Ma che faccia aveva Shakespeare?

I ritratti (veri e presunti) in mostra alla National Portrait Gallery di Londra

Pubblicato il 09/04/2006 / di / ateatro n. 098 / 0 commenti /
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La memoria su William Shakespeare vive da sempre un paradosso: da un lato quella che è stata definita “Bardolatria”, il culto del “cigno di Stratford”, ha ispirato una vera e propria industria culturale e sottoculturale, che sforna in continuazione spettacoli, film, saggi, riviste, romanzi, gadget di ogni genere…D’altro canto i documenti in qualche modo effettivamente riconducibili a Shakespeare sono molto pochi, malgrado secoli di ossessive ricerche i tutti gli archivi, ci restano una mezza dozzina di firme, il testamento e qualche altro atto burocratico, qualche raro accenno – magari venato d’invidia – da parte di qualche scrittore suo contemporaneo, e pochissimo altro: un unico disegno , ripreso dallo schizzo di uno studente olandese, sull’interno di un teatro dell’epoca, lo Swan, un disegno con personaggi del Titus Andronicus, con i loro costumi.

Lo Swan Theatre (1596-97 circa) nel disegno di Arendt van Buchell, ripreso da uno schizzo di Johannes de Witt.

Non sorprende che questo paradosso – nutrito per di più da un periodo della vita dello scrittore, gli “anni perduti”, dove le tracce documentarie scompaiono completamente – abbia generato un’enorme quantità di ipotesi più o meno strampalate: tra tutte, la fantasia che a scrivere i capolavori di Shakespeare non sia stato Shakespeare, ma un altro drammaturgo, magari Christopher Marlowe, un filosofo come Francis Bacon o Giordano Bruno, un nobiluomo come De Vere o Southampton, o addirittura la regina Elisabetta in persona…
Un grasso filone dell’industria shakespeariana riguarda le fattezze dello scrittore, a partire dai ritratto – veri o presunti – affiorati nel corso dei secoli, e che sono al centro di indagini storiche, estetiche, scientifiche, filologiche (e in definitiva fisiognomiche…). E questa indagini, a farsele riassumere, sono appassionanti come un thriller (perché i dettagli, come nella maggior parte delle indagini, rischiano di annoiare).

L’incisione di Martin Droeshout sull’in-folio del 1623 e il busto di Gheerart Janssen

L’incisione di Martin Droeshout che compare nella prima edizione dell’in-folio del 1623.

Il busto di Garrat Johnson (Gheerart Janssen) per il monumento a Shakespeare nella Holy Trinity Church di Straford-upon-Avon (1623 circa).

Certo, abbiamo l’incisione che campeggia sul celeberrimo primo in-folio e la statua sul suo monumento nella natia Stratford: ma risalgono al 1623, alcuni anni dopo la sua morte. Oltretutto sono opera di artisti non eccelsi, e danno l’immagine di quello che Shakespeare era diventato alla fine della sua vita: un agiato gentiluomo di campagna, il figlio del guantaio che aveva fatto fortuna a Londra ma poi aveva abbandonato il turbolento modo del teatro per tornare nella cittadina che l’aveva visto crescere.
Insomma, questi ritratti non hanno né il lampo demoniaco né l’olimpica calma che ci si aspetterebbe da un genio universale. Insomma, è un po’ il personaggio immaginato dal drammaturgo Edward Bond, che nel suo Bingo (scritto negli anni Settanta e portato in scena la scorsa stagione in Italia da Lorenzo Loris) porta in scena Shakespeare come un ricco possidente e maggiorente, che prende le parti della sua classe sociale contro i poveri contadini che si vedono espropriare i terreni.
Per contrastare la compiaciuta bonomia di quelle effigi, un’incisione e un busto, si è scatenata nel corso dei secoli la ricerca di un ritratto shakesperiano un po’ meno banale, in grado di darci qualche indizio sull’interiorità di un grande creatore. Anche perché – a differenza di altri – Shakespeare non ha certo disseminato la propria opera di espliciti riferimenti autobiografici. E quelli – assai rari – che troviamo, risultano spesso ambigui, difficilmente decifrabili. Un ritratto – presumibilmente commissionato dallo stesso soggetto – può dunque fornire informazione assai preziose sull’immagine che Shakespeare aveva di sé, e su quella che voleva dare (per non parlare dell’eventuale valore economico di un’opera del genere). Purtroppo anche per i ritratti, come per diverse altre faccende shakesperiane, siamo nel regno delle ipotesi. Si sono avvicendati nel corso dei secoli diversi candidati, ma non possiamo avere alcuna certezza, se non negative.
A fare il punto sulla situazione è una piccola ma emozionante mostra alla National Gallery di Londra, Searching for Shakespeare, a cura di Tarnya Cooper (nel catalogo saggi di Marcia Pointon, James Shapiro e Stanley Wells). Si può vedere, raccolta per l’occasione, quasi tutta l’evidenza storica dell’esistenza di William Shakespeare e sul suo teatro: i documenti cui si accennava sopra, le prime stampe dei suoi testi (spesso opera di tipografi disinvolti), alcuni oggetti d’epoca (costumi, anelli di matrimonio e funebri, eccetera), ma soprattutto i ritratti veri o presunti.
In mostra ce ne sono sei, che val la pena di guardare da vicino.

Il ritratto Chandos
National Portrait Gallery, Londra

A parere della curatrice della mostra e del catalogo, Tarnya Cooper, resta l’unico possibile candidato. In effetti, è il numero 1 nel catalogo della National Portrait Gallery, che proprio con questa mostra celebre il suo cinquantesimo anniversario. Fu per l’appunto un dono del 3° Duca di Chandos che diede inizio alle collezioni del museo londinese (ed è peraltro indicativo che, proprio mentre il Commonwealth britannico era all’apice della potenza, il primo ritratto appeso alle sua pareti non sia stato quello di un sovrano o di un condottiero).
La tavola è stata presumibilmente dipinta nei primi anni del XVII secolo, e una antica tradizione la attribuisce a John Taylor, pittore e forse anche attore. L’età del soggetto corrisponde più o meno a quella di Shakespeare all’epoca. La prima testimonianza che lega il ritratto a Shakespeare, dell’antiquario George Vertue, che in un suo taccuino elenco i proprietari del quadro risalendo fino a Taylor, è tuttavia assai tarda: risale al 1719.
D’altro canto quel volto ha destato qualche perplessità. Per esempio nel 1864 J. Hain Farrell scriveva:

“E’ difficile immaginare che il nostro Shakespeare, così essenzialmente inglese, sia stato un uomo dalla carnagione scura, pingue, con un’espressione da straniero, una fisiognomica decisamente ebrea, capelli fini e ricci, con una bocca in qualche modo lubrica, occhi bordati di rosso, labbra licenziose, una espressione volgare e i lobi forati dall’orecchino.”

Ancora nel 1907 M.H. Spielmann, storico dell’arte e grande esperto di ritratti shakespeariani, rincarava la dose:

“E’ difficile credere che questo volto bruno, tipicamente italiano, possa rappresentare un esemplare della pura stirpe inglese degli Shakespeare delle Midlands.”.

Pietosamente nel catalogo la curatrice annota che all’epoca molti altri gentiluomini avevano capelli scuri, a giudicare dai ritratti, e che l’ingiallimento della tavola, oggi assai rovinata, poteva influire sul giudizio degli osservatori.

Il ritratto Grafton
The John Rylands University Library, The University of Manchester

Beh, soprattutto dopo il recente restauro i tratti sono certamente più fini, l’occhio – almeno quello – più chiaro. Come campeggia in alto, il ritratto è stato dipinto nel 1588 e il soggetto aveva all’epoca 24 anni (ma c’è una correzione, si è osservato: prima c’era scritto 23), esattamente l’età del Bardo in quell’anno.
Anche l’abito è più sontuoso di quello del ritratto Grafton: anzi, un abito del genere poteva essere indossato solo dai nobili, anche se qualcuno se lo faceva prestare proprio per mettersi in posa davanti a un pittore: sembra tuttavia improbabile che un giovane attore potesse permettersi una giacca così costosa.
Insomma, non si conoscono l’identità del pittore né quella del soggetto. Fu scoperto all’inizio del XX secolo, in una locanda di Winston-on-Tees: i proprietari raccontarono che era stato donato a un loro antenato da uno dei Duchi di Grafton, da cui prese il nome.
A suggerirci l’identificazione del soggetto è tuttavia solo la coincidenza delle date. Uno dei tifosi del ritratto Grafton, non a caso, fu agli inizi del Novecento il professor Spielmann.
Tuttavia questa immagine ha ancora oggi i suoi fans: dovrebbe infatti risalire ai misteriosi “anni perduti” (1585-1592), il periodo della biografia di Shakespeare per il quale non abbiamo alcun documento storico o testimonianza: e dunque, se il ritratto fosse autentico, potrebbe offrire numerosi indizi di grande interesse.

Il ritratto Sanders
Lloyd A. Sullivan, Ottawa

Non ha un aspetto particolarmente mediterraneo, l’uomo ritratto su questo pannello. E per di più sembra lanciare un sorriso enigmatico, sottolineato da uno sguardo acuto e ironico. Forse anche per questo al professor Spielmann non dispiaceva nemmeno il cosiddetto ritratto Sanders, dipinto presumibilmente intorno al 1603. Fu lui infatti a trascrivere un’etichetta – ormai praticamente illeggibile – che si trova sul retro, che diceva trattarsi di tal “Shakpere/Born April 23 = 1564/Died April 23 = 1616/Aged 52/This likeness taken 1603/Age at the time 39 ys”. La carta dell’etichetta dovrebbe risalire alla metà del XVII secolo, ma la scritta è probabilmente posteriore, anche perché il compleanno di Shakespeare cominciò a essere festeggiato nel giorno di san Giorgio, il protettore dell’Inghilterra, solo un secolo più tardi. Inoltre il soggetto sembra avere qualcosa meno dei quasi quarant’anni dichiarati.
Prende il nome da John Sanders, un pittore che dovrebbe aver avuto qualche rapporto con Shakespeare (anche se non ne abbiamo alcuna prova) e attraverso i suoi discendenti è arrivato fino all’attuale proprietario. Esiste traccia di un John Sanders, pittore, che però aveva più o meno vent’anni alla meta del XVII secolo, e dunque non può essere l’autore dell’opera.

Il ritratto Janssen
Folger Shakespeare Library, Washington

Anche in questo caso, come nel ritratto Grafton, un’iscrizione ha indotto qualcuno a credere che potrebbe trattarsi dello sfuggente Shakespeare: “AEte 46/1610”. Poi la curvatura dell’ampia fronte, ormai priva di capelli, sembrava corrispondere a quella dell’incisione che apre l’in-folio. In terzo luogo, l’abito non solo segue i dettami della moda nel 1610 circa, ma corrisponde anche all’idea del costume di un gentiluomo che si erano fatta gli studiosi dell’Otto e del Novecento.
Riemerso alla fine del Settecento, prende il nome da un pittore di origine olandese, Cornelis Janssen. Quando la Folger Library (il maggiori archivio shakesperiano del mondo) decise di acquistarlo, nel 1932, fu convinta dal parere di Joseph Q. Adams, all’epoca supervisore della ricerca della prestigiosa istituzione: “con il ritratto Chandos… e il ritratto Flower… questo è il più celebre ritratto di Shakespeare”.
Purtroppo nel 1964 David Piper si accorse di una strana coincidenza: esisteva un altro ritratto molto simile, senza date, che ritraeva un gentiluomo, probabilmente Sir Thomas Overbury. Unica differenza, il buon Overbury aveva molti più capelli. Ci si accorse a quel punto che l’ampia fronte erano stati dipinti sopra i capelli (e anche l’iscrizione era stata scritta sopra la ridipintura): a restauro ultimato, restano la bella frangetta originaria, ma anche l’iscrizione, a ricordare le fortune del quadro. Che in ogni caso non può essere stato dipinto dal buon Janssen, che nel 1610 aveva appena diciassette anni.

Il ritratto Soest
Shakespeare Birthplace Trust, Stratford-upon-Avon

Anche Gerard (o forse Gilbert) Soest era un pittore di origine olandese, attivo a Londra a partire dal 1640. L’opera dovrebbe risalire al 1667, cioè dopo la chiusura dei teatri imposta da Cromwell a partire dal 1642 e la loro riapertura nel 1659 (e nell’occasione fu permesso anche alle donne di salire sulle scene). Insomma, si ricominciavano a mettere in scena i testi di Shakespeare (anche se in versioni adattate al gusto dell’epoca ) e si ricominciava a parlare di lui.
Molto probabilmente il buon Soest aveva di fronte il ritratto Chandos e un attore che, si diceva, somigliava a Shakespeare. Ne venne fuori un quarantenne certamente meno bohémien (per cominciare, gli tolse quell’orecchino, così alla moda mezzo secolo prima) e dall’aspetto meno mediterraneo, con una espressione consapevole e intensa (“introverso e di buone maniere, e di indole sensibile”, annota la Cooper): insomma, una personalità meglio delineata, e certo meno trasgressivamente impulsiva.
Questo è il capostipite di una ampia panoplia di ritratti che hanno cercato nel corso dei secoli di accordare l’aspetto di Shakespeare all’idea che via via si andava sedimentando, e che via via cambiava.

Il ritratto Flower
Royal Shakespeare Company, Stratford-upon-Avon

Riemerso intorno al 1840, prende il nome da uno dei suoi proprietari, John Flower.
E’ stato considerato a lungo l’immagine più credibile, quella da cui il diligente Droeshout aveva tratto la sua incisione. Ma neppure il fiducioso Spielmann era di questo parere: per lui in quadro era stato dipinto all’inizio del Seicento, ma la “legnosità” della composizione gli fecero pensare che fosse stata l’incisione ad ispirare il quadro e non viceversa.
Poi, nel 2005, il colpo di scena. L’esame ai raggi X ha rivelato che sotto il ritratto c’era una Madonna con Bambino e Giovanni Battista, un dipinto italiano risalente alla metà del Cinquecento. Anche Spielmann si era accorto della ridipintura, ma le tecniche dell’epoca non gli avevano permesso di andare oltre questa constatazione.
L’angolo in alto a sinistra è stato ripulito, e si può vedere un frammento del paesaggio che faceva da sfondo: anche in questo caso, è stata preservata la scritta “William Shakespeare, 1609”
Il falsario era senz’altro abile: utilizzò una tavola sufficientemente antica, riprese alcune tecniche pittoriche dei primi del Seicento, corresse alcuni degli “errori” di Droeshout (a cominciare dall’orecchio mal posizionato). Ma, come può capitare ai falsari più abili, fece anche qualche errore: utilizzò per esempio qualche pigmento un po’ troppo moderno, come un giallo cromo che i pittori iniziarono a utilizzare dopo il 1814, e probabilmente anche un blu ultramarino che cominciarono a fabbricare in Francia solo dopo il 1828.

Quella dei ritratti di Shakespeare è una storia divertente, tra capelli cancellati e orecchie spostate, fisiognomisti razzisti e astuti falsari. Ha ispirato articoli scientifici e libri; tra i più recenti, quello di Stephahie Nolan, Shakespeare’s Face, Knopf, Toronto, 2002).
E se restano sempre valide le parole dell’amico Ben Johnson nei versi che aprono l’in-folio (che dicono, più o meno: “Beh, l’incisione gli assomiglia abbastanza, ma l’importante sono le parole di Shakespeare, non il suo aspetto”: “Reader, looke / Not on his Picture, but his Booke”), non si può dimenticare che la storia dei ritratti di Shakespeare ha molto da dirci: non su Shakespeare, ovviamente, ma su di noi.

Se volete saperne di più, curiosate anche nella nostra poderosa ateatropedia, e in particolare date un’occhiata alla recensione della mostra Shakespeare nell’arte.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2006-04-09T00:00:00

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