Radio, televisione e teatro in workshop a Milano

Con qualche appunto preliminare su teatro e nuove tecnologie

Pubblicato il 25/05/2006 / di / ateatro n. 099 / 0 commenti /
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Attore digitale – Qualità tecnica della parola recitata in Radio e in Tv, workshop promosso dalla Direzione strategie tecnologiche della Rai, Milano, Civica Scuola d’’Arte Drammatica, 24-25 maggio 2006

Dove vanno la radio e la televisione? Dove sta andando il teatro? E soprattutto dove stanno andando gli intrecci tra gli uni e l’altro? A queste domande ha provato a rispondere il workshop organizzato da una serie di prestigiose istituzioni (e che si è concluso con un accordo tra Rai ed Eti, sul quale torneremo presto).
Il seminario è stato realizzato con la partecipazione del Centro ricerche e innovazione tecnologica (Crit), e in collaborazione con Radio Rai, Rai Fiction, Rai Trade, Università Cattolica di Milano, Provincia di Milano, Iulm, Scuole Civiche di Milano-Scuola d’Arte drammatica “Paolo Grassi”, Eti e anche alcuni docenti universitari; tra gli altri sono intervenuti Carlo Rognoni, consigliere Rai; Luigi Rocchi, direttore Strategie tecnologiche Rai; Agostino Saccà, direttore Rai Fiction; Nicola Cona, amministratore delegato Rai Trade; Francesco De Domenico, direttore radio produzione; Gino Alberico e Marzio Barberio, del Crit. Ma sono intervenuti anche, tra gli altri, Laura Angiulli, Andrea Balzola, Giulio Bosetti, Felice Cappa, Carlo Gabardini, Lucilla Giagnoni, Carlo Gregoretti, Cesare Lievi, Giorgio Simonelli, Gabriele Vacis…
Nel corso della intensa due giorni sono state presentate alcune tecnologie (HD tv, ovvero la televisione ad alta definizione; attori e scenografie virtali; audio multicanale; DVB-H, ovvero la tv che si può vedere sul telefonino) come spunto di discussione con “televisivi”, “radiofonici” e “teatranti”, “professori” e artisti”, “ingegneri” e “creativi”, come stimolo e spunto di dibattito.
Per iniziare una serie discussione, tuttavia, è forse utile fare alcune premesse.
Il primo ostacolo è che nelle discussioni sul tema teatro e nuove tecnologie si rischia spesso di partire da idee del teatro e della televisione (e del videoteatro) vecchie e superate dai fatti. I “puristi” difendono a oltranza l’alterità del teatro, in nome della sua specificità (l’incontro qui e ora di attore e spettatore); nessuno nega la legittimità di un teatro fatto solo di un attore, uno spettatore e una candela; e dal punto di vista teorico, questo postulato è al centro di ogni seria riflessione sul teatro e sui nuovi media. Ma questa non può essere – e in effetti non è – l’unica opzione di teatro praticata e praticabile, che esclude tutte le altre.
Tuttavia i puristi del teatro compiono un errore teorico, perché quello tra il teatro e la tecnologia è un rapporto originario, fondante: nasce infatti con la maschera. E c’è anche un pizzico d’ipocrisia: perché i tecnici delle luci e del suono dei loro spettacoli usano da anni computer assai sofisticati e tecnologicamente assai aggiornati. Certo, ci sono sempre in primo piano il corpo dell’attore e lo sguardo dello spettatore, ma c’è da sempre anche momto altro.
I “realisti” della televisione partono invece dall’inevitabilità dell’esistente (almeno di quello che loro ritengono tale), e oltretutto al grado più infimo: per loro la televisione sono e saranno le sorelle Lecciso, il palinsesto ha le sue necesità e se qualcosa cambia, lo farà solo in peggio (dal punto di vista della qualità del prodotto).
E’ evidente che se un purista e un realista si mettono a pensare al teatro in televisione, non faranno una cosa vecchia: faranno, per dirla da ingegnere, un videoteatro vecchio al quadrato, cioè più che vecchissimo.
Con la loro nobiltà d’animo, sia i “puristi” sia i “realisti” agiscono per il nostro bene.
I primi vogliono evitare che il teatro venga volgarizzato dalla modernità e dal predominio della tecnica(“Ahi! Deggher!!!”), dalla trivialità dei mass media (che peraltro già da tempo inquinano i palcoscenici con esibizioni di vedettes del piccolo schermo) e dallo star system gossiparo (che peraltro funzionava già assai bene per le attrici parigine dell’Ottocento…).
I secondi cercano di prevenire le illusioni degli artisti di teatro (“Ah, le cinque ore dei miei Spettri il sabato sera al posto di Panariello!!! Finalmente la cultura alle masse!”); e preòurosi vogliono anche evitare che i manager televisivi buttino via i soldi degli azionisti in progetti nobilmente culturali ma troopo lontani dalla golosa trivialità del telespettore, che vuole solo tette, culi e battutacce (Auditel imperante, destinati ad affossare l’incasso pubblicitario).
Però prima di far discutere puristi e realisti, sarebbe meglio guardare quello che sta già succedendo.
Sul versante teatrale, sono numerose le compagnie e le realtà che da decenni in Italia e nel mondo contanimano le tecnologie elettroniche, sulla scia di quello che ha fatto Nam June Paik nelle arti visive. Gaia Scienza (le scenografie virtuali di Cuori strappati), Giorgio Barberio Corsetti e Studio Azzurro (Canera astratta), Carrozzone-Magazzini Criminali, Mario Martone, Raffaello Sanzio, Motus (in particolare L’ospite e il Progetto Pasolini), Teatrino Clandestino (Madre assassina), Roberto Latini (Ubu incatenato), Giacomo Verde (Storie mandaliche), Roberto Castello, Roberto Paci Dalò, eccetera eccetera. Tutti teatranti (ma anche danzatori e musicisti) che praticano nel nostro paese un’ibridazione che ha sul piano internazionale numerosi altri alfieri. E in Italia in questo settore abbiamo punte di eccellenza, come dimostrano le partecipazioni a festival e le coproduzioni internazionali.
Sul versante dei nuovi media, la digitalizzazione porta a una convergenza tra le diverse arti (che rilancia in certo modo il sogno wagneriano dell’opera d’arte totale) e alla disseminazione in vari formati e su vari canali. La vecchia televisione generalista non esiste più: o meglio, è solo una delle tante opzioni che potremo attivare sul nostro schermo: un monitor che va dal display del telefonino (o dalle lenti-schermo di certi visori) fino ai mega-schermi degli home theater ad alta definizione. Questo comporta nuove fasce di spettatori, e nuove posibilità di interazione.
Insomma, non esiste un solo teatro e non esiste una sola televisione, con l’autoritaria conseguenza che tutti gli altri tipi di teatro sono sbagliati e che tutti gli altri tipi di televisione sono impossibili “per ragioni di palinsesto”. Di più, bisogna immaginare che esistono mille possibili intrecci tra teatro e televisione, finora in gran parte inesplorati. E bisogna sapere che esistono numerosi artisti (e spettatori) che hanno voglia di esplorarle.
Per capire quali direzioni prendere, bisogna uscire dai nostri schemi mentali.
In primo luogo è necessario riflettere sulla nozione di teatralità, al di là di ogni integralismo. Per esempio, quali sono gli aspetti teatrali(e televisivamente vincenti) di esperienze diversissime come il Vajont di Paolini, il Grande fratello e Camerà Cafè? (un suggerimento: il format che meglio riprende la lezione delle avanguardie teatrali è il Grande fratello).
Parallelamente, va ribadito che i nuovi media hanno avuto un impatto ineludibile sul nostro teatro. Basta ricordare che la definizione “essenziale” del teatro da cui siamo partiti, quella cui si appellano i “puristi”, si è definita solo in opposizione ai nuovi media (cinema e tv). L’impatto sul teatro, prima che nell’uso esplicito di mirabolanti tecnologie, i nuovi media l’hanno avuto sulla percezione e sulla sintassi di artisti e spettatori. Basti pensare agli aspetti cinematografici e ipertestuali negli spettacoli teatrali di Luca Ronconi o di Robert Lepage, e al rapporto c’è tra lo schermo video e la scena di Robert Wilson. O ancora, ai riverberi e alle risonanze tra Beckett romanziere, Beckett drammaturgo e Beckett videoartista.
Un altro punto nodale. La tecnologia non è un problema tecnico o una moda. Non deve servire a stupire gli spettatori e neppure a risparmiare sui costi di allestimento o sui cachet degli artisti (perché sappiamo che oggi una proiezione video costa meno di un fondale dipinto, e per di più si muove). La tecnologia è prima di tutto una questione di linguaggio (dovrebbe essere inutile ripeterlo) e dunque è un problema poetico. Certo, è meglio (soprattutto per gli inserzionisti) avere la possibilità di vedere Un posto al sole in alta definizione (o sul telefonino, in tram, mentre torno dal lavoro), ma non è questo il punto; e il punto non è neppure se su quegli schermi mi vedo Fanny e Alexander di Bergman invece di Vacanze di Natale 2 o la replica Saranno famosi. Il punto è se l’alta definizione o il videofonino mi permettono di vedere e creare qualcosa di diverso non solo dal punto di vista dei contenuti o della distribuzione dei medesimi. Tutta la storia dei media (inutile citare McLuhan), così come quella delle avanguardie artistiche novecentesche, ci dice che questa invenzione poetica e di comunicazione è un processo inevitabile.
Un altro elemento. Fino a qualche anno fa le attrezzature video e audio erano assai complesse e costose: servivano enormi investimenti e tecnici specializzati. Oggi un qualunque squattrinato studente del DAMS ha accesso a macchine e tecnologie assai avanzate e sofisticate, e in quei laboratori trova anche qualcuno che gli insegna a usarle. Con un costo di poche decine di migliaia di euro, qualunque portatile fa tutto quello che fino a pochi anni fa facevano apparecchiature costosissime, che magari si trovavano solo negli studi Rai, Fino a qualche anno fa distribuire un prodotto multimediale era costoso, i canali (tv e cinema) erano pochi e sotto stretto controllo politico. Oggi mettere i propri contenuti online non costa praticamente nulla (come dimostra anche questo sito), con un pubblico potenziale di milioni di spettatori (potenziale, per quanto riguarda questo sito: ma siamo nell’ordine delle migliaia di frequentatori…).
Lo sviluppo sta avvenendo e avverrà a prescindere dai “realisti” e dai “puristi”. Ci sono artisti che capiscono e amano la tecnologia e la usano in termini creativi e poetici. Esistono università (Dams, politecnici, accademie) dove sono attivi laboratori dove si sperimenta la contaminazione tra linguaggi e la convergenza tra le arti multimediali (teatro compreso). C’è un pubblico curioso e attento. C’è la rete che offre enormi possibilità di comunicazione e diffusione.
Insomma, è già in atto una alleanza tra artisti/autori, università e pubblico: da questo incontro stanno nascendo nuovi generi e nuovi format.
Se vorranno, la RAI, o manifestazioni come TTV, o i grandi teatri, potranno collaborare a questo processo. Altrimenti queste istituzioni si ritroveranno a inseguire quello che sta già avvenendo altrove. Si tratta di decidere se è meglio investire adesso in ricerca e sviluppo, o se è meglio aspettare per comprare un format a caro prezzo.
ateatro (in particolare con la sezione tnm a cura di Anna Maria Monteverdi) lavora da sempre per fornire una cornice storica e teorica sugli incroci tra teatro e nuove tecnologie e per informare su quello che sta accadendo nel settore.
Quella che segue è una piccola antologia di testi pubblicati da ateatro e legati dalle tematiche affrontate in questo breve testo.

L’attore digitale

L’attore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
di Oliviero Ponte di Pino

Il teatro, la maschera e la tecnologia

50.1 I giocattoli di Dioniso
Sul mito dell’invenzione del teatro
di Fernando Mastropasqua

La convergenza multimediale delle arti

78.4 L’opera d’arte totale del XXI secolo
Andrea Balzola – Anna Maria Monteverdi, Le arti multimediali digitali, Garzanti, Milano, 2004
di Erica Magris

70.59 Teatro e tecnologia tra Eco o Narciso
Recensione a Te@atri nella rete di Maia Borrelli e Nicola Savarese
di Anna Maria Monteverdi

64.50 Le avanguardie teatrali e le tecnologie del loro tempo
Testo inedito dell’intervento per il convegno “Il teatro nell’era del digitale”, Parigi, 24 ottobrre 2004
di Béatrice Picon-Vallin (traduzione dal francese di Erica Magris)

59.38 Il teatro nell’era digitale
Le Théâtre à l’ère du numérique, Parigi, 24 ottobre 2003
di Anna Maria Monteverdi 

52.20 Teatro delle interfacce
Ovvero la tecnica come questione d’arte
di Frank Bauchard

Il videoteatro e la sua storia

98.5 Appunti per una mappatura del videoteatro
Con qualche annotazione sul bando di Concorso Italia 2006 di TTV
di Anna Maria Monteverdi e Oliviero Ponte di Pino

 
Il teatro come ipertesto

1.2 Ronconi videogame
Lolita nel teatro delle meraviglie
di Oliviero Ponte di Pino

57.51 L’ipertesto mandalico
Un mail a Oliviero Ponte di Pino
di Andrea Balzola

57.50 Un teatro mandalico
Un mail a Giacomo Verde, Andrea Balzola & Co.
di Oliviero Ponte di Pino

56.15 Storie mandaliche 2.0 di Andrea Balzola e Giacomo Verde a Castiglioncello

Verso una narrazione ipertestuale
di Anna Maria Monteverdi

La teatralità televisiva: da Paolini al Grande fratello

Teatro e televisione
(Paolini, Baliani, Ovadia, Fo su Raidue)
di Oliviero Ponte di Pino

52.31  E se Il grande fratello fosse nostro cugino?
Alcune provocatorie tesi teatro e nuove tecnologie di Oliviero Ponte di Pino

69.15 La neo-televisione può nascere dal teatro?
Dal catalogo di Riccione TTV 2004 expanded theatre
di Oliviero Ponte di Pino 

Beckett tra teatro e tv

99.20 Beckett 100: Video Beckett
Installazioni, opere video, cortometraggi, animazioni e videoscenografie ispirate a Samuel Beckett
di Anna Maria Monteverdi

La sperimentazione televisiva di Carmelo Bene in Rai

38.8  Lo spettro di Craig nell’Amleto televisivo di C.Bene (Rai 1977)
Una analisi delle prime scene
di Fernando Mastropasqua

Tra teatro e video

36.6 Raffaello & altro
Riccione TTV 2002 XVI edizione
di Silvana Vassallo

96.84Studio Azzurro manda Galileo all’inferno
Il debutto del nuovo lavoro a Norimberga
di Studio Azzurro

87.50 Integrazione tecnoespressiva e métissage artistico nel teatro di Robert Lepage
Dal volume a cura di M.M.Gazzano che contiene gli atti del convegno su Cinema e intermedialità
di Anna Maria Monteverdi

Oliviero_Ponte_di_Pino

2006-05-25T00:00:00

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