Bernard-Marie Koltès, ritratto a più voci

In convegno a Palermo

Pubblicato il 17/12/2006 / di / ateatro n. 104 / 0 commenti /
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A Palermo nelle sale della Biblioteca Comunale di Casa Professa si è svolto il 14 novembre un convegno sulla figura del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès dal titolo “Koltès e l’’epica della periferia”. Jacques Pecheur (direttore del Centre Culturel Français di Palermo), Giancarlo Cauteruccio (regista dell’inedito La marcia, secondo testo di Koltès, rappresentato in prima assoluta a Palermo dal 14 novembre), Gianfranco Capitta, Muriel Mayette (prima donna direttrice della Comedie-Francaise, e per questo oltre che per la sua esperienza d’artista qui insignita del Premio Susan Strasberg del Progetto Amazzone), François Koltès (scenografo, fratello del drammaturgo), Lina Prosa e Anna Barbera (ideatrici del Progetto Amazzone), questi gli studiosi e artisti intervenuti all’incontro – studio sull’autore francese. Il convegno è uno dei momenti della manifestazione “Epica della cellula e dell’eroe – Cancer in blue / 1996–2006. Dieci anni”, Giornate Internazionali Biennali giunta alla quarta edizione, organizzata nel capoluogo siciliano dal Progetto Amazzone dal 12 al 18 novembre, e con la quale quest’anno il Progetto Amazzone festeggia i suoi dieci anni di attività. Essendo Koltès l’autore scelto per le risonanze fra la sua scrittura e il tema della manifestazione, un incontro che ne consentisse di approfondire la conoscenza, anche per una migliore fruizione dello spettacolo La marcia anch’esso previsto all’interno della manifestazione, era doveroso, come ha spiegato Lina Prosa presentando il convegno. Chi ha dato il via ai lavori e posto così domande agli intervenuti è stato Gianfranco Capitta. Questa, nei suoi aspetti preminenti, la sua introduzione.

“La relazione fra arte e malattia si traduce o attraverso l’esperienza privata come nel caso di Harold Pinter che, reduce da un cancro all’esofago, nella sua interpretazione del Krapp beckettiano trasforma in fatto artistico la sua storia personale, ovvero come peculiarità stessa della scrittura. Questo è quanto si ritrova nell’opera di Koltès, una scrittura lucida, dolorosa e profetica. Profonde le ferite che procurano i suoi spettacoli, come La solitudine dei campi di cotone con la regia di Patrice Chéreau nell’87 o Roberto Zucco diretto da Peter Stein nel ’90, un fuoco drammaturgico che è divampato senza tanti concorrenti nella scena europea. Nella sua scrittura si sente il bisogno di esprimere il tutto in un tempo molto breve. L’attore Luca Coppola pose Koltès nel novero di “coloro che muoiono giovani perché gli Dei li vogliono accanto a sé” e fatalità volle che dicesse questo proprio poco prima di essere assassinato (nel 1988 a soli 26 anni, n. d. r.) . C’è una frenesia vitale nei suoi lavori, un modo di scrivere proprio di chi toglie elementi descrittivi e lascia l’essenziale, la sua scrittura è molto circonstanziale; i suoi confronti/scontri danno luogo a qualcosa di definitivo ma senza alcun risvolto melodrammatico. Le leggi ci sono ma nascono e si fondono nelle persone. Koltès profeticamente ci aveva già parlato dell’Africa e delle banlieu, meglio di quanto se ne faccia oggi. La geografia per Koltès è già dentro le persone, le scenografie delle sue opere sono luoghi assai particolari (qualcuno li ha definiti “non luoghi”): hangar, aereoporti, bolle mediatiche (come nel caso di Roberto Zucco). Koltès è avanti nei tempi, vede nel futuro, ha una complessità di pensiero e di prassi espressa in maniera concreta; raccoglie una linea di rappresentazione teatrale che in Francia va da Artaud a Genet, facendola propria e andando oltre. Per Koltès la libertà culturale, sessuale e persino satirica è un’acquisizione già data. I suoi testi sono già lanciati verso il futuro, occorre solo incarnarli nello spazio fisico del palcoscenico”.

«Un uomo normale, per nulla mondano, con persone comuni come amici, tranne naturalmente gli amici artisti con i quali lavorava, molto legato alla sua famiglia», queste le parole dello scenografo Francois Koltès, fratello del drammaturgo, in risposta alla domanda di Capitta su come fosse il fratello. Per Gianfranco Cauteruccio mettere in scena Koltès (questa la domanda rivoltagli da Capitta) ha un grande significato, soprattutto per un regista e attore come lui che ha tanto lavorato su Beckett e Pinter. Secondo Cauteruccio Koltès è l’erede dei due grandi autori «cogliendo l’insegnamento metafisico di Beckett e la realtà di Pinter». Dice ancora Cauteruccio «Koltès si deve leggere in solitudine, una profonda solitudine, perché la sua scrittura va messa in voce» e continua «di fronte ad una scrittura così aperta e chiusa allo stesso tempo, la messa in scena si fa problematica perché Koltès ci insegna che la contemporaneità deve frantumare il senso della narrazione, si tratta di incontrare non personaggi ma creature. Nella scrittura dell’attore non ci sono strumenti di facile possesso, allora si va in un territorio di profondità» . Il regista quindi si riferisce alla sua regia della Marcia, testo inedito, mai messo in scena in Italia, il secondo testo teatrale del drammaturgo, una sfida per Cauteruccio il quale di questa esperienza dice: «Un testo non storicizzato, in assenza di punti di riferimento, di fronte un sistema che poi diventerà la drammaturgia di Koltès» e ancora «un testo che viaggia su due livelli linguistici, un problema raro nella drammaturgia contemporanea, e in questa diversificazione del linguaggio realizza una sospensione del concetto d’amore» .

Il regista, affrontando per la prima volta Koltès e peraltro essendo la prima rappresentazione de “La marcia”, si riferisce alla sua regia in termini di «primo studio» lungo quella che per lui sarà «la strada dell’illuminazione della scrittura». Per Jacques Pecheur, invece, spettatore dell’autore francese alla fine degli anni Settanta e inizio degli Ottanta, un significato particolare ha La notte poco prima della foresta, anche perché fu in occasione della prima di questo lavoro, nel settembre dell’88, che incontrò Koltès già molto sofferente. «Gli anni Ottanta furono gli anni di Koltès» afferma Pecheur «lui appartiene a tutto quel movimento artistico che rese in quegli anni Parigi una città internazionale» e continua «anche a Nanterre si creò un ricco ambiente culturale, da Stein a Ronconi». Pecheur traccia quindi per grandi linee il percorso artistico di Koltès , sin dalle attività del ‘77 a Lione di grande impatto e forza culturale, qui la messa in scena di Salinger, ispirato ai romanzi dello scrittore americano. Quindi la fondamentale collaborazione con Patrice Chéreau, regista dal 1983 in poi di molti lavori di Koltès, e riferisce poi di un altro importante incontro per Koltès, quello con l’attore Michel Piccoli a Nanterre. Per Pecheur, Koltès appartiene al cinema del primo Wenders, di Tarkovskij, ma anche di Coppola, Cimino e della Febbre del sabato sera. Nel suo intervento invece Muriel Mayette, che al momento sta lavorando su un un testo di Koltès, afferma l’importanza per i giovani di confrontarsi con la lingua del grande autore, un classico contemporaneo. Tra l’altro la Mayette riferendo delle ottime traduzioni di Shakespeare fatte dall’autore francese, ritiene che questi sia stato profondamente influenzato dal drammaturgo inglese. «La lingua di Koltès è una lingua molto scritta e per metterla in scena l’aiuto viene dal ritmo, dalla velocità» afferma la Mayette. Infine la parola va a Lina Prosa in qualità oltre che di organizzatrice del convegno, anche di traduttrice del testo La marcia. Per lei questo ha significato «entrare con timidezza nei segreti del testo, un testo particolarissimo» e continua «Koltès, affascinato da una traduzione del Cantico dei cantici tradotto come Cantico dei canti, crea nel suo testo con la scrittura un rapporto con questo poema antico» e aggiunge «molta punteggiatura e ritmo senza mai una lettera maiuscola, un testo dove attraverso parole sospese viaggiano quattro personaggi, una coppia di sposi e una di fidanzati». E a conclusione dell’incontro Cauteruccio, rifacendosi sempre alla Marcia, afferma come questo testo, ponendosi tantissime domande senza dare mai alcuna risposta «sia teatro d’arte, perché arte è interrogazione». E ancora circa un confronto della Marcia con le opere successive di Koltès, Cauteruccio aggiunge:
«Un testo nel quale l’aspetto fondamentale è la dualità del linguaggio, con due diversi livelli storici ed estetici», e conclude «un testo irrappresentabile dove sono molto importanti la sonorità, il ritmo e il corpo e si afferma la necessità del dolore: l’ottimizzazione della sofferenza regala energia». Un momento di approfondimento e di studio, come era nelle intenzioni delle organizzatrici, che ha senz’altro arricchito di contenuti la conoscenza del profilo artistico di Bernard-Marie Koltès.

Maria_Teresa_de_Sanctis

2006-12-17T00:00:00

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