Living with(out) Nam June Paik

Ritratto d'artista

Pubblicato il 11/02/2006 / di / ateatro n. 095 / 0 commenti /
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Alla notizia della morte di Nam June Paik, avvenuta poche settimane fa, mi è venuto in mente il suo bellissimo video Living with the Living Theatre (1989), dedicato all’artista di teatro e suo amico Julian Beck, fondatore assieme a Judith Malina del Living Theatre, una delle massime espressioni di teatro politico contemporaneo.
Realizzato a pochi anni dalla scomparsa di Julian Beck Living with the Living Theatre è un video “in memoria di” e allo stesso tempo “sulla memoria” – personale, storica, culturale -, sui suoi complessi meccanismi associativi e le sue stratificazioni, rese utilizzando le più innovative tecniche di montaggio elettronico, di cui Paik è stato indiscusso pioniere. Il video è un documentario non convenzionale, simile ad altri realizzati da Paik e che hanno aperto la strada a un nuovo genere, il cosiddetto “documentario di creazione”, basato su una mescolanza di generi diversi e su una programmatica assunzione del punto di vista soggettivo dell’autore. Giocato sul duplice registro della documentazione storica e del coinvolgimento personale ed emotivo, Living with the Living Theatre combina interviste a familiari e amici di Julian Beck, con materiale d’archivio tratto da spettacoli e performance del Living Theatre, e flussi di immagini e suoni elettronici evocativi di stati d’animo e di un particolare clima culturale – quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, un’epoca caratterizzata da grandi fermenti in campo artistico e sociale, a cui sia Julian Beck che Nam June Paik hanno apportato un contribuito fondamentale con le loro opere e la loro costante ricerca sperimentale.
Il tema della “memoria vivente”, dell’artista che continua a vivere attraverso le sue opere, oltre che nella memoria di chi lo ha conosciuto, percorre come un filo rosso Living with the Living Theatre ed è quanto mai appropriato, ora, pensando a Paik stesso che sicuramente passerà alla storia come il “padre” della videoarte, che ha fornito un impulso determinante allo sviluppo delle arti elettroniche.
Nato a Seul nel 1932, Paik aveva studiato storia dell’arte e composizione musicale all’Università di Tokyo, laureandosi con una tesi su Schönberg. Aveva poi proseguito la sua formazione in Germania, dove era entrato in contatto con artisti e musicisti d’avanguardia, come John Cage, Karlheinz Stockausen e Joseph Beyus, diventando uno degli esponenti di spicco di Fluxus, il movimento neodadaista transnazionale, dal carattere multimediale e interdisciplinare, animato da uno spirito provocatorio e dissacrante, promotore di una processualità artistica fluida, volta alla realizzazione di eventi, performance, happening più che di oggetti. E’ in questo contesto che nel 1963 Paik presenta alla Galerie Parnass di Wuppertal Exposition of Music-Electronic Television, un evento Fluxus passato alla storia come la data d’inizio della videoarte: in un percorso espositivo che comprendeva pianoforti “preparati”, oggetti passibili di sonorità come pentole e chiavi, un manichino femminile disarticolato in una vasca da bagno e una testa di toro grondante sangue, erano presenti anche tredici televisori, il cui segnale era stato manomesso in vari modi alterando le immagini delle comuni trasmissioni televisive. Altri artisti del movimento Fluxus, come Wolf Vostell, avevano già utilizzato il televisore in varie installazioni per il suo valore simbolico, come oggetto-feticcio della comunicazione massificata, ma nella mostra di Paik, per la prima volta, oltre all’intento di decostruzione critica, viene adombrata la possibilità di piegare il mezzo televisivo a un uso artistico, investigandone le potenzialità come sorgente di immagini luminose in costante metamorfosi.

Nam June Paik Exposition of Music-Electronic Television, 1963. Galerie Parnass di Wuppertal.

Paik è stato anche il primo artista a confrontarsi con la “diretta” e a produrre un video utilizzando il primo modello di telecamera portatile della Sony, il portapack, entrato in commercio nel 1965: si tratta del video Cafè Gogò, Bleecker Street, realizzato a New York riprendendo dal finestrino di un taxi un momento del traffico della Fifth Avenue il giorno della visita del papa Paolo VI; il video venne riproposto la sera stessa, subito modificato, in un ritrovo artistico del Greenwich Village. Nel 1970, in collaborazione con l’ingegnere giapponese Ahuya Abe, Paik realizza di uno dei primi videosintetizzatori a colori, l’Abe-Paik Synthetizer, che consentiva di generare e/o modificare istantaneamente – agendo sulle componenti elettroniche – qualsiasi forma, colore e suono e di mixarli insieme. Instancabile sperimentatore, Paik ha investigato il territorio delle arti elettroniche nelle sue molteplici forme con uno stile inconfondibile, che deve molto alla sua formazione musicale e a una mescolanza di influssi provenienti dall’incontro tra cultura orientale e occidentale: “Penso di comprendere il tempo meglio degli artisti del video che provengono dalla pittura e dalla scultura. La musica è manipolazione del tempo… Come i pittori comprendono lo spazio astratto, così io comprendo il tempo astratto”, ha dichiarato Paik.
Nelle sue opere musica e immagini si fondono con grande sapienza, idiosincraticamente aperte a una vasta gamma di “tonalità” diverse, oscillante tra una sorta minimalismo zen e una straripante e spettacolare esplosione di effetti speciali giocosamente anarchici. Al filone minimalista-contemplativo appartengono opere come Zen for TV (1963), un televisore posto verticalmente il cui monitor è attraversato al centro da un’unica striscia luminosa, e TV Budda (dell’opera esistono varie versioni), installazione composta dalla statua di un Budda situata di fronte a un monitor, il quale può essere completamente svuotato, o contenere una candela accesa, oppure riflettere l’immagine del Budda stesso. Di impatto completamente diverso sono le monumentali videoinstallazioni che assemblano una miriade di schermi attraversati da forme di luce colorata in incessante movimento, come la torre di oltre mille monitor costruita per le olimpiadi di Seoul (1998) o gli ambienti di Electronic Super Highways allestiti nel Padiglione Tedesco alla Biennale di Venezia del 1993.

Nam June Paik, Tv Buddha, 1989. Karlsruhe, Media Museum Zkm.

Nam June Paik, The more the better, Installation for 1003 monitor, 1988. Giochi olimpici di Seoul.

Non c’e ambito dell’espressività artistica coniugata con le tecnologie e i modelli della comunicazione mediatica (magari per stravolgerli) che non sia stato investigato da Paik: memorabili le performance a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta in collaborazione con la violoncellista d’avanguardia Charlotte Moorman, trasformata in una videoscultura vivente rivestita di monitor (tra cui Opera Sextronique, TV Bra for Living Sculpture e TV Cello); pionieristiche le sue trasmissioni via satellite degli anni Ottanta Good Morning Mr. Orwell, Bye Bye Kipling, Wrap around the World: tentativi, in anticipo sui tempi, di favorire la comunicazione globale e lo scambio tra culture diverse.
Sono opere fondamentali per la reinvenzione del linguaggio televisivo anche i suoi videotape, spesso omaggi a artisti d’avanguardia suoi amici e colleghi (tra cui: Beatles Electronique, 1966-69; Global Groove, 1973; A Tribute to John Cage, 1976; Guadalcanal Requiem, 1977; Allan ‘n’ Allen’s Complaint, 1982; Merce by Merce By Paik, 1978; Living with the Living Theatre, 1989), diventati oramai delle opere di culto nell’ambito della videoarte per aver radicalmente sovvertito la sintassi convenzionale del video, liberando le potenzialità dell’immagine elettronica, caratterizzata dall’essere un flusso di energia luminosa in costante mutamento, duttile, malleabile, disponibile alla metamorfosi. Veri e propri collage elettronici composti da immagini e suoni di natura e provenienza diversa, che si sovrappongono, si frammentano, si contrappongono secondo un andamento ritmico sincopato, ora lento ora velocissimo, i video di Paik hanno aperto la strada a gran parte delle sperimentazioni successive.

Charlotte Moorman performing Paik’s Concerto for TV Cello and Videotapes, 1971. Galleria Bonino, New York, November 23, 1971. © The Estate of Peter Moore/VAGA, NYC. Collection of Barbara Wise, New York.

Nam June Paik Global groove, video stills 1973.

Impegno, determinazione, ironia, irriverenza, passione e allo stesso tempo capacità di distacco (retaggio della cultura orientale) hanno contraddistinto il suo atteggiamento nei confronti dell’arte e dell’operare artistico, un atteggiamento che forse si può sintetizzare in una dichiarazione rilasciata in un’intervista nel 1978; alla domanda dell’intervistatore che gli chiedeva se ritenesse che le sue opere avrebbero goduto di una popolarità di massa Paik rispose: “Non me ne importa proprio niente. A me, piacciono. Se alla gente piacciono sono affari loro. Ecco perché tutti i lunedì dormo fino all’una, per far vedere al mondo che sono indipendente. Sono pigro. Dico a tutti di non telefonarmi di lunedì”.

Le citazioni di Paik sono tratte da Video, vidiota e videologia di Gregory Battock e Paul Schimmel, in Rosanna Albertini e Sandra Lischi (a cura di), Metamorfosi della visione, ETS Editrice, Pisa, 1985.

Silvana_Vassallo

2006-02-11T00:00:00

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