BP04: Considerazioni personali (con qualche nota dall’’intervento che non ho fatto)

(emergenza lavoro)

Pubblicato il 15/12/2007 / di / ateatro n. #BP2007 , 114 / 0 commenti /
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Notizie dal fronte istituzionale


Questa volta – a differenza di Mira e Napoli – Buone Pratiche non prevedeva spazi specifici di approfondimento delle politiche e della legislazione, ma negli interventi ci sono naturalmente stati molti richiami.

Si possono mettere a fuoco alcuni punti decisamente rilevanti rispetto all’“emergenza”.

– Il progetto di legge ministeriale sul teatro, firmato dall’onorevole Montecchi (che, invitata, ci ha cortesemente informato che non avrebbe potuto intervenire), dovrebbe essere prossimamente discusso presso le commissioni parlamentari, dove ne giacciono – è il caso di ricordarlo – parecchi altri (il testo è stato pubblicato da ateatro); la ragione per cui questa è una notizia è che le perplessità su questo progetto sono talmente diffuse che sia negli ambienti teatrali sia in quelli politici la si riteneva già superata.

– La Commissione Cultura del Senato però – ci ha detto la senatrice Capelli sollecitando un maggior attivismo del settore presso il parlamento – non ha concreti elementi informativi per affrontare con la dovuta consapevolezza i temi dello spettacolo: è il noto problema di come far sentire le proprie esigenze, dell’effettiva rappresentatività e delle strategie di chi viene individuato come referente dalle istituzioni (in primo luogo l’AGIS ma anche i sindacati); il problema è emerso in tutte le quattro edizioni di Buone Pratiche ed è probabilmente una delle ragioni del loro successo e dell’elevata partecipazione: mancano sedi di discussione e di confronto.

– Il patto Stato/Regioni (vedi il documento, il bando e gli esiti sul forum) ha forse il significato di una “prova di concertazione” fra i due livelli dell’amministrazione pubblica (di questo avrebbe dovuto parlarci Patrizia Ghedini, purtroppo influenzata: è stata un’ospite fissa delle precedenti edizioni e la sua competenza ci è molto mancata); tuttavia le caratteristiche di molti progetti selezionati e la loro attuazione nel 2007 rappresenta un’opportunità economica gestita con eccessiva retta, e non la sperimentazione di nuove forme organizzative che ci si attendeva in base al progetto originario. E’ però possibile essere più ottimisti sul 2008 e 2009, o almeno ci si può provare, come ci ha segnalato Ilaria Fabbri dalla Regione Toscana.

– Il FUS sarà incrementato nella misura prevista (50.000 euro, vedi notizie di ateatro), ma siamo ancora molto lontani tuttavia dal recuperare i livelli del 2001 (obiettivo della legislatura), e a maggior ragione da quelli originari, del 1985. (Per inciso: pare che nessuno parli più dell’obiettivo di portare la spesa pubblica per la cultura al famoso 1% del PIL, un obiettivo che pure era nei programmi dell’Unione: anche perché non si sa su cosa e come calcolarlo: i finanziamenti degli enti locali sono difficilmente quantificabili – come ci ha ricordato Giulio Stumpo – e fra un paio d’anni magari qualcuno proverà a dimostrarci che l’abbiamo raggiunto.) La finanziaria per il 2008 però prevede anche altro: oltre ai fondi del patto Stato-Regioni e a quelli speciali a disposizione del Ministro Rutelli (20+20 milioni di euro, che nella legge dell’anno scorso erano stanziati con previsioni triennali), ci sono anche stanziamenti speciali alle fondazioni lirico sinfoniche per altri 20 milioni di euro l’anno per tre anni, il tutto in collegamento con una serie di indicazioni di risanamento (che potete andare a guardarvi nel dettaglio: Art. 49 bis della Finanziaria) e ancora 1,5 milioni di euro al festival di Torre del Lago per il 150° anniversario della nascita di Puccini (Art. 49-quater: ma era davvero indispensabile un articolo in finanziaria?). L’Art. 49-quinquies è invece dedicato al Restauro archeologico di teatri, per cui si stanzia 1 milione di euro (che basterà per rifinire – forse – un paio di sale: e viene il dubbio che anche in questo caso si sarebbe potuto già indicare il (o i) destinatario).

– Ma la trasparenza non è la preoccupazione principale del governo: abbiamo già rilevato denunciato il fenomeno; quello che si sta progressivamente accentuando è lo spostamento delle fonti di finanziamento dai livelli ordinari e regolamentati a canali straordinari; questo non sarebbe è necessariamente un male, se servisse per spezzare la gabbia del FUS; ma questi fondi vengono poi gestiti con una discrezionalità ancora maggiore e spesso con criteri del tutto ignoti. La gestione del FUS non è certo trasparente, e un’ulteriore delusione viene dal fatto che il governo non abbia colto il problema delle commissioni e del loro difficile funzionamento. Ma ancor meno trasparente è quella ARCUS spa (ricordate ne abbiamo già parlato in diverse occasioni), sulla cui gestione la stessa Corte dei Conti nutre forti perplessità. Sul sito www.arcusonline.it si possono trovare i “progetti” finanziati (sono stati pubblicati solo il titolo e i destinatari dei progetti, che però restano abbastanza misteriosi): non mi indigno con troppa facilità (possibile), o se non sembra anche a voi un vero scandalo.

Notizie dal fronte territoriale

Le “geografie” sono una delle aree tematiche abbiamo deciso di articolare la giornata: i progetti e le segnalazioni di interventi che ci pervenivano nella fase di preparazione di BP04 evidenziavano infatti alcune specificità locali, ma anche “territori” trasversali dell’ emergenza, come le problematiche specifiche delle aree metropolitane e le relazioni interculturali, una pratica da privilegiare in una società che sembra esprimere preoccupanti sintomi di razzismo.

A condizioni di svantaggio si affiancano situazioni di apparente vantaggio ed è stato suggestivo in quest’ottica il confronto Milano Napoli, o sentire come offra opportunità molto diverse, da ente a ente, la politica delle fondazioni bancarie (interlocutori sempre più attivi e con cui è necessario confrontarsi); o ancora seguire la battaglia di un giovane festival in una città come Roma, oppure la grande varietà delle esperienze toscane, la precarietà diffusa della danza, il nodo mai risolto della qualità della distribuzione.

(Vale la pena sottolineare che all’incontro del 1° dicembre erano presenti operatori da quasi tutte le regioni d’Italia – sud e isole comprese – e che dunque si trattava di un osservatorio molto vasto).

Il problema della visibilità (che come è stato sottolineato non può che venire prima della selezione: sembra lapalissiano ma non sempre domina la logica nella nostra organizzazione teatrale) si pone ovunque: nei comuni e nelle regioni magari prospere ma i cui finanziamenti al teatro sono spesso irrisori (e in una prospettiva di passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni sono persino più preoccupanti i criteri di intervento e la preparazione degli uffici), ma anche città in cui le pubbliche amministrazioni sono così presenti da rischiare di finire nel mirino dell’antitrust, come Roma (vedi ateatro 113) e forse Torino. Di fronte al bisogno di essere visibili – e di restare a galla dopo una prima emersione, magari timida, o dopo perduranti bonacce sulla linea di galleggiamento – ci si attrezza con pratiche che, con modalità più o meno differenti, si stanno diffondendo ovunque, come le residenze, le reti (o comunque le varie forme di aggregazione), la pratica del bando. Questa forma, che più di altre corrisponde al bisogno di correttezza nella competizione, da eccezione solo quattro anni fa (alla prima edizione di BP era infatti stata indicata come una buona pratica emergente), costituisce oggi il “metodo” delle iniziative giovani e di quelle rivolte ad artisti e gruppi giovani, il modello operativo dominante nelle pratiche dell’accesso, alle periferie (geografiche e istituzionali) del sistema.

Notizie dalla trincea

Non ci voleva la tragedia di Torino per ricordarci che nel nostro paese la vera emergenza è il lavoro. Anche se nello spettacolo siamo assai lontani da drammatiche quelle condizioni, forse sarebbe ora che anche in questo settore il problema venisse affrontato seriamente.

Il fatto di vivere e lavorare da sempre in una condizione costituzionalmente precaria ha reso la gente di teatro vaccinata a qualunque crisi e pronta ad adattarsi sempre e comunque alla difficoltà delle circostanze. Al di là dell’istinto di sopravvivenza, questa tendenza è controproducente, sia per i lavoratori e sia per le imprese: non si tratta infatti in questo caso di una contrapposizione di interessi, almeno non prevalentemente, ma di un progressivo deprezzamento, di una perdita di considerazione dello spettacolo dal vivo nel suo complesso, in cui il lavoro (e il lavoratore) è l’anello più debole. Con l’intervento introduttivo di Oliviero, la relazione di Antonio Taormina e tutti gli appassionati interventi sulla formazione e le pedagogie teatrali, si è andati a fondo nel merito delle pratiche di preparazione professionale, del disordine e dell’eccesso, e si è accennato alle forme di accompagnamento al lavoro. Ma non è un problema solo generazionale, e non solo di ricambio: i dati forniti da Giulio Stumpo ci dicono con chiarezza che nel settore le giornate lavorative e il reddito medio sono al di sotto della soglia di povertà. Se è probabile che quasi tutti i lavoratori che risultano da statistiche Enpals facciano nella vita anche altro (per esempio laboratori, corsi eccetera), risulta anche evidente che di spettacolo non si vive. E’ un punto d’approdo molto triste, se si pensa che il lavoro (soprattutto attraverso la forma – oggi impopolare – della cooperativa) è stato negli anni Settanta al centro della crescita vertiginosa del sistema, e che su quella crescita si basa ancora oggi un sistema di spettacolo diffuso. Bisogna approfondire questo punto, e forse elaborare qualche proposta che tocchi in concreto gli strumenti e le politiche che interagiscono direttamente o indirettamente con la questione del lavoro.

L’assetto dei CCNL di lavoro, fermi da decenni. Credo che ci sia una sostanziale ragione per cui i sindacati non hanno chiesto e ottenuto niente in questi anni (se non irrisori adeguamenti salariali dei minimi): da una posizione di debolezza, rimettere in discussione la parte normativa avrebbe portato ad accordi al ribasso. Nella sostanza, le organizzazioni dei lavoratori e le imprese non hanno saputo o voluto progettare un nuovo assetto del lavoro nel settore dello spettacolo, tenendo conto delle specificità e degli annosi problemi, in un quadro che si andato modificando: il risultato non è stato una tenuta dell’esistente, ma una ulteriore crescita della precarietà, moltiplicando le possibilità di aggirare i contratti stessi e gli obblighi contributivi (del resto assai esosi), e imponendo ai gruppi di introdurre prassi diverse caso per caso e propri regolamenti, quasi sempre non formalizzati. Da almeno trent’anni sarebbe stato necessario introdurre in contratto (e nelle forme contributive) incentivi reali alla durata delle scritture e forme corrispondenti alla pratica associativa; oggi questa necessità deve accompagnarsi a una riflessione sulle trasformazioni delle forme contrattuali introdotte a livello nazionale (legge Biagi eccetera).

La gestione della disoccupazione: oggi al minimo, legata a contributi non obbligatori e perfino gestita in modo contraddittorio fra le diverse sedi ENPALS: eppure potrebbe costituire quasi una risorsa, un momento di formazione permanente.

Le norme apparentemente indirizzate al sostegno del lavoro e al ricambio generazionale nei decreti ministeriali: penso al parametro dominante dei costi contributivi e agli incentivi previsti per l’impiego di giovani. Sarebbe lungo spiegare qui perché quasi tutte queste disposizioni siano – e soprattutto si siano rivelate nei fatti – controproducenti e come se ne potrebbero invece immaginare altre, magari da verificare a livello regionale.

Porre il lavoro, la qualificazione e il ricambio al centro delle ipotesi di riforma dell’area della stabilità, e degli stabili pubblici in particolare (un esempio che mi sta a cuore: non sarebbe più efficace – tanto in termini di occupazione che di qualità, oltre che per gli effetti indiretti sulla produzione drammatica – introdurre l’obbligo di uffici drammaturgia, piuttosto che chiedere per decreto l’allestimento di un testo italiano l’anno o ogni due anni?

Per concludere: ateatro ha deciso di impegnarsi sul tema del lavoro, partendo da un gruppo di studio, in un prima fase ristretto e progressivamente più allargato. Invitiamo chi ha idee e la competenza (soprattutto per la prima fase), nonché il desiderio di partecipare a farcelo sapere. Giancarlo Albori della CGIL-spettacolo di Milano – che aspettavamo il 1° dicembre ma che è rimasto bloccato dalle trattative per la Scala – ha già garantito la sua disponibilità, ma il gruppo è aperto a nuovi contributi.

Mimma_Gallina

2007-12-14T00:00:00

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