speciale milano La contemporaneità e gli Arcimboldi

Una provocazione?

Pubblicato il 12/11/2006 / di / ateatro n. 103

Lo speciale Milano di ateatro 102 descrive una città ed un ambiente civile e culturale che mentre vanta un grande passato non prossimo lamenta un presente fermo e stanco e soprattutto un’idea di futuro senza energia. Sensazione che mi pare confermata dal Piano Generale di Sviluppo 2006/2011 dell’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi (almeno stando allo stralcio pubblicato sul “Giornale dello Spettacolo” del 30 ottobre scorso).
Può il futuro dello spettacolo milanese accontentarsi di ruotare intorno alla sopravvivenza delle convenzioni (senza ripensarle partendo dai risultati conseguiti ma anche considerando tutte le criticità di un sistema che non è riuscito a far crescere il nuovo che in questi ultimi dieci anni stentatamente ha cercato di proporsi all’attenzione degli operatori, del pubblico e della politica)?
E quale futuro aspetta questa città metropolitana alle prese con le strategie di marketing internazionale senza prima definirne i contenuti, gli obiettivi e le priorità, il più possibile condivisi con l’ampia ed articolata realtà teatrale milanese (sono le diversità artistiche e d’impresa una ricchezza per lo sviluppo integrato della città o no)?
Si può giocare il prossimo quinquennio con la principale preoccupazione di come conciliare la crescita con l’esistenza di un macigno (sulle politiche culturali e soprattutto su quelle finanziarie) come il Teatro degli Arcimboldi?
Sono domande a cui bisognerà cercare di dare risposte in tempi rapidissimi per non inseguire continuamente ciò che è già stato fatto e non dedicare nulla a ciò che si sta facendo e, soprattutto, a ciò che si può fare per far crescere il nuovo integrandolo con le realtà istituzionalmente radicate nel sistema teatrale da decenni.
Qual è l’energia di cui ha bisogno un qualsiasi futuro e un futuro di creazione artistica più di altri? Sono convinto che questa energia non possa essere che la contemporaneità; quegli obiettivi pubblici, quelle azioni delle istituzioni, quei soggetti teatrali pubblici e privati che stanno dentro il tempo che viviamo, che lo attraversano nei temi, nelle poetiche creative e nelle relazioni con i cittadini-spettatori. Vorrei che fossimo ossessionati dal senso della contemporaneità, dal presente che sfugge alla nostra comprensione e che, proprio per questo, deve riaffacciarsi prepotentemente nelle scelte di tutti, amministratori, artisti, organizzatori.
Per valutare l’efficacia degli interventi pubblici credo che un principio debba prevalere su tutto: la capacità di quell’intervento di far crescere ciò che naturalmente non potrebbe svilupparsi secondo le regole del mercato della cultura. E questo vale principalmente in un momento in cui le risorse pubbliche non possono aumentare e vanno perciò indirizzate ancora di più verso quei soggetti e quelle attività oggettivamente più in difficoltà rispetto a parametri puramente quantitativi. Se tutto lo spettacolo dal vivo ha bisogno di essere sostenuto dai sussidi pubblici, lo è ancora di più, pena la sua marginalizzazione, tutto ciò che non è già stabilmente riconosciuto e consolidato. Senza il necessario apporto dei nuovi soggetti e dei nuovi progetti qualunque sistema finisce per replicare se stesso impoverendosi. Ed è la contemporaneità che può provare a generare ricambio, non solo generazionale, dell’offerta e della domanda di teatro.
Provocatoriamente Luigi Corbani, direttore dell’’Orchestra sinfonica Verdi, a proposito degli Arcimboldi propone l’intervento delle ruspe, in ragione di un costo della scomparsa certamente inferiore a quello dell’esistenza. Almeno, provo a interpretare positivamente la provocazione, se l’esistenza di questo nuovo grande teatro di proprietà pubblica a Milano significa farlo diventare un altro contenitore di proposte eccellenti ma, in sostanza, aggiuntive a tante altre più o meno dello stesso livello e con gli stessi obiettivi culturali e di pubblico di altrettante grandi istituzioni pubbliche (Scala e Piccolo sopra di tutti) e private.
Altrettanto provocatoriamente allora si può sostenere, con la ragione della contemporaneità, che gli investimenti pubblici per gli Arcimboldi non siano finalizzati alla moltiplicazione delle proposte esistenti, quanto piuttosto alla creazione di un ambizioso (ah, sana ambizione dei sognatori d’arte!) polo della creazione contemporanea delle generazioni d’artisti under 40 milanesi, lombardi, italiani ed internazionali. Si può pensare che un grande edificio teatrale di proprietà pubblica, a Milano, possa essere destinato a consentire ai nuovi interpreti del contemporaneo delle arti di creare e di confrontarsi con il pubblico presente e futuro? Possono le istituzioni teatrali milanesi a partecipazione pubblica essere chiamate non a surrogare la propria attività su un altro palcoscenico che altrimenti resterebbe vuoto, ma a tutorare con le proprie competenze artistiche e gestionali la contemporaneità?
Forse costerebbe ancor meno che l’’intervento delle ruspe e costruirebbe un domani per Milano carico di energie antiche e future.

Franco_D’Ippolito

2006-11-12T00:00:00




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