo non essere spettacolo ed esserlo al tempo stesso si propone, così l’ho concepito, come un agile strumento didattico fatto di persone capaci di costruire relazioni di scambio e conoscenza.
Il Carro si pone come una dimensione spazio/tempo educativa che apre a nuovi orizzonti, che vuole parlare della vita, del mutare della vita degli uomini attraverso un mezzo così efficace.
Il Carro di Tespi è questo entrare nella scuola per uscirne, per non sentirla come un ghetto; ad essa mi rivolgo come parte di un complesso sistema sociale, come catalizzatore di sensibilità: una scuola fatta di persone.
Scuola come istituzione ma al tempo stesso nuova Agorà che nel teatro, nello spazio teatrale a confronto con i teatranti trova una sua realizzazione piena. Il carro vuole frantumare i confini ridisegnare nuovi possibili modelli del sapere.

Come sono strutturate le lezioni e come le rappresentazioni si relazionano con la sezione storica/teorica?

Le lezioni sono strutturate in quattro parti.
La prima si sta svolgendo in questi giorni ed è rappresentata sia dalle prove degli attori che si preparano all’incontro con il pubblico e dall’altra dal lavoro di progettazione teorico e pratica, di programmazione che sto svolgendo con i docenti di Barberino, Volterra e Bagnone. Un lavoro di ricerca di senso, di necessità di comprensione degli obiettivi comuni che legano me teatrante all’insegnante e anche le specificità che sono caratteristiche dei due mondi che si incontrano e dei territori dove il carro di Tespi arriverà. Un fase di costruzione ma anche di ascolto.
Scuola e Teatro si domandano: come esserci utili vicendevolmente? Utili nel senso di sollecitare un interesse nelle nuove generazioni, come avvicinarle allo specifico teatrale senza operare forzature ma utilizzando tutto il portato fantastico, mitico che sta dietro alla rappresentazione.
Poi l’incontro – o meglio gli incontri – con i ragazzi partendo dalla consapevolezza di avere adulti educatori che già conoscono il progetto. La lezione ha una prima parte da me condotta che è una e vera presentazione del luogo: il teatro come luogo del silenzio, dell’ascolto, il luogo dove spazio e tempo si sospendono, il teatro come luogo del buio. Capire quindi dove siamo quale può essere la sacralità del luogo teatro poi la lezione vera e propria nel senso della rappresentazione a opera dei tre attori e la parte più importante: il dialogo con i ragazzi per cercare di capire le loro idee sul teatro, le loro impressioni su quanto visto il dialogo con i tre giovani attori (Ilaria Di Luca , Barbara Esposito e Andrea Gambizza ) ed infine un approfondimento a ruota libera “sul teatro in generale e niente in particolare”, come diceva Shaw!
L’obiettivo è certamente prendere più o meno a pretesto la storia del teatro per parlare di noi per capirci per suscitare domande, per incuriosire.

Dalla tua esperienza di formatore e operatore culturale e teatrale: gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori che tipo di teatro conoscono o frequentano? E perché è necessario secondo te oggi fare una “formazione dello spettatore”?

Dalla mia esperienza di formatore i ragazzi non conoscono il teatro, anzi lo detestano. Spesso hanno visto del brutto teatro, sono stati deportati in massa a vederlo non ne comprendono la necessità. Ecco perché per il Carro tanto lavoro pedagogico alle spalle con gli insegnanti e piccoli numeri di ragazzi su cui lavorare.
Il teatro deve diventare un’esperienza umana spesso per loro è un’uscita fuggevole un mordi e fuggi, qualcosa di assolutamente lontano dai loro tempi dai loro ritmi di ascolto ma ne sentono la voglia di farlo, di conoscerlo. I ragazzi sono segretamente attratti dal teatro, affascinati dalla forza di questo mezzo, da come esso possa segnare la loro interiorità. Si tratta di portare a coscienza questo interesse: lo incontrano e se ne innamorano perché sentono che lì sta la possibilità di raccontarsi di mettersi in gioco di conoscersi. Come spettatori oramai passivi non si riconoscono in una dimensione attiva dell’essere spettatore. Abituati a consumare immagini, parole, non possono avvicinarsi al teatro senza domandarsi quanto veramente gli appartenga.
Ma la capacità di abbandonarsi al mezzo è forte…ecco perché è importante formare spettatori per non ritrovarsi solo attori, per aiutare ragazzi a sentirsi pubblico attivo a partecipare all’evento pensando di determinarne la riuscita sentirsi spettatori attivi capaci da cogliere le domande.
La fruizione del teatro non può quindi andar separata da una serie di iniziative che diano ai cittadini la possibilità di vivere quasi quotidianamente lo spazio teatrale. Parlo di cittadini che siano così capaci di vivere il mezzo totalemente capaci di sentirne la possibile trasformazione interiore che in loro produce. Cittadini attenti quindi a fare comunità, spettatori che sono una comunità che si sentono uniti nel riconoscersi nello spazio teatrale per riconoscere la propria singola entità all’interno di un cerchio sociale.
Un progetto è uno spazio/tempo in cui il pubblico dialoghi con il teatro, con chi lo fa. I teatranti quindi che ritornano a una contiguità tra il teatro e il suo pubblico.
Che i teatranti smettano di sentirsi isolati dal mondo come collocati in un altro mondo, giudicanti il resto del mondo. Dialogare con esso con le persone semplici che non possono vivere la preziosità del dedicare la vita al pensiero, alla sensibilità, al fiore dell’anima .
Il Carro quindi per dialogare: porsi il problema di formare o meglio di avvicinare. Lasciamoci avvicinare, tendiamo il nostro spirito e le nostre parole al pubblico, aiutiamolo a sentirci alleati della sua quotidianità..necessario questo se non vogliamo l’estinzione… Se vogliamo essere riconosciuti dobbiamo riconoscere che c’è una parte di mondo che non mette il teatro al primo posto della vita (ciò ci pare strano!) ma che comunque in esso può trovare linfa e vita per il proprio futuro… A questi dobbiamo rivolgerci per avere alleati nella lotta contro l’effimero, contro il vuoto.

Progetti come il tuo possono contribuire a favorire questo tipo di espressione artistica, a saper leggere certe sperimentazioni teatrali e magari anche a far tornare il pubblico giovane a frequentare i teatri in maniera massiccia?

Credo che progetti come il mio contribuiscano a questo, non dico che siano la panacea, ciò che risolve ma ritengo che ogni sforzo che facciamo non solo esteticamente ma anche metodologicamente per creare nuove relazioni fra teatro e società siano stimoli utili. Il plus valore di questo progetto è anche il carattere regionale, il tentativo di creare un modello di intervento sul territorio.
E’ necessario costruire modelli di lavoro applicabili e disegnabili secondo le necessità più o meno esplicite di ogni territorio. Creare progetti che attraversino il tessuto sociale ma che partano dalla scelta etica di porre il destinatario al centro di tali progetti formativi e non come un mezzo attraverso cui realizzarli.
Il destinatario ha la sua importanza: il suo valore etico, il rispetto che dobbiamo allo spettatore sono valori che abbiamo perso che i teatranti presi dalle loro smanie di realizzazione hanno abbandonato.
Il pubblico in realtà è lì, ci attende dobbiamo sollecitarlo in modo intelligente ed umile.
Per il Carro di Tespi ho scelto tre attori giovani provenienti da Scuole importanti nazionali ed internazionali ma che potranno lavorare nell’’interesse del progetto e quindi del pubblico anzi del potenziale pubblico che andremo ad incontrare.

Quale è a tuo avviso il pubblico del teatro di ricerca e perché si sta sempre più assottigliando? Andrea Cosentino in un’intervista diceva che in fondo il pubblico del teatro tradizionale, quello degli abbonati, vive l’andare a teatro come un rituale ma che il cosiddeto teatro di ricerca non ha mai elaborato una ritualità alternativa della stessa efficacia che quindi rimane una faccenda generazionale di rapidissimo consumo. Sei d’accordo?

Sono assolutamente d’’accordo con Cosentino anzi nel chiedere agli Istituti di portare gli stessi ragazzi a veder in tre settimane le tre lezioni c’’è la chiave di lettura della costruzione di un rito. Andare a teatro non è solo vedere un’artista, un lavoro specifico, una ricerca estetica; si è spettatori per il piacere di uscire di casa, di incontrare altre persone,di salutarsi toccarsi baciarsi magari scambiarsi occhiate. Andare a teatro come il costruire per una sera una microsocietà nel foyer prima e poi nella sala.
Il teatro anche in questo ha senso. Le generazioni vicine alla mia hanno ripudiato tale senso rituale, talora lo hanno ritenuto proprio per una spocchia elitaria, atteggiamento borghese ma non hanno saputo costruire alternative a quel vecchio rito. Ora abbiamo un vuoto da colmare tentando di ricucire, di ridare gusto ed entusiasmo agli spettatori sottraendo il teatro alla condanna di essere solo e soltanto noia ed accettando che si possa entrare in una sala pensando che ciò che vedremo magari non ci appagherà ma che quel rito ha ragione di esistenza a prescindere questo.
Per fare questo le istituzioni politiche debbono impegnarsi, garantire continuità, operare per un lento radicamento di tali contenuti nei territori, la politica si assuma la responsabilità di una scelta di cambiamento e i teatranti, sottraendosi alla demagogia, ritrovino una “giovinezza” emotiva che li spinga in un vero “oltre”. La Fondazione Toscana Spettacolo da due anni ha fatto suo questo progetto lo ha stimolato e portato nei territori; io mi sento utile e questo credo,oggi, sia molto.

Info: Fondazione Toscana Spettacolo
http://www.toscanaspettacolo.it
Tel. 055 219851

Anna_Maria_Monteverdi

2006-01-20T00:00:00

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