Le recensioni di ateatro Il Metodo Gronholm con Nicoletta Braschi

Testo di Jordi Galceran Regia di Cristina Pezzoli

Pubblicato il 07/02/2007 / di / ateatro n. 106 / 0 commenti /
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Il Metodo Gronholm prodotto dal Nuovo Teatro/Vesuvio Teatro di Napoli è l’evento con cui la Fondazione Toscana Spettacolo ha inaugurato questo 2007 al Teatro Guglielmi di Massa accolto con grande entusiasmo dal pubblico toscano.
La regia di Cristina Pezzoli dà una forma teatrale particolarmente intrigante e avvincente a questa cinica commedia dalle molteplici sfaccettature scritta dal catalano Jordi Galceran e allestita nella passata stagione nei teatri spagnoli per la regia di Tamzin Townsend: quattro persone (tre uomini e una donna) sono in attesa del colloquio finale congiunto per un’assunzione al ruolo dirigenziale in un’importante multinazionale (l’Ikea?). Quali saranno i criteri di valutazione, quali le domande? Le prove che arrivano al gruppo in forma di istruzioni scritte su un foglio -in assenza di una commissione giudicatrice- altro non sono che strani giochi di ruolo atti a dimostrare non abilità specifiche per l’attività lavorativa, ma piuttosto resistenza psicologica, secondo il cosiddetto METODO GRONHOLM, e si traducono in una devastante e persino crudele lotta senza esclusione di colpi tra i candidati.
Apparentemente.
Si, perché tutto lo spettacolo è un continuo smascheramento dei ruoli e dei compiti dei personaggi, un rovesciamento di verità e menzogna secondo un copione -scritto dall’inizio alla fine dalla direzione aziendale- che diventa sempre più concitato e drammatico e con risvolti talvolta tragicamente comici.
Tutto si svolge all’ultimo piano di una fredda sala d’attesa che assomiglia molto a quelle anticamere del precariato di oggi. Le prove consistono nel riconoscimento di un selezionatore infiltrato e mescolato al gruppo o nella miglior recita della propria utilità sociale indossando il copricapo da papa o da militare, persino nella messa in crisi di uno dei candidati concorrenti.
Apparentemente.
Tutti sembrano infatti partecipare attivamente al gioco imposto dalla mega direzione aziendale ma in realtà uno solo è colui che è “giocato”, la pedina manovrata suo malgrado e a sua insaputa, da funzionari addetti alla gestione del personale che si riveleranno come tali però, solo alla fine della “partita”. In un’atmosfera degna dei drammi dell’assurdo alla Jonesco o come in un racconto di Buzzati, il presunto vincitore dopo impegnativi confronti e dimostrazioni di scaltrezza, scopre di essere l’unico vero candidato.
Il gioco teatrale mantiene la storia a un livello di ambiguità e oscurità tale da far crollare ogni certezza (anche allo spettatore): chi è il giudicato? Chi i giudicanti?
Lo spettacolo che sposta sapientemente l’attenzione dal piano della realtà a quello della finzione, è una denuncia dell’attuale mercato del lavoro che prende a prestito metodi sempre più “militarizzati” (sorveglianza, test di produttività e di rendimento al limite della tollerabilità, costanti minacce di licenziamento) ed è anche una messa in ridicolo dei famigerati test attitudinali – che abbiamo importato dagli States – di selezione del personale sempre più sofisticati quanto inutili messi a punto da professionisti della psiche per le grandi aziende. Oltre al curriculum adeguato bisogna dimostrare ottime capacità relazionali di gruppo, buona gestione dello stress, flessibilità, adattabilità, capacità di mediazione, predisposizione al problem solvine, creatività! Oppure vengono fatti preventivi test di autovalutazione (analizzati secondo una scala di validità chiamata dagli inglesi Scala L, cioé Lie, menzogna); e ancora, test grafologici, indagini motivazionali…
Tutti gli attori incarnano con straordinaria bravura, abilità e ironia la personalità mimetica del candidato-tipo ad adattare il proprio comportamento ai condizionamenti e alle regole imposte dall’alto e a spingere la competizione fino alle sue estreme conseguenze. Ognuno cerca un modello strategico funzionale al proprio ruolo: ecco quindi l’ambizioso e arrogante che tende alla prevaricazione e si avventa con accanimento bestiale contro il rivale pur di avere l’agognato posto di lavoro, oppure il fragile che fa leva sulla pietà. La donna, apparentemente la persona più debole e per giunta colpita da un grave lutto proprio mentre è alla selezione, si rivela alla fine una fredda e cinica psicologa assoldata dall’azienda per inscenare questo intollerabile psicodramma. La commissione trae le conclusioni: ha inquadrato, giudicato e infine scartato l’unico superstite (e anche l’unico reale giocatore), colui che si era adoperato per una brillante dimostrazione delle proprie doti di spregiudicatezza ed egoismo eliminando tutti gli altri concorrenti senza scrupoli di sorta; ma la spietata commissione già aveva fatto un’anamnesi psicologica della sua fallimentare vita familiare, delle sue crisi, delle sue predisposizioni comportamentali anomale e delle sue reali debolezze nascoste sotto una spessa maschera, e dà quindi responso negativo.
Un inutile gioco al massacro, dunque, cinicamente vissuto dagli addetti alle risorse umane come normale routine di lavoro.
“Questi”, dice l’autore, i “piccoli effetti collaterali del capitalismo”.

Il metodo Gronholm

di Jordi Galcerán, regia di Cristina Pezzoli
con Nicoletta Braschi, Maurizio Donadoni, Enrico Iannielo, Tony Laudadio

Anna_Maria_Monteverdi

2007-02-07T00:00:00

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