La polemica tra Cordelli e il CSS

Con un intervento di Franco D'Ippolito

Pubblicato il 26/01/2006 / di / ateatro n. 095

La recensione di Franco Cordelli a Morte per acqua (spettacolo prodotto dal CSS di Udine) ha aperto una piccola polemica.

Questa la nota di Cordelli sul “Corriere della Sera” del 28 dicembre scorso:

I tagli allo spettacolo e le altre sciagure
di Franco Cordelli

Alcuni giorni fa, recensendo sulle pagine romane del “Corriere della Sera” lo spettacolo Morte per acqua di Paolo Mazzarelli, tratto da La terra desolata di Eliot, chiedevo come fosse possibile che un teatro d’un qualche prestigio come il Css di Udine mandasse in giro per il mondo un simile prodotto, così scadente. In una lunga lettera, il presidente del Css Alberto Bevilacqua opina che «ponendo in relazione la qualità di un’opera d’arte con gli sprechi di denaro pubblico» io abbia quasi giustificato i tagli al Fus, il contributo che il ministero riserva, tra l’altro, al teatro di prosa.
Ebbene, il problema è proprio questo. Se è difficile riconoscere un’opera d’arte, è con ogni evidenza impossibile stabilire a priori che cosa lo sia. In questo senso, Bevilacqua ha ragione. Ma è una parte di ragione, è una ragione facile. Il difficile viene dopo. A Bevilacqua, e ai responsabili dei teatri sovvenzionati, spetta il compito dell’oculatezza, della buona gestione. Morte per acqua non solo non è un’opera d’arte, ma non vi si avvicina neppure un poco. Si può rischiare, è giusto rischiare (Mazzarelli è un giovane regista il quale ha scritto una ancor pìù lunga lettera in cui condanna la mia «violenza» e quello che, secondo lui, è un esercizio di «potere»). E si può sbagliare, questo è possibile. Ma perseverare è diabolico. Chiedevo nell’articolo: non solo lo spettacolo è stato prodotto, è stato anche visto e con ogni evidenza giustificato o addirittura lodato, dal momento che ci si è adoperati per la sua esportazione; e poi: a che titolo un teatro come l’India di Roma ha ospitato uno spettacolo del genere, per quali meriti? Se i tagli al Fus sono una sciagura italiana, sciagura non minore è che del poco che resta si faccia cattivo e lamentevole uso. Al contrario, è proprio nelle difficoltà che le vìttime della politica governativa dovrebbero dare il meglio di sé.

Qui di seguito un intervento di Franco D’Ippolito sulla vicenda. Il forum è ovviamente a disposizione per ulteriori contributi…

LETTERA APERTA a FRANCO CORDELLI

Ho letto la recensione di Franco Cordelli dello spettacolo Morte per acqua di Paolo Mazzarelli e la sua lettera di risposta ad Alberto Bevilacqua. Non voglio assolutamente entrare nel merito della questione artistica, del resto non ho visto lo spettacolo e sarebbe scorretto parlare di qualcosa che non si conosce. Mi preme però, ribadendo l’’assoluta legittimità di ogni giudizio critico su un’opera teatrale, provare a rispondere ai quesiti “organizzativi” di Cordelli (come è possibile che il Css di Udine mandi in tournée un prodotto così scadente? non si fanno così sprechi di denaro pubblico e si giustificano i tagli al Fus? a che titolo e per quali meriti il Teatro di Roma ha ospitato uno spettacolo del genere?).
Più e più volte nel corso delle mie lezioni a dei giovani organizzatori teatrali mi sono ritrovato a riflettere con loro su un paradosso del sistema teatrale italiano. Il teatro italiano è evidentemente contrassegnato dalla più ampia incertezza normativa ed economica nel panorama europeo, ma si permette il massimo di dispersione delle risorse artistiche, organizzative ed economiche.
Il paradosso merita una spiegazione. Il sistema teatrale italiano, storicamente, geograficamente e politicamente fondato sul “giro”, funziona attraverso la produzione di uno spettacolo che viene rappresentato in sede (per quelle compagnie che gestiscono un teatro) e venduto in tournée (su un mercato dopato dalla pratica degli scambi e mortificato dai soggetti pubblici della distribuzione). La conseguenza di questo modo di produrre e di distribuire spettacoli è che spettacoli belli non possono essere riproposti in sede più di un tot di repliche a causa degli abbonati (spina dorsale dei teatri di ospitalità italiani) e devono quindi essere tolti dal cartellone e spediti in tournée, mentre magari spettacoli brutti (assolutamente normali in un sistema teatrale normale) restano in cartellone ben oltre il tempo bastevole a decretarne l’’insuccesso, solo per esaurire tutti gli abbonati. Allo stesso modo, poiché la maggior parte degli spettacoli vengono distribuiti (e quindi acquistati) prima del debutto, capita che spettacoli brutti debbano completare comunque il giro e continuare a creare pubblico insoddisfatto, mentre spettacoli belli una volta esaurito il “giro di riferimento” (quei teatri che hanno rapporti di scambio con il produttore o relazioni di fiducia con il produttore) devono chiudere, perché non riescono a vendere una replica in più. Le eccezioni (che ci sono e sono importanti) confermano la regola. Parametri ministeriali, rincorsa alla “prima nazionale” e vecchie abitudini artistiche impediscono al nostro teatro di tenere in vita spettacoli belli e, soprattutto, di chiudere spettacoli brutti, non riusciti. Evidentemente è impossibile uscire dall’’attuale stato di povertà (in tutti i sensi) del teatro italiano, se non mettiamo mano ai processi produttivi e distributivi: come è possibile pensare di risolvere una crisi adottando gli stessi strumenti che l’’hanno determinata?
Cordelli ha ragione quando si lamenta del cattivo e lamentevole uso del poco che è rimasto del finanziamento pubblico al teatro di prosa, ma è davvero convinto che gli artisti e gi organizzatori italiani debbano dare, comunque e sempre, il meglio di sé senza indagare in quali condizioni operano e che, forse, il meglio di sé molti lo danno investendo quel poco che gli resta sulla nuova drammaturgia, sui giovani talenti, sul pubblico che non c’’è? Perché il meglio di sé dovrebbe essere quello di fare spettacoli che piacciono a tanti (e fra i tanti a Cordelli) e non lavorare ogni giorno, nella più totale incertezza del futuro di migliaia di lavoratori (prima che artisti), per continuare a sperare che la società abbia ancora bisogno di teatro?
Al di là della polemica (importante perché mette in luce ancora una volta la diatriba fra servizio e valore del teatro), auspico che Cordelli voglia partecipare, con il suo contributo di pensiero, alla riflessione “organizzativa” cui i teatranti sono oggi costretti: come facciamo a continuare a fare teatro?

Redazione_ateatro

2006-01-26T00:00:00




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