Autoritratto dell’attore da giovane (6)

Passioni d'attrice

Pubblicato il 28/06/2006 / di / ateatro n. 097 / 0 commenti /
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Prosegue con Monica Nappo la serie di Autoritratti dell’attore da giovane. Nelle precedenti puntate (e nell’archivio di ateatro trovate Michela Cescon, Paolo Pierobon, Elena Russo Arman, Alessandro Genovesi, Federica Fracassi e Andrea Cosentino.

(foto di Marcello Norberth)

Perché ho scelto il teatro.

Mi sembrava la forma di fuga dalla realtà più interessante che avessi mai incontrato, e ovviamente di sublimazione del dolore… Eh eh eh…
Ho cominciato molto presto, a 18 anni: con dei compagni del liceo formammo una vera e propria compagnia, gestivamo un miniteatro di 50 posti, ci occupavamo di tutto: biglietti, pulizie, luci, costumi… Questo miniteatro si chiamava Il Bardefè. Eravamo aiutati e guidati da un professore del liceo Umberto Serra, gli piacevano soprattutto i testi contemporanei, sarà stato lui a passarmi quest’amore.
Ricordo che restavamo lì delle ore a improvvisare, a leggere, a mettere su spettacoli. Con i soldi dei biglietti, oltre che cantando nei locali e con altri lavoretti, riuscivo a contribuire al mio mantenimento e a quello del Bardefè. Ecco, stare chiusa lì dentro con altre persone che come me si sentivano a loro agio a scambiarsi i ruoli e a dimenticarsi di quelli reali… Poi per fortuna è diventato anche altro…
Adesso sento che mi piacerebbe fare teatro anche in luoghi diversi: gallerie d’arte, musei, locali notturni… Mi piacerebbe mischiare sempre più tutto, mischiare questi mondi e le persone che ci sono dentro, farli comunicare. Vedere sempre più quanto sono labili i loro confini.

Il mio percorso di formazione.

Sostanzialmente recitare, fare teatro. Credo sia l’unica cosa che ti fa entrare e misurare con la complessità del tutto.
Ho partecipato anni fa a un corso tenuto da Renata Molinari, “Parole in azione”, e lì ho incontrato lei e Marco Baliani, Giorgio Barberio Corsetti, Cesare Lievi, Marco Martinelli… Insomma, come formazione quella è stata la mia esperienza più lunga. Ma sostanzialmente fare teatro, quante più esperienze diverse, fare dei laboratori… Mi aiuta moltissimo cambiare approccio.
L’ultimo seminario è stato di danza butoh, con il maestro Masaki Iwana. Fondamentalmente non mi interessa vedere un attore che usa solo la tecnica, che non usa anche qualcosa di animale in scena, che non si prende il rischio di cadere, senza mostrarmi il lato schizofrenico della cosa, il privato e il pubblico contemporaneamente. Mi ha colpito molto una cosa su cui si lavorava molto nel butoh con Iwana. Lui dice sempre di prestare attenzione al muoversi (con il corpo e con le proprie sensazioni) da essere umano e non da persona, o almeno a essere consapevoli della differenza (e io pensavo all’abbrutimento da tournée): lasciarsi sorprendere, insomma, anche da se stessi, dalle proprie resistenze… Nel suo lavoro il piano fisico e quello spirituale camminavano sempre insieme. Diceva: “E’ meglio non conoscere niente, così trovi te stesso.” Ma anche lui ci ha confessato che ha trovato se stesso solo dopo i cinquant’anni. Certo, credo che per arrivare a questo ci voglia una forza, tenere sempre aperta una finestra che sia sempre il tramite per te, per gli altri, per il mondo…

Gli incontri professionali che mi hanno segnato.

Nel teatro sicuramente quello con Toni Servillo. Credo che una delle qualità che più apprezzo di lui sia la sua schiettezza, una schiettezza anche nel senso di onestà, nel porsi per quello che è: limiti e pregi, ma sempre in modo diretto. Anche per questo credo abbia un metodo da artigiano, per la cura e l’amore del particolare.
Ma ho incontrato tantissime persone. Penso a Carlo Cecchi, al suo particolarissimo modo di fare teatro, con i suoi amori-odi vivissimi. Ho lavorato con Pierpaolo Sepe in 4:48 Psychosis di Sarah Kane: aver lavorato insieme a un testo cosi bello e ricco, e ci siamo andati a fondo insieme… ecco… mi piacciono i rapporti quando sono alla pari come possibilità di esprimersi…

4.48 Psychosis (foto di Ferruccio Nobile Migliore).

Ma non posso non pensare anche al cinema. Ho lavorato per tre mesi in Estate romana, il film di Matteo Garrone, senza sceneggiatura, solo su improvvisazioni… Ricordo come ci siamo conosciuti: un giorno mi telefona e mi dice: “Senti, non ci conosciamo ma ti ho vista lavorare due mesi fa a delle prove aperte di Pene d’amor perdute (in quel periodo provavo con Werner Waas), vorrei farti vedere i miei lavori. La tua prova mi è piaciuta moltissimo… Ti va di lavorare insieme?” Ho detto subito di sì.
Penso anche a Silvio Soldini, al suo modo di guardare alla realtà, alle persone, a quando si provava prima di girare, a quel modo per me bellissimo di stare insieme, a come mi sia divertita con Beppe Battiston…
Ma ci sono tante altre cose che mi hanno segnato: lavorare per anni come modella per pittori, la radio… E naturalmente gli spettacoli che ho visto: mi ricordo ancora il Pinocchio di Carmelo Bene, avevo otto anni.

Gli esempi che ho seguito.

Sinceramente nessuno. Ci sono sicuramente alcuni artisti il cui lavoro e modo di porsi mi incoraggia e stimola tantissimo. Penso a Pippo Delbono, a Danio Manfredini, a Maria Paiato, al loro mondo interiore, a quello in cui credono… Trovo che malgrado la loro grandezza artistica abbiano ancora un grado di umiltà e leggerezza incredibili.

Il rapporto con la nuova drammaturgia made in Italy.

Quest’estate un mio amico inglese mi ha chiesto più o meno la stessa cosa. Voleva sapere che rapporti ci sono in Italia tra attori e registi e i drammaturghi. Gli ho risposto che bisognerebbe fare una seduta spiritica per saperlo, perché nella stragrande maggioranza dei casi gli autori italiani che vengono rappresentati attualmente sono morti da un pezzo, quindi…
Ci sono delle realtà che si confrontano con la drammaturgia italiana contemporanea, ma circolano poco, non sono difese. Ma adesso è un paese intero che sta in agonia, e chissà allora cosa si potrà rappresentare…

East Coast (foto di Laura Ocelli).

L’Italia si muove con lentezza. Quando lavoravo al testo di Tony Kushner East Coast, mi chiedevano perché avessi scelto un autore così poco conosciuto (e ha vinto il Premio Pulizer, è l’autore di Angels in America!) e un testo così strano e poco commerciale… Ovviamente c’erano anche altre persone che mi dicevano l’opposto… In teoria la società italiana sarebbe variegata, ma non è sempre così. Molti lavori hanno difficoltà a circuitare, se nessun critico di potere se ne innamora (lo so, sto dicendo che l’acqua bolle a 100 gradi: ma è vero, l’acqua bolle a 100 gradi!).
Sinceramente non capisco quando si giudica quanto reale o strana possa essere una storia, un testo… Il teatro mi sembra il posto ideale per poter rappresentare e parlare di tutto (e siamo sempre sui 100 gradi…). Voglio citare un autore inglese contemporaneo che amo molto, Dennis Kelly: “Non mi sembra molto sano parlare di quanto sia reale o no una storia che viene rappresentata in una stanza piena di gente seduta tutta in un’unica direzione, che guarda uno sparuto gruppo di persone che fanno finta di essere altro da sé circoscritte da un cerchio di luce abbagliante”.

Il mio ruolo all’interno del teatro italiano.

Non so quanto mi piace la parola ruolo in questa domanda, mi dà l’idea del posto fisso…
Sento che voglio sempre più lavorare su registri diversi, che voglio anche ritornare alla comicità. Penso che mi interessa mischiare i linguaggi. Per me è importante provare e giocare con tutto quello che vuol dire: espormi, sporgermi…

Giovanni Ludeno e Monica Nappo in Mettiteve a fa’ l’ ammore cu me di Eduardo Scarpetta.

Adesso sto lavorando a un progetto fotografico con Cesare Accetta: ci costruiamo insieme il set per le foto, partiamo da un’idea, da un sogno che ho fatto, da quello che mi fa paura e da quello che mi attira.
Sta per uscire a breve (si spera!!!) un CD musicale da un progetto condiviso con Marco Messina e Michelangelo Dalisi, poesia e musica elettronica: abbiamo scelto le poesie che ci piacevano e ci abbiamo lavorato con Marco.

Monica_Nappo

2006-06-28T00:00:00

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