Il teatro del futuro, il teatro della nostalgia

Grazia Toderi - Rosso Babele al PAC di Milano

Pubblicato il 11/01/2007 / di / ateatro n. 105 / 0 commenti /
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Dopo la fine del mondo classico e le invasioni dei barbari, come ricorda in un suo folgorante racconto Jorge Luis Borges, i teatri antichi rimasero a lungo abbandonati, finché non si perse la memoria degli spettacoli che avevano ospitato. Passarono i secoli e gli uomini iniziarono a interrogarsi sulla funzione di quelle imponenti rovine. Trovarono nei testi la parola che i greci e i latini utilizzavano per identificare quegli edifici, e capirono che “teatro” voleva dire più o meno “qualcosa da guardare”. Allora immaginarono che quegli edifici fossero come grandi teche, e che le nicchie che li ornavano venissero riempite di oggetti da esplorare e ammirare. E’ anche da questa ipotesi errata che nacque l’’idea dei Teatri della Memoria (l’’ha spiegato in un suo bellissimo saggio Franco Ruffini).
I teatri e gli stadi nelle videoinstallazioni di Grazia Toderi guardano invece al futuro.

Nell’’immaginario dell’’artista padovana hanno certamente un ruolo centrale le prime missioni extraterrestri (le astronavi che orbitano nel cielo, le passeggiate degli astronauti, la terra come un’arancia blu…) e le immagini dello spazio (i vortici delle galassie, con l’’ombra dei buchi neri, e poi le foto del pianeta dal satellite, ben prima che Googlemaps le democratizzasse); ma anche i videogame, dal “primitivo” Space Invaders in poi, con i loro effetti luminosi e sonori. E poi una forma, quella dell’ellissi, dell’orbita: il loop dell’eterno ritorno, con le sue sottili e quasi impercettibili variazioni, diventa quasi l’archetipo di un altro spaziotempo, che trascende le attese della quotidianità. Questo movimento circolare (o meglio, questa variazione dinamica del cerchio) viene spesso adottato dalla telecamera, e quindi dall’osservatore, con un duplice effetto: da un lato la ripresa, spesso dall’alto o dal basso e in genere da una prospettiva insolita, distanza ed estrania l’oggetto, immergendolo in una sorta di vuoto astratto, siderale; dall’altro il movimento ritornante crea progressivamente una sorta di intimità, l’effetto di un abbraccio. Di più, combinando più di un movimento ellittico si ottengono effetti (e illusioni ottiche) complessi, quasi musicali: come accade nella prima delle installazioni presentate al PAC, Rendez-vous (2005).

Due schermi affiancati riprendono dal basso la cupola dello Juvarra alla Chiesa di Sant’Uberto nella Venaria Reale di Torino, mentre la telecamera ruota lungo un’ellisse; al centro della cupola ruotano le immagini delle due capsule Gemini 6 e 7, colte nel momento in cui si riprendono a vicenda, in occasione del loro incontro nello spazio. Sono dunque quattro orbite leggermente sfalsate l’una rispetto all’altra: in ciascuno dei due video, si contrappongono e dialogano immagine e sfondo; affiancate, le due proiezioni innestano un ulteriore gioco di simmetrie e asimmetrie, ottenendo un effetto di grande complessità – e quasi di vertigine – con elementi tutto sommato abbastanza semplici.
Stadi, arene e teatri (tra gli altri, ha dedicato video al Teatro La Fenice di Venezia, al Rossini di Pesaro, al Massimo di Palermo e al Comunale di Ferrara) vengono colti e osservati come oggetti, come “cosa in sé”. Sono visti spesso dall’alto, con la loro forma pressoché ovale; i teatro d’opera vengono a volte ripresi dal boccascena, valorizzando l’abbraccio avvolgente dei palchi (come accade con Eclissi). E vengono colti in genere in un momento particolare, dotato di una sua speciale magia: quando la sala si è riempita ma lo spettacolo non è ancora iniziato, e l’atmosfera si carica d’attesa, di aspettative.



Il decollo
(1988) utilizza un’immagine dal cielo dello Stade de France, ripresa in occasione dei Mondiali del 1998; i raggi di luce dei proiettori creano una figura colorata e quasi astratta, una stella mandalica, mentre l’immagine ruota lentamente e in sottofondo il boato del pubblico crea un tappeto sonoro.

Due anni dopo, San Siro (2000) utilizza un altro punto di vista, ugualmente insolito: le trobune e il terreno di gioco vengono invece ripresi dall’angolo più alto, e dunque di scorcio: il terreno di gioco si oscura dal verde del prato al nero, mentre una serie di macchie luminose evidenzia il contorno rettangolare del campo e il suo centro, per poi ritornare al colore del prato. Mentre echeggiano i rumori della folla, l’immagine è punteggiata da lampi luminosi: sono come i flash e gli accendini dei “momenti magici” dei concerti, e al tempo stesso i segni delle esplosioni delle bombe dei videogame: in un’altra installazione, chiaramente ispirata all’11 settembre, Empire (2002) la carta degli Stati Uniti emerge come una rete di punti e macchie di luce, che a volte s’accendono ancora di più – e in sovrimpressione e nello schermo a fianco è visibile il mirino che inquadra e identifica il bersaglio.

In una delle due installazioni realizzate per la recente personale al PAC di Milano, Scala Nera (2006) è composta da due video in loop, che riprende la platea e i palchi del teatro da due punti di vista insoliti, ma familiari all’artista: dal boccascena verso la platea, con camera fissa; e dal centro della platea verso l’alto, con il soffitto ora oscurato a nero e l’immagine che ruota.

E questa seconda immagine è davvero impressionante: gli ordini dei palchi ruotano come i bracci di una galassia intorno al centro del vortice, mentre gli spettatori all’interno dei palchi baluginano come stelle. In sottofondo, il brusio del teatro che si riempie, con le due immagini costantemente punteggiate da piccole esplosioni luminose.
Grazia Toderi, si dice, “ha sempre pensato al paradiso terrestre come a un luogo di contemplazione e, allo stesso tempo, di svago: i suoi luoghi di spettacolo sono in fondo la nostalgia di un paradiso perduto”.

Grazia Toderi – Rosso Babele
a cura di Francesca Pasini
PAC – PADIGLIONE D’ARTE CONTEMPORANEA
Milano, via Palestro 14 (20121)

13 dicembre 2006-11 febbraio 2007

Oliviero_Ponte_di_Pino

2007-01-11T00:00:00

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