Speciale Torino 2006: la cultura e il teatro rilanciano la città

Una intervista a Fiorenzo Alfieri

Pubblicato il 23/05/2006 / di / ateatro n. 099 / 0 commenti /
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Prosegue con questa ampia intervista a Fiorenzo Alfieri, a lungo assessore alla Cultura del Comune, lo Speciale Torino 2006 iniziato in ateatro 97 e ateatro 98.

LA POLITICA CULTURALE DEL COMUNE

Il Comune di Torino sta puntando molto sulla Cultura come fattore di trasformazione della città, una linea rafforzata anche da studi economici in materia. Come è nata e in che cosa consiste questa politica e qual è la funzione specifica del teatro in questo disegno?

Nasce dalle necessità di progettare per Torino un futuro diverso dal suo passato di città monopolizzata dall’industria manifatturiera, quasi esclusivamente automobilistica. Nel 2000 le diversi componenti del sistema-città, dopo due anni di un lavoro che aveva coinvolto più di duemila persone collocate in posizioni “sensibili”, sottoscrissero un “piano strategico” che prefigurava uno sviluppo non più unidimensionale ma articolato in diversi vettori di sviluppo. Uno di questi era la cultura. Perché? Perché la cultura è un valore in sé, perché dà coraggio e speranza ai cittadini, perché produce ricchezza e soprattutto perché è l’unico sistema linguistico capace di trasmettere in tempi brevi e in modi efficaci un’immagine positiva di tutto un sistema sociale e non solo delle sue componenti specificamente culturali. Basterebbe quest’ultima motivazione, che proprio in questa fase post-olimpica sta funzionando in modo clamoroso, a giustificare gli investimenti che sono stati fatti e quelli previsti per il futuro. Il teatro è un valore in sé, dà coraggio e speranza a chi lo ama, produce posti di lavoro e incassi, può contribuire a far sì che il mondo esterno si accorga di questa città. A una condizione però: che abbia le caratteristiche necessarie a raggiungere obiettivi di questo tipo, in particolare l’ultimo.

La città sarà in grado di sostenere anche nei prossimi anni investimenti così importanti, comunque molto superiori alla media nazionale?

Qui non è questione di media nazionale. E’ questione di pianificazione strategica. Torino non è confrontabile con altre città italiane: nessuna altra città italiana ha bisogno urgente e irrinunciabile di cambiare completamente pelle come lo ha Torino. La nostra città è invece confrontabile con altre città europee che si sono trovate in circostanze analoghe. Quelle di loro che “ce l’hanno fatta” hanno tutte puntato sulla cultura per far capire al mondo che “stavano facendo sul serio”. Per diventare città di cultura, certamente, ma anche e soprattutto per tornare a essere protagoniste dell’economia e del lavoro. Il museo Guggenheim a Bilbao ha indubbiamente attratto una quantità di turisti che prima quella città non poteva neppure immaginarsi, ma ha soprattutto attratto investimenti e nuove iniziative produttive per il semplice fatto che l’opinione internazionale è stata indotta a pensare: “Se una città come quella ha saputo sorprendere il mondo con una scelta così azzeccata, significa che è coraggiosa, innovativa, affidabile. Allora è conveniente portare lì, anziché altrove, nuove industrie, nuove banche, nuove organizzazioni internazionali, una nuova edilizia di qualità e così via.” Perciò non è la media nazionale italiana che ci serve per decidere come e quanto investire in cultura, ma sono gli obiettivi che vogliamo raggiungere e l’esame delle esperienze realizzate da quelle città confrontabili con Torino che, come dicevo, “ce l’hanno fatta”.

IL PROGETTO DOMANI

Ci sembra che Progetto Domani (cona la scelta di affidare a Luca Ronconi la parte più qualificante e consistente del programma culturale parallelo alle Olimpiadi) sia stata un po’ la punta di un iceberg, la scelta più visibile – ma non occasionale – di un percorso complesso. (su questo vedi Specile Torino 2006: non solo Ronconi. A progetto concluso, quali obiettivi si poneva il progetto e che bilancio trae di quell’esperienza?

L’idea di candidare Torino alle Olimpiadi del 2006 nacque durante l’elaborazione del piano strategico. L’unica candidatura esistente era quella di Venezia (sic!): se ne parlò durante una riunione del gruppo di lavoro su sport e turismo e nell’arco di tre settimane venne elaborato il dossier di candidatura. L’assegnazione a Torino fu un’assoluta sorpresa: fino all’ultimo momento il candidato vincente era la svizzera Sion. L’allora sindaco Castellani spostò voti durante l’ultima presentazione al CIO mostrando con immagini significative proprio i risultati del processo di elaborazione del nostro piano strategico e disse: “Questo è quanto la nostra città dovrà fare per evitare il declino di un’intera conurbazione di un milione e mezzo di abitanti. Se avremo le Olimpiadi il processo verrà facilitato e accelerato; altrimenti dovremo realizzarlo comunque, anche se con molte più difficoltà .” La maggioranza dei membri del CIO decisero di aiutare Torino anziché fare “piovere sul bagnato” di una ricchissima cittadina svizzera di 14.000 abitanti. Per la prima volta, in questo modo, le Olimpiadi invernali si sono tenute in una grande città. Il valore aggiunto dell’edizione 2006 è stato determinato, a detta di tutto il mondo, dall’offerta culturale che Torino è stata in grado di produrre. Noi non abbiamo organizzato un festival culturale effimero, della durata di quindici giorni; al contrario abbiamo chiesto molto per tempo alle diverse componenti del sistema culturale della città di far convergere nella prima metà del 2006 iniziative collegabili ai valori olimpici e capaci di rappresentare il meglio della cultura del paese ospite con linguaggi di carattere universale (come previsto dal contratto tra CIO e Città di Torino, sottoscritto dopo l’assegnazione dei giochi). Ogni componente ha fatto le sue proposte e il gruppo di coordinamento (formato dai tre assessori alla cultura di Città, Provincia, Regione e dal rappresentante del TOROC) ha potuto organizzare un palinsesto che è stato considerato dal CIO il migliore di tutti i tempi, Olimpiadi estive incluse. Noi abbiamo detto a tutti coloro che ci manifestavano ammirazione per un programma di così grande qualità e completezza che in qualsiasi altro momento in futuro fossero tornati a Torino avrebbero trovato un’offerta analoga. Il Teatro Stabile ha preso alla lettera il contratto citato: si è rivolto al più grande regista italiano e gli ha chiesto un progetto capace di parlare al mondo. Ronconi e Le Moli hanno proposto un sistema di cinque spettacoli (come sono cinque i cerchi olimpici) dedicati ai temi che più di altri oggi fanno chiedere all’umanità: “Che ne sarà di noi domani?”. Il sindaco e io abbiamo subito capito che quel progetto sarebbe diventato il simbolo delle nostre Olimpiadi della Cultura e avrebbe svolto una funzione di traino di tutto il resto del programma. Come è puntualmente avvenuto. Quando sento dire che la Città avrebbe fatto meglio a “distribuire” le sue risorse tra cinque registi, mi rendo conto che non è stato capito niente del Progetto Domani. La città non ha mai voluto organizzare cinque spettacoli teatrali: perché mai le sarebbe dovuto venire in mente un’idea del genere? La città ha accolto una proposta del Teatro Stabile di Torino che rispondeva perfettamente ai criteri ai quali si dovrebbero attenere delle Olimpiadi della Cultura. Tutto qui. Così come ha accolto la proposta del direttore artistico di Torino Danza di affidare a Barberio Corsetti lo spettacolo Il colore bianco e la proposta del Teatro Regio e del Teatro Stabile di affidare a Gianfranco Cobelli La Tempesta di Shakespeare-Purcell e la proposta delle compagnie teatrali torinesi riunite di produrre lo spettacolo Interferenze tra la città e gli uomini. A proposito: chi ha detto che nella sezione teatro/danza delle Olimpiadi della Cultura di Torino 2006 ha lavorato soltanto Ronconi?

Quali sono e quali saranno le ricadute?

Il Progetto Domani ha innanzitutto conciliato la qualità con la quantità. Alla faccia di chi diceva che si sarebbe trattato di un’operazione di élite abbiamo avuto le sale sempre esaurite per tutta la durata dell’operazione (40 giorni). Recentemente è stata messa insieme la rassegna stampa sull’iniziativa: sono cinque volumi con un migliaio di servizi di tutti i giornali italiani e di tutti i principali giornali internazionali. Per quanto riguarda i giovani, poi, delle cinquecento persone, tra attori e tecnici, che hanno lavorato da sei a dodici mesi al progetto, la stragrande maggioranza era composta proprio da giovani. Gradualmente parecchi tra i tecnici stanno entrando nel sistema teatrale torinese e piemontese e altri si sono inseriti in ambienti lavorativi di altre località italiane. Il Teatro Stabile ha definitivamente imboccato la strada della compagnia stabile attingendo a larghe mani dal serbatoio fornito dal Progetto Domani. Inutile dire che gli spettacoli verranno ripresi a Torino (la prossima stagione del TST debutterà con la ripresa del testo di Ruffolo) e in altre città (Lo specchio del diavolo è già stato al Piccolo di Milano, mentre Il silenzio dei comunisti sarà a Prato e così via); anche se noi non vogliamo che si ripeta altrove il “miracolo” che è avvenuto a Torino; caso mai si ripeterà a Torino.

Sul forum di ateatro si è scatenato un dibattito con posizioni molto articolate, tanto dal punto di vista artistico, che economico-organizzativo. Su questo secondo punto, anche chi ha difeso con forza la necessità di superare visioni “pauperistiche” del teatro e sottolineato la positività che si fosse investito sul settore, ha criticato il costo dell’operazione, o meglio la concentrazione dell’investimento su un solo punto di riferimento artistico. Cosa pensa di queste considerazioni?

In parte ho già risposto. Se la mettiamo sui costi, allora non avremmo neppure dovuto fare le Olimpiadi nel modo che tutti hanno potuto constatare o direttamente o sui teleschermi di casa. Proprio in questi giorni stiamo constatando la ricadute delle nostre Olimpiadi. Torino è stata presa d’assalto dai turisti e dai media. Gli alberghi (compresi quelli nuovi di zecca) si sono riempiti durante i week-end primaverili. La Fiera del Libro ha superato i 300.000 visitatori in quattro giorni, con 100.000 visitatori in più rispetto all’anno scorso. Durante la manifestazione di apertura dell’anno di Torino Capitale mondiale del libro, Michele Serra ha pronunciato una frase diventata subito famosa in città: “Per quanto riguarda la cultura Torino oggi sta a Milano come New York sta a Saluzzo (con tutto il rispetto per Saluzzo)”. Perché si dicono queste cose? Principalmente per il fatto che le Olimpiadi hanno suddiviso il loro successo in parti uguali tra lo sport e la cultura. E poiché l’offerta culturale è stata leaderizzata dal progetto Ronconi, se ne deduce che quella scelta è stata determinante per la valorizzazione di un’occasione fondamentale per noi come le Olimpiadi in generale e le Olimpiadi della Cultura in particolare. Chi invoca la giustizia distributiva (“se si volevano fare cinque spettacoli, allora si dovevano distribuire le risorse tra cinque registi”) si dovrebbe chiedere quale effetto trainante delle Olimpiadi della Cultura avrebbe avuto una normalissima giustapposizione di spettacoli di media importanza realizzata da registi diversi. Non ne avrebbe avuto nessuno, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito. Ribadisco che noi non abbiamo mai voluto “fare cinque spettacoli”: ci siamo trovati davanti a un progetto del Teatro Stabile di Torino che ci è parso subito coerente alla superesposizione valoriale, organizzativa e comunicativa tipica di una Olimpiade e quindi lo abbiamo adottato. Sarebbe bene non dimenticare che l’intero Progetto Domani è costato meno della cerimonia inaugurale delle Paraolimpiadi e la quinta parte della sola cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Questi sono i termini di paragone quando si ha a che fare con un evento planetario come le Olimpiadi, non la normale programmazione teatrale in un’Italia sempre più asfittica.

GLI SPAZI PER TEATRO E MUSICA

Nel giro di pochissimo tempo si sono moltiplicati gli spazi per lo spettacolo, e altri ne stanno nascendo: non esiste il rischio di passare dal troppo poco al troppo? In particolare, qual è il rapporto tra domanda e offerta? Quale dovrà essere l’equilibrio tra qualità e costi di gestione? Qual è la specificità delle singole sedi in una logica di “piano regolatore” dello spettacolo cittadino?

Per quanto riguarda la musica, a Torino abbiamo il Teatro Regio con la sala grande e piccola, il Conservatorio, l’Auditorium Rai e l’Auditorium del Lingotto. In occasione delle Olimpiadi abbiamo riqualificato il Conservatorio che adesso è all’onore del mondo. La RAI ha concluso i lavori di ristrutturazione del suo Auditorium, che ha riaperto i battenti dopo otto anni di chiusura. Per due domeniche consecutive le porte sono rimaste aperte ai cittadini: sono riusciti ad entrare 12.000 persone per ciascuna domenica e hanno vissuto per più di otto ore per volta in compagnia della musica classica. Questo per sottolineare quanto i cittadini aspettavano la riapertura dell’Auditorium RAI. Fortunatamente oggi disponiamo di tutti i nostri spazi per la musica, anche se non c’è stata alcuna moltiplicazione degli spazi musicali. Ciò che è importante a Torino è che esiste un’associazione chiamata Sistema Musica che riunisce tutte le realtà musicali di un certo peso (Settembre Musica, Orchestra RAI, Lingotto Musica, Regio, Unione Musicale, Conservatorio, Filarmonica di Torino, Stefano Tempia eccetera) e che si rapporta con il coordinamento che tutte le altre hanno messo in piedi. Ogni mese esce una rivista che presenta congiuntamente tutta l’offerta musicale ma anche i dibattiti in corso, i progetti nuovi rivolti soprattutto al pubblico giovanile e così via. La “regolazione” del lavoro e dell’offerta musicale ha quindi una sua precisa struttura di riferimento nell’associazione Sistema Musica.
Per quanto riguarda il teatro, quando ho iniziato questo lavoro la situazione vedeva il TST disporre di sole due sale entrambe antiche: il Carignano con 600 posti e il Gobetti con meno di 200. Per gli spettacoli più grandi doveva affittare dai privati l’infelice sala dell’Alfieri. Solo pochissime tra le altre numerose compagnie operanti a Torino disponevano di sale, ricavate per lo più da spazi parrocchiali. La situazione era disperata. La richiesta più forte proveniente da tutto il sistema teatrale fu non solo di mettere a disposizione nuove sale ma soprattutto di creare spazi di nuova concezione e cioè “parallelepipedi neri, vuoti, con graticcia su tutto il soffitto e tribune a scomparsa in modo da poterli usare per qualsiasi necessità” (parole dei richiedenti). Il Comune di Moncalieri aveva utilizzato fondi europei per ricavare spazi per spettacolo dalle ex Fonderie Limone: una sala grande con 500 posti e una piccola con 150 del tipo sopra descritto, con laboratori e foresteria. Per poterlo utilizzare, quello spazio è entrato a far parte della Fondazione Teatro Stabile portando in dote le Fonderie Limone che hanno subito ottenuto un grandissimo gradimento da parte del pubblico (lì è stato collocato Il silenzio dei comunisti e verrà riproposto Lo specchio del diavolo, entrambi del Progetto Domani). Il TST aveva intanto ristrutturato l’ex cinema Astra, ricavando una sala del tipo di cui sopra con 400 posti, che è stata inaugurata con la trilogia della guerra di Bond per il Progetto Domani; diventerà il punto di riferimento principale per la danza e per spettacoli teatrali interdisciplinari, cioè fortemente collegati alla danza, alla musica, al nuovo circo. Per un colpo di fortuna inoltre siamo stati omaggiati da Zara di una nuova centralissima sala di 180 posti realizzata allo scopo di poter usare a suoi fini commerciali l’ex Cinema Vittoria senza bisogno di una variante urbanistica. In questo caso si tratta di una sala vera e propria, però totalmente smontabile: il Progetto Domani vi ha collocato Biblioetica, un percorso aperto a diverse soluzioni, a scelta del pubblico. Il destino del Teatro Vittoria è il teatro “da camera” e tutto ciò che ha a che fare con il reading, gli incontri con i filosofi, con gli scienziati e così via. Provvisoriamente sono stati utilizzati spazi nella Cavallerizza Reale che stanno ospitando soprattutto teatro di impegno sociale. Infine è stata portata a compimento la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, in zona stadio olimpico, che è bellissima e ha iniziato trionfalmente la sua attività gestita dalla Fondazione che riunisce il Teatro dell’Angolo e altre quattro compagnie del settore. Ci manca ancora una sala da 1000 posti che verrà ricavata nel Teatro Nuovo che Torino Spettacoli (teatro stabile privato) è in procinto di restituire al Comune. Questi nuovi spazi sono a disposizione sia del TST sia di tutte le altre compagnie (più di 40) che sono coordinate dall’AGIS e che fanno parte del STT (Sistema Teatro Torino): si tratta di un tavolo dove sono presenti anche le istituzioni e il TST. Il STT, grazie a un sistema di convenzioni con le sale private (tra cui vanno citate l’Espace gestito dal CSD di Beppe Bergamasco e Ulla Alasjarvi , il Teatro Agnelli di Assemblea Teatro e l’Officina CAOS di Boccaccini alle Vallette) e alla disponibilità di quelle citate, è riuscito a dare una casa a tutte le compagnie e ad accogliere anche quelle nuove, che sono per noi la prospettiva per il futuro. Inoltre è riuscito a favorire la co-produzione dei progetti più interessanti. Mentre cinque anni fa c’era la guerra tra TST e il resto del teatro torinese e tutti passavano parte del loro tempo a polemizzare, oggi c’è una situazione più tranquilla che vede il TST supportare in molti modi il resto del teatro torinese anziché starsene chiuso nel suo comodo castello; e vede il resto del teatro torinese produrre molto di più che nel passato. Non tutti i problemi sono risolti, ma una cosa è certa: il teatro a Torino è tornato a essere molto vivo, a interessare i giovani, a parlare dei fatti che interessano la gente. Il STT presidia costantemente la “regolazione” di ciò che succede; non vedo quale ulteriore piano regolatore sia necessario. Per quanto riguarda le risorse finanziarie, innanzitutto è stato messo al centro del tavolo permanente del STT tutto ciò che le tre istituzioni, le due fondazioni bancarie, il Ministero destinano al teatro torinese non stabile. Lo Stabile a sua volta ci ha messo del suo sia come denari sia come servizi. Così ogni anno è stato possibile ottimizzare le disponibilità e sostenere i nuovi progetti più interessanti. Ovviamente alcune compagnie vorrebbero di più e non è stata completamente superata la sensazione che il TST operi in una situazione di privilegio rispetto agli altri. Sarà comunque difficile superarla anche in futuro, specialmente da parte delle altre realtà teatrali. Ma non c’è dubbio che sia stata imboccata la strada della cooperazione e dello sviluppo.
Abbiamo già aperto il confronto in vista di una diversa impostazione per il prossimo futuro. Per far fronte agli ulteriori probabili sviluppi del sistema sarebbe bene individuare un certo numero di poli (esempio: Assemblea Teatro a Mirafiori, Caos alle Vallette, l’Espace di Bergamasco in Vanchiglia, la Casa in zona S. Rita ecc.) e creare un tavolo per ognuno che “regoli” l’attività di quelle compagnie che vi si sono aggregate. Lo Stabile verrebbe perciò “utilizzato” dai capifila dei poli e non direttamente da ciascuna compagnia. Si richiede ovviamente una presa di responsabilità forte da parte dei suddetti capifila che dovrebbero pensare non solo per sé ma anche per la “famiglia” delle altre compagnie accasate presso di loro.

GLI SPAZI, LO STABILE, IL REGIO E LE COMPAGNIE

La maggior parte dei nuovi spazi sono stati realizzati da (o affidati a) Stabile e Regio. E’convinto di questa scelta e ritiene vada perseguita anche in prospettiva?

Nessun nuovo spazio è stato affidato al Regio, al quale manca da sempre una sala prove per l’orchestra: speriamo di poterla ricavare dalla Cavallerizza quando finalmente il Demanio ce ne venderà una parte. Il TST gestisce tecnicamente (oltre a Carignano e Godetti) le Fonderie Limone, il Teatro Astra, il Teatro Vittoria e gli spazi provvisori della Cavallerizza, ma come ho detto tutto il STT ne fruisce.

Nel documento sull’attività del Comune del dicembre 2005 lei respinge con decisione la critica secondo cui si metterebbe troppo potere nelle mani dei due enti (ma ci è sembrato di cogliere qualche sfumatura fra Regio e Stabile, cioé fra attività teatrale e musicale). Non pensa che questi due enti rischino di essere eccessivamente connotati per funzioni di servizio e perdere una propria fisionomia e funzione artistica? O che alcune fra le numerosissime compagnie presenti in città, alcune potrebbero assumersi anche compiti gestionali con minori costi e favorendo la specializzazione degli spazi (e il rafforzamento delle compagnie)? La sua politica nei confronti delle compagnie andrà anche in questa direzione di “stabilizzazione attiva”?
E a proposito dell'”eccessivo potere” (e mi riferisco in particolare allo Stabile): credo che il suo ragionamento sia corretto e condivisibile quando fa riferimento a politiche pubbliche che trovano negli organismi pubblici un braccio esecutivo. Ma non pensa che scelte come quella del “Sistema Teatrale Torino”, che costringe tutte le compagnie a rapportarsi anche in termini di contenuti con lo Stabile, porti le compagnie stesse a una mortificazione della propria autonomia progettuale (dal punto di vista organizzativo e artistico) e anche a forme di “autocensura”?

Quando si pongono i problemi in questo modo è perché non si conoscono o non si vogliono conoscere due fondamentali presupposti. Il primo riguarda l’aspetto finanziario. Come è noto i bilanci di spesa corrente ogni anno vengono drasticamente ridotti, non credo soltanto a Torino. Perciò tutte le principali istituzioni culturali (Teatro Regio, TST, Musei civici, Museo del Cinema, Museo dell’Automobile, Film Commission eccetera) si sono trasformate in associazioni o fondazioni che vengono sostenute anche dalle fondazioni ex bancarie e da altri sponsor privati e possono essere sostenute dalle pubbliche istituzioni tramite la creazione di fondi di dotazione parzialmente disponibili. Per creare fondi di dotazione gli enti pubblici possono utilizzare il bilancio degli investimenti che ha meno vincoli di quello di spesa corrente. Il che significa che soltanto tramite Regio e Stabile sia il Comune sia la Regione sono in grado, di questi tempi, di sostenere attività come quelle di cui stiamo parlando. Se ci rapportassimo direttamente alle compagnie tramite contribuzioni dovremmo usare risorse correnti che non ci sono. Ma il secondo presupposto è ancora più importante. Gli statuti delle nostre due principali istituzioni teatrali, in particolare quello del TST, dicono esplicitamente che tra i loro compiti c’è anche quello di promuovere e sostenere l’attività del territorio. Io tengo molto a questo principio. Non ho mai accettato lo stereotipo che i teatri pubblici siano dei corrozzoni mangiasoldi che pensano solo ai loro interessi e che, in particolare, servono soltanto a soddisfare i “capricci” dei loro direttori artistici. Questi ultimi non devono sentirsi dei privilegiati, ma degli operatori impegnati a difendere l’interesse pubblico. Se noi lasciassimo che i teatri pubblici si limitassero a fare le loro produzioni, con quali strumenti gestiremmo tutto ciò che non è teatro pubblico? Quali progetti dovremmo scegliere e quali scartare? Chi deciderebbe: l’assessore in persona, i suoi uffici? Sulla base di quali professionalità? O dovremmo forse mettere in piedi un’altra struttura (lo Stabile 2, come qualcuno ogni tanto chiede) con tanto di direttore artistico e relativi uffici? Non c’è altra strada, sia per motivi finanziari sia per motivi politico-organizzativi, che quella di ragionare in termini di concertazione tra istituzioni, teatro pubblico e compagnie private. Il fatto che il direttore del teatro pubblico sia un elemento del sistema da attivare in fatto di qualità dei progetti mi pare del tutto corretto. Se non lo facesse lui, lo dovrebbe fare qualcun altro. Chi? Non si possono sostenere tutti i progetti che vengono in mente alle compagnie: se si deve scegliere, la competenza del direttore del TST è una risorsa da spendere non tanto per dire sì o no a progetti già definiti, quanto per dialogare preventivamente. Se non ha la competenza e la saggezza necessarie, allora si cambi direttore artistico; non ha senso crearne un altro con il ruolo di rapportarsi allle compagnie. Ovviamente il teatro pubblico deve stare onestamente al gioco, altrimenti non va bene. Ma oggi i teatri pubblici sono fondazioni i cui soci fondatori sono le istituzioni. Se non sanno stare al gioco la responsabilità è delle istituzioni, non dei presidenti e dei direttori dei teatri pubblici. Sono le istituzioni che devono scegliere presidenti, consigli e indirettamente direttori capaci di far funzionare i teatri pubblici senza costringere le istituzioni stesse a mettere in piedi altre organizzazioni teatrali parallele o magari concorrenti per completare o correggere il loro operato. Nel caso specifico di Torino, mi pare davvero una forzatura parlare di mortificazione dell’autonomia progettuale delle compagnie: ve lo vedete Le Moli che mortifica i Marcidos?

Svincolare il “sistema” dallo Stabile non porterebbe a una maggiore vivacità e dinamicità e non renderebbe più efficace anche il ruolo del Comune? Non mi sembra casuale fra l’altro che le compagnie si siano moltiplicate ma che siano prevalentemente subalterne, che ci siano pochissime realtà “forti”.

Il ragionamento mi pare lamarckiano: la funzione sviluppa l’organo. In altre parole, se si facesse una politica diversa verrebbero fuori realtà “forti”. Come si sa è stata la teoria di Darwin a imporsi su quella di Lamarck: Darwin ritiene che l’adattamento all’ambiente non deriva da un’azione modificatoria dell’ambiente sulla specie ma dal fatto che la specie va a cercarsi l’ambiente migliore per le sue esigenze che sono intrinseche, derivate dalla natura profonda di ciascuna specie. Le realtà “forti” devono esserci prima di adattarsi. Il Laboratorio di Settimo è nato in un periodo estremamente più difficile di quello attuale ed è nato perché Gabriele Vacis ha saputo creare intorno a sé un gruppo dotato di una forte identità. In questo momento nel teatro torinese c’è grande fermento, come mai in passato. Continuamente compagnie giovani vengono supportate nella realizzazione di progetti nuovi. Non bisogna però esagerare: è necessario che i progetti nascano da necessità artistiche e morali, per voglia di realizzarli; in caso contrario verrebbero indotti dalla sola disponibilità finanziaria e risulterebbero forzati, appunto non “necessari”. Prima o poi nasceranno realtà “forti” grazie a personalità altrettanti “forti”. Se in questo momento non ci sono, non dobbiamo dare colpa allo Stabile e non dobbiamo neppure sottovalutare la quarantina di realtà esistenti che meritano tutto il nostro rispetto anche se non sono particolarmente eclatanti. Ammesso che non siano “forti” realtà come i già citati Marcido, o come Walter Malosti, Assemblea Teatro, il Baretti di Davide Livermore, Michele di Mauro, Beppe Rosso o la stessa Fondazione Casa Teatro Ragazzi e Giovani, erede del glorioso Teatro dell’Angolo.

LA FUSIONE TRA STABILE E REGIO

Se ne è parlato in questi mesi. Sulla carta l’idea sembra molto buona, e di sicuro innovativa nel sistema italiano. E’ un disegno concreto? Quali obiettivi economico/organizzativi si pone? e da punto di vista artistico? Lei pensa che accorpare i due enti possa effettivamente consentire economie di scala? Personalmente ho avuto contatti con diversi teatri nazionali dell’est che per tradizione riuniscono in un solo ente teatro, opera balletto e ho sentito più di un sovrintendente criticare questo sistema, imputando a questa “grandezza” problemi burocratici, sindacali, economici, appesantimenti gestionale.

Sono convinto che non abbia nessun senso creare una fondazione unica per la prosa e la lirica soltanto per motivi economici o organizzativi. La proposta d’altra parte non è venuta dalle istituzioni, ma dai due teatri e in particolare dai due direttori artistici, Tutino e Le Moli. Sono loro che sentono la necessità di abbattere le barriere espressive che oggi spaccano il teatro: la musica da una parte e la parola dall’altra. Quando si vuole innovare, quando si vuole tornare in mare aperto, quando si vogliono aprire le finestre per fare entrare aria nuova è sempre opportuno tornare alle origini, ripensare nel nostro caso a quando e a come è iniziata la storia di quello che chiamiamo teatro. Questo era innanzitutto una priorità sociale, non un intrattenimento per il tempo libero. I greci, quando arrivavano in una nuova località della Sicilia o della Calabria, prima di ogni altra cosa cercavano il posto per costruirci il teatro: prima il teatro e poi le case. Perché? Perché in quel luogo si teneva insieme la comunità e lo si faceva non con delle lezioni cattedratiche o dei comizi politici ma attraverso le forme di comunicazione specie-specifiche (come direbbe Chomsky) dell’uomo: la narrazione di storie, la musica, la danza in luoghi di superba bellezza, al passaggio tra il giorno e la notte, usando fuochi, maschere, immagini fortemente colorate. La specie umana è fatta così: reagisce a questi stimoli e allora quando la vogliamo impressionare dobbiamo usarli tutti insieme. Bisognava, all’origine, che le persone uscissero dal teatro diverse da come vi erano entrate e che portassero a lungo con sé le cognizioni/emozioni che là le avevano fortemente colpite. Non mi pare strano che oggi si desideri ritrovare un senso al teatro e ci si ribelli all’idea che venga relegato tra le forme di intrattenimento per il tempo libero. Per ritrovare quel senso mi pare logico che si cerchi di creare una nuova situazione di partenza che non si ponga barriere, steccati, confini prima ancora di cominciare. Abbiamo la possibilità a Torino di creare una struttura che si occupi contemporaneamente di quelle cose che oggi si chiamano lirica, prosa, danza, musica colta e, cosa ancora più importante, anche di tutto ciò che può interconnettere tra di loro queste diverse forme di espressione mettendosi così in sintonia con ciò che si va sperimentando oggi nel mondo delle arti performative, senza chiedersi a priori in quale casella inserire ogni nuova creazione. O questo ragionamento ha senso o se no, almeno per quanto mi riguarda, non starò certamente a perdere tempo nell’inseguire una nuova formula organizzativa priva di contenuto. Se invece il progetto culturale risulterà fondato, non credo che si incontreranno particolari difficoltà a realizzarlo. Abbiamo alle spalle la creazione della Fondazione Torino Musei, che ormai da quattro anni gestisce in modo unitario i diversi musei civici (il Museo di Arte Antica di Palazzo Madama, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, il Borgo Medioevale, il Museo d’Arte Orientale), ognuno dei quali aveva un suo direttore e una sua struttura consolidata negli anni. Non solo si sono razionalizzate le strutture gestionali ma si è aperto un discorso culturale completamente nuovo che non ha steccati predeterminati al suo interno. Un unico teatro pubblico capace di elaborare al suo interno progetti aperti e innovativi e di offrire al pubblico un cartellone dove siano presenti ovviamente prodotti tradizionali appartenenti alle diverse categorie ma anche operazioni capaci di antemporre il senso e la funzione sociale e umana del teatro al fatto che si debba necessariamente procedere come si è sempre fatto, per la semplice ragione che si è sempre fatto così, mi parrebbe davvero una bella e buona cosa.

IL FESTIVAL EUROPEO (E I FESTIVAL IN GENERE)

Quale è il suo parere sulla costituzione della nuova fondazione per un festival europeo? Se ne sentiva la necessità?

Noi del Comune non ne sentivamo la necessità, ma siccome l’ha sentita la Regione Piemonte – “che è una regione d’on

Mimma_Gallina

2006-05-23T00:00:00

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