Ritornare al teatro fra memoria e presente

Enzo Moscato al Festival Metamorfosi

Pubblicato il 03/07/2006 / di / ateatro n. 100 / 0 commenti /
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La presenza di Enzo Moscato all’interno del festival Metamorfosi 2006 è stata importante in quanto segno della permanenza di alcune radici storiche del nuovo teatro, anche nel continuo movimento e nelle molteplici contaminazioni ed esperienze che contraddistinguono gli ultimi anni della scena italiana. Dall’8 al 10 giugno l’autore attore napoletano ha presentato due spettacoli ( Compleanno e Co’stell’azioni) e ha incontrato un gruppo di giovani attori e studenti, in un breve e intenso seminario dal titolo Autobiografia teatrale: vissuto, scrittura, scena di un drammaturgo.
Non si è trattato di un laboratorio attoriale con esercizi di scrittura o improvvisazioni di alcun tipo, ma per scelta di Moscato, e visto l’alto numero dei partecipanti, l’attenzione si è focalizzata sul pensiero intorno al teatro e al senso che ha avuto nel suo percorso artistico scegliere la scena come coincidenza/progettazione d’immaginario ed esistenziale, per usare una sua espressione. Questa necessità rispecchia la peculiarità della sua ricerca, da più di venti anni insita nel concetto di corpo-pensiero, come ossimorica coincidenza che unisce mondo fenomenico e metafisica, attraverso una sorta di anti-cartesiano viaggio di ritorno all’origine, che per Moscato è la scrittura drammaturgica e la pratica scenica. Moscato ha raccontato il suo teatro come pratica del Profondo, un ritornare verso il proprio Sé e contemporaneamente un nuovo slancio dal Sé all’attualità, in un incessante processo d’Individuazione in bilico fra passato e presente. Proprio in merito a queste premesse, i tre giorni di seminario hanno visto da parte dell’autore il desiderio di realizzare uno scambio, di traghettare l’anima di qualcuno dentro alle immagini del suo mondo teatrale e magari attraverso questo nel mondo di altri. Nodo centrale del percorso è stato focalizzare il teatro come luogo privilegiato di sguardo sul cosmo, ancor più come metafora, sede di tutte le lacerazioni e ricomposizioni in perfetto spirito dionisiaco. Nel flusso del raccontarsi sono emerse le radici di un lavoro artistico legato alla tradizione ma che necessariamente si plasma nel tradimento di essa, seguendo le personalissime vie dello sconfinamento fra l’arte della scena, la storia, la filosofia e la psicanalisi.
La pratica degli sconfinamenti ha permesso a Moscato di attraversare nella sua ormai lunga esperienza teatrale molteplici forme e segni scenico-drammaturgici, d’incontrare e condividere il percorso con importanti figure del teatro italiano come Annibale Ruccello e Antonio Neiwiller, poco ricordati nel panorama contemporaneo, nonostante il grande contributo di cambiamento che hanno dato alla scena. E’stato dunque utile per le nuove generazioni di artisti e studiosi che si affacciano alla comprensione e alla pratica del teatro poter ascoltare e porre domande sulle innumerevoli avventure che Moscato ha condiviso con loro negli anni ottanta, quando sembrava che tutto stesse cambiando e che il teatro potesse offrirsi come soglia rivoluzionaria aperta sulla Realtà. Ma è stata occasione per conoscere meglio anche i suoi ultimi lavori, fra i dilemmi irrisolti della Storia (Sull’ordine e disordine dell’ex macello pubblico sulla rivoluzione partenopea del 1799 e Kinder Traum Seminar sull’Olocausto) e le fascinazioni dell’arte (Passioni-Voci recital su Salvatore Di Giacomo e Sangue e Bellezza sull’opera e vita di Caravaggio).
Nel lungo flusso di coscienza, sotto forma di brain storming, sono entrati inevitabilmente riferimenti ai personaggi e ai segni che costituiscono la lingua contaminata della drammaturgia dell’autore attore napoletano, ma anche alle domande e agli enigmi che costituiscono la linfa misterica dell’arte del teatro, nata secondo Moscato per dare corpo ai fantasmi e spezzare la natura del discorso e delle storie, nella sua danza inarrestabile di differenza e ripetizione.
Penso a questo seminario come alla stesura di una sorta di formulazione di sistema pre-espressivo, che può aprirsi al teatro, è teatro in potenza, senza averne le forme ortodosse. Continuare a interrogare il teatro e la sua storia è comunque fare teatro a tutti gli effetti…
Nel contesto del festival e dell’incontro con Moscato è stato possibile rivedere Compleanno, storico simbolo e forse la più grande testimonianza della sua arte e conoscere Co’stell’azioni, già messo in scena – in versione recitativa corale – tra Natale/Capodanno dell’anno 1995/’96 (allora ispirato dall’installazione in Piazza Plebiscito, a Napoli, dell’incantata montagna di sale di Mimmo Paladino), qui presentato in versione solista, con il doppio fantasmatico del piccolo Giuseppe Affinito. Liberamente ispirato e dedicato, come sottolinea Moscato, ai richiami all’ordine del poetico spettro Jean Cocteau, Co’stell’azioni è, nella forma presentata a Metamorfosi, un reading in cui i morti fanno visita ai vivi (il riferimento è a Visites à Maurice Barrés di Cocteau), ancora un’occasione per Moscato di dare corpo-pensiero alla riflessione che lega intrinsecamente arte e vita, anche attraverso la sua alterità massima: la morte. Il morto visita il vivo, ma non si sa chi sia il morto e chi il vivo;la parola è l’unico tramite di questo scambio di mondi. E’ un incontro di coppie espressive oppositive, velocità e lentezza, luce e buio, silenzio e suono, appartenenti ad universi contigui ma non direttamente comunicanti, perché uniti solo dalla distanza: giacchè fango-sprofondo luminoso siete voi, per noi, distanze, galassia bullicante, opaca, che anela a evaporare e, nell’evaporare, dall’umano scomparire [dal testo di Co’stell’azioni]
E’ un complesso esercizio poetico giocato sul bilico dell’apparizione notturna delle anime vedette, come è la poesia stessa nelle parole di Moscato: sumiglia a nniente, è n’apparenza. L’invito che ci fa a frugarla, investigarla, è ironico, formale di mera cortesia. Come quando ci si reca al cimitero nelle ricorrenze. Con lei bisogna camminare tra le ceneri, oltre il sudario grigio ca strascina […] Il poeta, il poeta, si dice, è come Noi. Visita, invisibile, veloce, mmiezz’’e vive. [dal testo di Co’stell’azioni].
La scarna e pressoché assente scenografia, solo alcune proiezioni di teste disegnate da Mimmo Palladino, sottolineano la volontà di Enzo Moscato di concentrare l’attenzione dello spettatore sulla forza della lingua poetica, sul suo soffio evanescente che rifluisce nel teatro a scompaginare ogni forma di ordine prestabilito.

Melanie_Gliozzi

2006-07-03T00:00:00

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