La solitudine di un re deposto secondo Roberto Corradino

In Conferenza la riscrittura drammaturgica del Riccardo II di Shakespeare

Pubblicato il 02/07/2007 / di / ateatro n. 110 / 0 commenti /
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Dopo il grande successo del capostipite Paolini, da tempo si avvicendano sulle scene italiane molti narratori, più o meno arrabbiati, più o meno impegnati, più o meno originali, con personalità assai diverse ma tutti accomunati da un registro retorico (nel senso dell’arte retorica) e drammatico simile, che in alcuni casi finisce per destare un certo torpore. Una ricerca e una sfida completamente diversa, oggi piuttosto rara e isolata, è quella del giovane attore-autore pugliese Roberto Corradino, che, con un dichiarato omaggio al conterraneo maestro Carmelo Bene, affronta i grandi classici con un’ambiziosa riscrittura e una performance attoriale a tutto campo, che modula voce e corpo.

Con una formazione molto variegata, trasversale tra voce, movimento, danza e drammaturgia, che va dall’’Istituto Nazionale del Dramma Antico ai laboratori di Santagata, Scimone, Manfredini, Raffaello Sanzio, Living, Del Bono e Martinelli, Corradino riceve il sostegno del Teatro Kismet O.per.A di Bari per le sue prime produzioni (con il nome di compagnia “Reggimento Carri”), è finalista con Piaccainocchio al Premio Generazione Scenario 2003. Nel 2004 mette in scena La commedia del sangue dal romanzo Di questa vita menzognera di Giuseppe Montesano e Perché ora affondo nel mio petto dalla tragedia Pentesilea di von Kleist. Il suo ultimo lavoro Conferenza (un piccolo dominio non ancora perduto) è uno studio in tre frammenti per una riscrittura della tragedia storica Riccardo II di Shakespeare.
In particolare, Conferenza si ispira alla prima scena del quarto atto, in cui il re Riccardo II, ultimo della dinastia dei Plantageneti, è costretto a confessare 33 capi d’accusa e ad abdicare in favore di Bolingbroke (il futuro Enrico IV) davanti al Parlamento dei Lord. Il re, personaggio autoritario ma più interessato alle arti e alla filosofia che alla guerra e per questo detestato dall’aristocrazia guerriera inglese, non ha possibilità di difendersi (morirà in carcere a soli 33 anni) e allora divaga, tenta vanamente di ritardare il più possibile la confessione coatta che i suoi avversari hanno preparato per lui. Nel testo di Shakespeare sono poche battute, anche se straordinariamente dense di senso, nella sua versione Corradino con notevole finezza e forza espressiva estrae e attualizza (con esplicite citazioni da Lacan o una trasfigurante descrizione dell’Urlo di Munch) il sottotesto shakespeariano della solitudine esistenziale, dell’’horror vacui, della premonizione e quindi del dialogo con la morte (“mentre la vita muore, la morte è immortale”) e con i morti (“i morti parlano”).
Come scrive lo stesso Corradino, è una “lunga soggettiva mentale della caduta in differita di un re scespiriano, un eroino fallito che intrattiene da morto parlante gli spettatori, avendo ancora tanto da dire.” Si potrebbe pensare a un ritorno al testo puro per la pregnanza che assume, ma quel testo è una “decorazione del vuoto” che vive nella limpida modulazione dei registri vocali e nella ricerca minuziosa di un’essenzialità iconica del gesto e della figura, vibra proprio in virtù di una prova attoriale concentratissima, in certi momenti quasi ipnotica, che sa anche smarginare nell’improvvisazione, simulando l’’uscita dell’’attore dal personaggio e così tirando ingannevolmente il pubblico dentro il metateatro. L’impresa è ambiziosa, come sempre quando si tenta di riscrivere e attualizzare i classici, azzerando la rappresentazione in una solitaria performance attoriale, ma Corradino riesce a mescolare la rielaborazione del monologo colto shakespeariano, poetico e filosofico, con l’’ironia maliziosa del saltimbanco e le immagini quotidiane, immediatamente riconoscibili, che agganciano l’’aquilone dell’’astrazione al filo rosso delle esperienze e delle situazione concrete, ordinarie. Così il punto d’approdo del monologo sull’horror vacui è la descrizione del vuoto che nasconde una comune cassettiera, dove “la profondità del cassetto non può che essere presentita dalla forma del cassetto”, è la forma che ci suggerisce la non forma, per affacciarsi al vuoto l’’arte, parola e immagine, ci offre la sua finestra.
Nel lavoro di riscrittura e messa in scena dei frammenti del Riccardo II, Corradino asciuga certe esasperazioni drammatiche e alcune ridondanze testuali che ancora si rintracciavano nella Pentesilea, per approdare a un fine equilibrio tra senso dell’humour e senso del tragico, a una sintesi tra drammaturgia e interpretazione di grande densità e intensità, per un progetto teatrale che promette molto e che aspettiamo con vivo interesse.

Andrea_Balzola

2007-07-02T00:00:00

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