Firenze: teatro pubblico e area metropolitana

Dal convegno “Il Teatro e la città”

Pubblicato il 14/12/2007 / di / ateatro n. 114 / 0 commenti /
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Nel quadro del convegno promosso il 7 dicembre a Firenze dal Comune e dalla Regione sul tema “Il teatro e la città”, cui hanno partecipato amministratori pubblici e operatori teatrali, mi è stato chiesto di intervenire sul tema La produzione teatrale pubblica nel sistema teatrale metropolitano.
Scopo principale dell’’incontro era riflettere su ipotesi di missione e gestione della Pergola – per cui l’’ETI, come per gli altri teatri direttamente gestiti, ipotizza la “dismissione”- e sui futuri assetti teatrali dell’’area metropolitana fiorentina.
L’’orientamento rispetto alla Pergola è stato confermato con determinazione dal direttore dell’’ente Ninni Cutaia (in coerenza con una direttiva del ministro Rutelli), che ha in qualche misura tranquillizzato circa tempi (non così stretti) e modi (in questa fase l’ente è particolarmente concentrato sulle procedure, che non comportano la cessione della proprietà). Cutaia ha anche raccomandato di non ancorare a modelli rigidi e precostituiti la riflessione sulle forme organizzative (una riflessione appoggiata anche sull’esperienza del Mercadante di Napoli).
L’’assessore alla cultura del Comune, lo storico Giovanni Gozzini, ha confermato interesse ma espresso preoccupazione rispetto agli oneri dell’operazione: attualmente il costo totale annuo del teatro è di circa 3 milioni e mezzo di euro – piuttosto elevato se si pensa che non si tratta di un teatro di produzione e le compagnie nell’attuale gestione vanno tutte a percentuale – e la differenza costi ricavi di 2 milioni e mezzo (il costo principale è naturalmente il personale). L’acquisizione da parte degli enti locali auspicata dall’ETI coinvolgerebbe però anche Regione e Provincia. L’assessore ha anche avviato la riflessione su una possibile nuova caratterizzazione della Pergola, per cui auspicherebbe – in sintonia con un progetto lanciato da Massimo Castri già diversi anni fa – una doppia vocazione, legata alle specificità della città: collaborazioni di altro profilo internazionale, e una particolare attenzione alla lingua italiana (dalla tradizione rinascimentale fino alla drammaturgia contemporanea). Tutto questo privilegiando progetti formativi di alto livello, che nel passato già hanno caratterizzato il teatro, in particolare con Gassman e Eduardo (un secondo appuntamento a questo proposito è annunciato l’’11 gennaio e consiste in un incontro con “grandi maestri” sul tema della pedagogia teatrale).
Le scelte da prendere per la Pergola presuppongono però due ulteriori ordini di riflessione:
– un ripensamento del panorama teatrale metropolitano, che Gozzini considera eccessivamente frammentato (con 29 teatri) e vorrebbe acquisisse dignità di “sistema”, attraverso una più chiara precisazione delle funzioni di ciascuno, e forme di coordinamento più avanzate di quanto non sia oggi Firenze dei teatri (l’associazione che opera prevalentemente sul terreno della promozione e costituisce un interessante tentativo di fare sistema “dal basso”). Affrontare questi problemi in concreto da parte del Comune significa in prospettiva promuovere in prima persona il coordinamento, anche attraverso forme di consultazione-concertazione con teatri e compagnie, e razionalizzando gli interventi pubblici attraverso “contratti di servizio”;
– la necessità (tanto più in una logica che tende a razionalizzare i progetti e la spesa), di non sovrapporsi al Metastasio di Prato, per assumere invece orientamenti complementari e stabilire forme di collegamento. Il Metastasio assolve infatti dai primi anni Settanta – e formalmente da dieci anni – la funzione di teatro pubblico regionale.
Quest’ultimo punto e la necessità di una pianificazione territoriale dell’attività culturale e di spettacolo è stato ribadito anche dall’assessore alla cultura della Regione, Paolo Cocchi, che (accostando il sistema teatrale a quello sanitario) ha sottolineato come il riassetto del sistema teatrale regionale, con la valorizzazione delle specificità e delle diversità – da salvaguardare – dei singoli territori, sia il fine perseguito anche dal progetto toscano finanziato nel quadro del patto Stato-Regioni.
Anche Riccardo Nencini, per l’Associazione Firenze 2010, ha insistito su questo punto, parlando di attività culturali e pianificazione strategica, sottolineandone la funzione economica e la necessità di potenziarla (no solo palcoscenico, anche indotto).
La Presidente del Metastasio (diretto ora da Federico Tiezzi), Geraldina Cardillo, in una rapida cronistoria dell’attività teatrale pratese, ha ricordato la centralità del teatro per e nella città di Prato, con il restauro del Metastasio negli anni Sessanta, il recupero del Fabbricone, le significative personalità che sono passate di lì e ne hanno fatto una delle capitali moderne del teatro italiano (i più citati Strehler, Ronconi e Castri), un ruolo che certo la città di Firenze non ha saputo assumere.

Vengo al mio tema, un po’ambiguo, che consentiva però qualche riflessione interessante, teorica e operativa, e soprattutto di porsi alcune domande.
Ambiguo perché:

Che osa si intende esattamente per produzione teatrale pubblica?
E che cosa si intende per area metropolitana (e fiorentina in particolare)?

1) Brevemente su quest’ultimo punto: i confini dell’area metropolitana fiorentina sono chiari, con il territorio comunale di Firenze e i comuni dell’hinterland (Scandicci, Sesto Fiorentino eccetera), ma – in una logica più avanzata di programmazione territoriale e in molti ambiti dell’economia – ci si orienta a considerare l’“area vasta” che include i territori di Prato e Pistoia (del resto le tre città distano una ventina di chilometri e altrettanti minuti d’auto l’una dall’altra).
Nel nostri caso, non si tratta solo di precisare e progettare funzioni diverse e complementari delle organizzazioni teatrali (obiettivo non facile): ci si deve interrogare anche sul bacino di utenza potenziale e sulla mobilità effettiva e potenziale del pubblico. A questo proposito non ci sono dati precisi, se non una ricerca del Metastasio di alcuni anni fa, che aveva indicato nel 10% gli spettatori provenienti dalla provincia di Firenze (molti o pochi?). Pensare in concreto a un’“area vasta” teatrale presuppone e comporta analisi, obiettivi, progetti di promozione del pubblico.

2) Ancora più complesso chiedersi cosa sia oggi la produzione teatrale pubblica, che cosa possa oggi essere il teatro pubblico, che e cosa rappresenti o possa rappresentare nell’area fiorentina (le riflessioni che seguono le ho esplicitate solo in parte a Firenze).
a) Breve premessa: l’idea originaria di teatro pubblico e la funzione pubblica del teatro – collocata in Italia nel secondo dopoguerra col Piccolo di Milano – è riconducibile all’intreccio indissolubile di due obiettivi mai sconfessati, per quanto declinati negli anni in modo molto diverso: accesso e qualità. Voglio ricordarlo perché può succedere di dimenticare o trascurare uno dei due poli nell’operare scelte politico-amministrative e il tema che il convegno affronta è proprio quello del ridisegno territoriale.
b) Dagli anni Settanta in avanti, progressivamente in tutta Italia, questa funzione non è assolta solo dagli Stabili Pubblici, ma da una rete di soggetti, pubblici/a partecipazione pubblica/indipendenti.
c) Il sistema dei finanziamenti (statali, regionali, locali) certifica (o dovrebbe certificare) la funzione pubblica delle singole organizzazioni (che, con le necessarie differenze e specificità, devono garantire la qualità e contribuire alla diffusione del teatro). Il meccanismo è inceppato perché sono guasti i modi di valutazione, ma questo è un altro discorso.
d) In quest’ottica si sono formati sistemi metropolitani, più o meno evoluti, che hanno visto scelte e ruoli delle pubbliche amministrazioni differenti (pensiamo per esempio a quanto siano diversi gli assetti e le politiche a Milano, Torino e Roma), e che quasi ovunque sono oggi da rivedere. Nel frattempo però il tessuto e i bisogni delle aree metropolitane stanno mutando e il teatro (e la sua organizzazione) rischia di non cogliere le nuove emergenze sociali e le nuove frontiere dell’accesso: periferie, marginalità, composizione demografica ed etnica, nuove povertà. Puntare a un sistema di strutture integrate a partire dalla definizione delle missioni e dalla valutazione dei progetti e dell’attività è certo corretto, ma non può prescindere anche da questa riflessione socio-territoriale.
e) Quale è la funzione del teatro pubblico propriamente detto (gli stabili pubblici), in questa situazione? Cosa può essere oggi? E soprattutto: un sistema articolato ha bisogno di riferimenti istituzionali? Io credo di sì, perché penso che intorno a istituzioni funzionanti si possano definire meglio le specificità, valorizzare le differenze, promuovere un’offerta di qualità diffusa (è la stessa ragione per cui credo nella scuola e nell’università e nella ricerca pubbliche e ritengo che lì debba esserci il meglio a costi sostenibili per la collettività e a prezzi accessibili). Sono convinta però che possano esserci forme diverse, forme da inventare rispetto all’attuale teatro pubblico, perché se abbiamo una certezza è che ormai in Italia non funziona in genere troppo bene (né sul piano della qualità – i teatri d’arte – né dell’accesso: almeno in un’ottica aggiornata di arte e accesso). Il teatro pubblico è necessario solo in quanto (o nella misura in cui) può essere riformato.

3) Venendo alla Toscana, e a Firenze, una parentesi storica. Vale la pena di soffermarsi sulle considerazioni – espresse anche dell’assessore Gozzini – rispetto alla storia delle istituzioni teatrali pubbliche in Toscana: ovvero la sequenza di fallimenti e dismissioni. Perché è potuto accadere?
Il primo teatro stabile, la Rassegna dei Teatri Stabili, il Teatro Regionale Toscano, la prima forma della Fondazione Toscana Spettacolo, l’Ente Teatro Romano di Fiesole, il Balletto di Toscana, il Teatro della Compagnia, il Teatro Niccolini.
Esperienze gloriose, tutte fallite: studiandole una per una potremmo andare a scoprire perché è successo. Ma che cosa hanno in comune queste vicende, in controtendenza con l’andamento nazionale? Solo i progetti e le iniziative indipendenti sembrano avere qualche speranza di vita a Firenze; in ambito pubblico fa eccezione proprio Pergola, che però è emanazione di un’organizzazione nazionale, anzi statale. La risposta non ce l’ho, non può essere nelle solite banalità sulla litigiosità toscana, ma è certo che nel settore del teatro gli enti pubblici hanno lasciato morire (o partire) i loro figli migliori

3) Il sistema teatrale fiorentino si caratterizza per alcune particolarità recenti:

– un’evoluzione e crescita spontanea dalla fine degli anni Novanta, che può aver portato alla polverizzazione, ma di certo rivela dinamismo e capacità di integrazione fra presenze storiche e fermenti recenti e ha registrato una buona risposta di pubblico;

– questo nonostante sostegni/investimenti piuttosto modesti da parte del Comune e della Regione, un elemento che non aiuta le organizzazioni teatrali a sollevarsi da livelli in qualche caso ai limiti della sussistenza;

– la capacità indipendente di coordinarsi sul piano promozionale (con Firenze dei teatri)

– sono però molti i vuoti politici, come si è detto, e quelli artistici: non mancano le eccellenze, i progetti innovativi, ma i riferimenti di alto profilo sono in effetti carenti.

4) Rispetto al ruolo storico e attuale della Pergola, non bisogna dimenticare che si tratta di un teatro di programmazione. E’ stata una programmazione di qualità alterna a seconda delle direzioni che si sono succedute: buona tradizione, a volte pura convenzione, qualche apertura all’innovazione, sempre un po’ con il Manuale Cancelli del teatro in mano. Ma con alti e bassi la Pergola resta un teatro speciale, con una collocazione e una funzione importante in rapporto a un’area estesa del sistema teatrale (come ha ricordato Roberto Toni, soffermandosi anche sulla necessità improrogabile di ridare attenzione e qualificare il sistema distributivo) e al pubblico. Questa funzione era e credo sia reale: qualunque scelta non può prescindere da questa considerazione. Per questo motivo vedo un rischio “ecologico” nella dismissione, se non viene realizzata con molta cautela (e anche per i costi).

Per concludere alcune domande

Se ci si propone di creare un vero e proprio “sistema” metropolitano, è necessaria un’analisi e autoanalisi che porti a individuare e colmare i vuoti; ma serva anche valorizzare quello che c’è, con la logica pragmatica e progettuale del “piano regolatore”; è positivo che il Comune di Firenze svolga un ruolo protagonista, ma non invasivo, e auspicabile che le forme e l’organizzazione che metterà in campo siano le più agile possibili, ma è anche necessario che si trovino risorse adeguate (in un’economia ridotta al minimo, non è realistico pensare che una razionalizzazione porti a risparmi immediati o economie di scala, solo dopo una fase di rafforzamento questo potrà verificarsi).
E’ necessario un polo produttivo a gestione pubblica di alta qualità? E quale vocazione/missione/identità dovrà avere questo polo (e per la città?) La vocazione internazionale è certo convincente (e ci si potrebbe confrontare con interessanti modelli stranieri). La questione della lingua mi sembra un progetto suggestivo e da perseguire ma un po’ forzato, un po’ intellettualistico come linea portante di un teatro.
In ogni caso è davvero opportuno che la Pergola diventi un teatro di produzione? Ed è concretamente possibile una “federazione” Prato/Firenze che veda magari un alternarsi/integrarsi di attività produttiva e progetti internazionali e pedagogici di alto profilo?
Forse sì (a dispetto della storia).
Purché anche la caratteristica e la funzione di teatro di programmazione venga salvaguardata (magari riequilibrandola anche attraverso altre sale).
Purché l’”opportunità” Pergola non diventi una “minaccia” per il resto del sistema.
Purché si pensi a un modello ad hoc: ho scritto “federazione” Prato/Firenze. Non è solo la storia teatrale locale a sconsigliare grandi istituzioni e accorpamenti, ma anche il buon senso. Semmai forme di coordinamento agili, collaborazioni istituzionalizzate eccetera. La leggerezza, insomma. (Per la verità nessuno nel convegno del 7 ha parlato di grande istituzioni, superstabili eccetera, ma siccome la voce girava e gira la precisazione non mi sembra superflua).

E’ importante che il processo di discussione e le scelte avvengano con molta trasparenza, e forse un po’ questo convegno serviva a scoprire la carte: speriamo si proceda così.

Mimma_Gallina

2007-12-14T00:00:00

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