Milano delle mie brame

Lo Speciale Milano di ateatro e l’incontro del 22 novembre alla Civica Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”

Pubblicato il 25/10/2006 / di / ateatro n. 102 / 0 commenti /
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Milano si guarda allo specchio e cosa vede? Milano guarda allo specchio e non si ama. Milano si guarda allo specchio e cerca le sue cicatrici. Milano si guarda allo specchio, non si vede più e prova a cercarsi
Intanto però la prima novità è che di questi tempi Milano sta provando a guardarsi allo specchio, forse per la prima volta con questa intensità, attraverso libri (a cominciare dal Crollo delle aspettative di Luca Doninelli), inchieste, dibattiti.
E’ da sempre la città del fare, non aveva tempo per introspezioni o compiacimenti, solo un pragmatico orgoglio di fronte ai propri successi, allo sviluppo, alla modernità, a una ricchezza non esibita. Non si preoccupava della propria anima e della propria bellezza, ma si proponeva – e si imponeva – come modello di modernità e tolleranza, come fonte di inesauribili di denari e scintillante vetrina di opportunità. Milano era un miracolo, non aveva bisogno di guardarsi allo specchio, solo di farsi ammirare e invidiare. Perché imitarla era impossibile, e i milanesi lo sapevano…
Da diverso tempo la città lombarda vive una innegabile crisi, e da qualche tempo se ne sono accorti tutti, anche i suoi abitanti. Due dati. Negli ultimi decenni, una sequenza di sindaci mediocri, tutt’al più preoccupati – almeno a parole – di amministrare e gestire correttamente la metropoli che di immaginare il suo futuro. E poi: dagli anni Settanta a oggi Milano – la capitale dell’’accoglienza, dell’immigrazione, delle opportunità per i volonterosi – ha perso centinaia di migliaia di abitanti, la città si è svuotata, per troppi è diventata un lusso. Di fronte a una de-industrializzazione improvvisa e violenta, non c’è stato alcun organico progetto di riqualificazione urbana, solo arcipelaghi di capannoni affidati alla speculazione edilizia. Il Teatro degli Arcimboldi è insieme il simbolo e una pesante eredità di questo degrado urbanistico. Così dalle ceneri della città-fabbrica è nata una metropoli-ufficio per pendolari, invasa e sepolta dalle macchine durante il giorno, con gli happy hour serali a sfamare ed euforizzare una gioventù indefinitamente precaria.
Ma questo sbandamento ha radici più antiche e forse implicazioni più ampie, perché Milano è anche lo specchio di un paese di cui anticipa evoluzione e contraddizioni. Nell’’ultimo secolo Milano è stata il fulcro della storia italiana, dalle fucilate di Bava Beccaris nel 1898 alla fondazione del Partito Fascista in piazza San Sepolcro nel 1919, dall’’insurrezione partigiana dell’aprile 1945 a piazza Fontana nel 1969 (e successivamente all’esplosione della sinistra extraparlamentare e all’’incubazione del terrorismo brigatista alla Sit-Siemens), dalla città da bere (e dell’esplosione del terziario) craxiana al repulisti di Tangentopoli (che ha dissolto ogni alterigia da capitale morale), dall’affermazione leghista all’’invenzione politica (e prima ancora televisiva) berlusconiana. Senza dimenticare che anche l’’Università Cattolica e Cl sono nate all’’ombra del Duomo, nel tentativo di conciliare la modernità con la tradizione e l’’identità cattolica.
Volendo drasticamente semplificare, in questo secolo Milano è stata l’’avanguardia di un paese arretrato che continua a fare i suoi conti con uno sviluppo in perenne ritardo e dunque ferocemente accelerato; e perciò governato da una classe dirigente alla costante ricerca di scorciatoie, che troppo spesso hanno implicato feroci contraccolpi autoritari, nel disperato tentativo di far coincidere tradizione e modernità, sviluppo economico e controllo sociale (e in questo consiste forse l’onda lunga del fascismo italiano). Solo di rado, o forse mai, Milano ha saputo trovare un equilibrio tra progresso, identità e spirito critico, ampliando gli spazi di democrazia. E tuttavia nei momenti di crisi ha fatto troppo spesso da incubatrice a scelte regressive.
A volte ha saputo diventare un laboratorio creativo ed estetico, dove la pragmatica razionalità illuminista (l’intermittente eredità del “Politecnico” di Cattaneo) si è sposata alla passione utopica e provocatoria delle avanguardie, cercando futuristicamente di accoppiare arte e industria, denaro e bellezza – ma con il rischio di disperdere memoria e identità. Allora è diventata la capitale mondiale del design e della moda – anche se poi non è riuscita (e ancora non riesce) a capitalizzare questa sua eccellenza, tanto che a tutt’oggi a Milano non ci sono né un museo della moda né un museo del design degni di questo nome; così come non si parla neppure di un museo della radio e della televisione, ora che la Rai dovrebbe lasciare la storica sede di corso Sempione (firmata Giò Ponti…): l’obiettivo della dimissione del palazzo era far cassa, ma ora – pare – in Rai non hanno nemmeno più i soldi del trasloco.
Perché a Milano è nata anche l’industria culturale italiana, ma sempre accompagnata da un forte spirito critico che l’ha contrastata e insieme costruita (inutile elencare gli uomini e le donne forti e liberi che hanno saputo trovare spazio al “Corriere della Sera” e al “Giorno”, nelle riviste, nelle case editrici, in Rai, all’università. Anche se poi, a ben guardare, questa capitale dell’industria culturale, più che produrre cultura, da un lato ha saputo (e sa) soprattutto scegliere, confezionare, distribuire e valorizzare la produzione culturale; e dall’altro l’ha consumata. Per usare una metafora elettronica, Milano ha saputo e sa amplificare il segnale.
Nella storia della cultura milanese il teatro ha da sempre un ruolo centrale, anche dal punto di vista della produzione. La Scala e il Piccolo Teatro sono tra i grandi simboli cittadini, fiori all’occhiello nella vetrina del mondo ma profondamente radicati nella sua anima. Nei suoi momenti più felici e generosi, Milano aveva saputo investire in cultura. Di recente la vita culturale della città ha toccato il fondo (speriamo!!!) con la cacciata di Fontana e Muti dalla direzione del più famoso teatro lirico del mondo: una bega paesana che – dal versante degli amministratori pubblici – puzzava di provincialismo, personalismi e dilettantismo (di peggio, negli ultimi decenni, c’era stata solo la penosa vicenda della nuova sede del Piccolo Teatro, che ha logorato Strehler fino alla morte).
Ecco, per parlare della Milano teatrale bisogna partire da una città che non vuole e non sa difendere né valorizzare la Scala e il Piccolo, con la loro autonomia artistica, ma li considera macchine mangiasoldi da controllare e fonte di qualche poltroncina clientelare. Al più, una sorta di museo della tradizione italica pronto soprattutto per i turisti. Se questo è il destino delle massime istituzioni culturali del paese – non solo della città – il presupposto è uno solo: nel progetto di città che hanno avuto in mente negli ultimi decenni gli amministratori cittadini, non c’è stato posto per la cultura. Per valutare questa scelta e i suoi effetti, basta pensare agli assi dello sviluppo di città come Roma e Torino in Italia, o Barcellona, Lione, Oporto e Manchester in Europa.
Eppure la recente evoluzione del sistema teatrale milanese testimonia di una ricchezza e di una articolazione stratificatesi negli anni e che richiederebbero maggior cura. In principio, ovviamente, accanto alle grandi sale private, c’è stato il Piccolo, frutto degli slanci democratici e del rinnovamento culturale del dopoguerra, il modello di tutto il teatro pubblico italiano.
Negli anni Settanta, intorno a quella che era la “monocultura” del Piccolo (peraltro già imbozzolato dalla lottizzazione) il panorama si è arricchito di nuove presenze, sullo slancio delle spinte egualitarie del ’68, del rinnovamento linguistico delle avanguardie, dell’esplosione delle culture giovanili (Salone Pier Lombardo, Teatro Uomo e poi Teatro di Porta Romana, Teatro dell’Elfo, Out Off, Crt, Teatro del Buratto-Teatro Verdi, Teatro Officina, Comuna Baires, Litta, Arsenale…). Si è articolato un sistema teatrale – il cosiddetto “modello milanese” – sancito da un meccanismo di convenzioni pluriennali con il Comune di Milano. Per un ventennio il sistema è stato sostanzialmente bloccato nelle strutture portanti, solo negli anni Duemila, con la creazione di nuovi spazi (Teatro della Cooperativa, Teatro i, Teatro Blu, Teatro Leonardo-Quelli di Grock, Spazio Pim…) e di nuove realtà organizzative (il festival Uovo, le rassegne del Teatro delle Moire). In parallelo anche il teatro commerciale ha trovato (o ritrovato) nuovi spazi e nuove formule, con i musical e spettacoli di richiamo televisivo o cinematografico, con forti investimenti per grandi numeri.
Nel frattempo sul versante degli spazi è in corso una radicale ristrutturazione, che trasformerà drasticamente il panorama: l’Out Off ha preso possesso della nuova sede, il Franco Parenti lavora alla ristrutturazione del Pier Lombardo, i Teatridithalia a quella dell’ex Cinema Puccini, il Litta sta prendendo possesso di nuovi spazi. E nel frattempo si apre lo spazio Mil a Sesto San Giovanni Non mancano ambiguità e segnali in controtendenza: oltre ai già citati Arcimboldi (che rischiano di drenare molte preziose risorse), ci sono i casi del Lirico affidato al tandem Longoni-Dell’Utri tra mille polemiche, del Nuovo sotto sfratto, del Carcano in difficoltà…
A preoccupare, però, è anche una sensazione di generale annebbiamento. Il teatro milanese sembra aver perso buona parte della sua spinta propulsiva. Da un lato la città sembra sempre più lontana dai grandi circuiti internazionali e da tempo non è più tra le capitali della cultura teatrale. Il Piccolo Teatro ha scritturato il primo regista teatrale italiano, Luca Ronconi, che poi però in questi anni sta lavorando soprattutto altrove. Sul versante della creatività, ci sono senz’altro esperienze interessanti, ma sono purtroppo molto rare le punte di eccellenza.
Ancora, in questi anni di stretta finanziaria il rapporto con le istituzioni non può essere facile, soprattutto perché – giova ripeterlo – la cultura non è stata certo una priorità per gli enti locali milanesi.
Insomma, le questioni aperte sono molte, fin troppe. E se ne è già cominciato a parlare. Per questo ci è sembrato utile aprire un confronto su quello che sta succedendo, e su quello che si può fare. Abbiamo chiesto ad alcuni operatori (teatranti, amministratori, intellettuali) un contributo, una riflessione sulla situazione teatrale milanese. Ma il dibattito è aperto e pubblicheremo volentieri su ateatro ulteriori interventi.
Abbiamo anche ritenuto necessario un momento di confronto pubblico e aperto a tutti, il 22 novembre, ore 17.30, alla Civica Suola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi”, in via Salasco.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2006-10-25T00:00:00

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