A proposito di resistenza

Perché non abbiamo fatto lo spettacolo con lo Al-Harah Theater di Beit Jala ad Alessandria d'Egitto

Pubblicato il 16/02/2009 / di / ateatro n. 120 / 0 commenti /
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Questo mio contributo nasce dall’avere partecipato all’ultima sessione di lavoro delle “buone pratiche” e dall’insistenza con cui in quella sede tu ed altri avete insistito sul concetto di “resistere”. Anche per noi, per il Teatro dell’Argine, la parola “resistere” è fondante (non avremmo scelto di chiamarci “argine” se così non fosse). In virtù di quest’affinità, complice anche l’illuminante concetto del “farsi luogo” espresso da Marco Martinelli in quell’occasione, mi è venuto da condividere con te quanto segue.

In questi giorni avrei dovuto incontrare alcuni amici ad Alessandria d’Egitto in occasione di un festival teatrale. Eravamo stati invitati a presentare uno spettacolo fatto insieme quest’estate. E fin qui tutto bene, anzi benissimo. Il problema è che loro, gli amici, attori dello spettacolo, sono palestinesi. Si tratta dei membri dello Al-Harah Theater di Beit Jala, paesino vicino a Betlemme, da cui quest’estate io, Gigi Gherzi e altri sei membri del Teatro dell’Argine eravamo andati a fare alcuni laboratori all’interno di campi profughi e a mettere in scena un adattamento della Metamorfosi di Kakfa. Palestinesi, dicevamo, e perciò quando pochi giorni fa, si sono presentati all’aeroporto di Amman con costumi, scenografie, biglietti aerei, permessi di espatrio (concessi dalle autorità israeliane prima dei fatti di Gaza) si sono sentiti rispondere che non potevano salire sull’aereo che li avrebbe portati al Cairo. Disposizioni dall’alto (traduci: autorità giordane sotto la pressione delle autorità israeliane) Così è dopo i fatti di Gaza. Anche per chi vive in Cisgiordania, stretta di vite. Al che è iniziata una febbrile serie di telefonate perché dall’Egitto qualcuno facesse qualcosa, gli organizzatori del festival mandassero nuovamente gli inviti e le richieste di averli nel festival, insomma che facessero pressione. L’hanno fatta, invano, visto anche le autorità egiziane adesso proibiscono ai palestinesi di entrare nel loro territorio, pur per pochi giorni. E così Marina, Nicola, Riam, Raida, Fuad e Adam, hanno voltato i tacchi e come molte altre volte nella vita, se ne sono tornati a casa, chi a Beit Jala, chi a Hebron, chi a Gerusalemme Est. Mi hanno scritto “noi non possiamo venire, fatti tu qualche giorno di vacanza ad Alessandria, salutaci Sami e Mohammed che ci stanno aspettando in Egitto… speriamo che ci chiamino l’anno prossimo” – Sì e nel frattempo? Nel frattempo resistiamo.
Quest’estate ci abbiamo ragionato parecchio sul resistere durante le prove della Metamorfosi. Gregor Samsa, trasformato in scarafaggio, che cerca di resistere, di difendere anche attraverso il ricordo della musica della sorella, i brandelli di umanità che gli restano… rimanere uomo in condizioni disumane… e adesso lo scarafaggio è rispedito nella sua stanza a scarpate, guai se esce di là, guai se porta nel mondo una versione diversa da quella dominante, guai se rivendica la presenza di umanità dietro alla corazza da scarafaggio, da palestinese dunque da nemico, guai a fargli oltrepassare quella corazza, quella maschera, quel muro.

Resistere… (adattarsi o non adattarsi? Sopportare o prendere le armi? questo è il problema) cercare di “farsi luogo” pur nella prigione del muro, nella prigione della corazza che gli hanno affibbiato addosso, nella maschera da scarafaggio dietro cui urlano o cantano, invano. Vengono rispediti a scarpate dentro la stanza. Stanza che non è più loro, stanza in cui si è costretti ad arrampicarsi sulle pareti, stanza dentro alla quale stanno portando via tutto ma… ma… dentro cui è ancora possibile “farsi luogo”.
Farsi luogo numero 1: lo spazio è qualche centinaio di metri quadri all’interno di un campo profughi, lo spazio è quello mutilato da un muro alto otto metri che lo rende prigione, il farsi luogo è prendere della vernice bianca, dipingere un enorme rettangolo sul muro, staccare il generatore che dà corrente al frigo di una casa del campo, attaccarci una prolunga che attraversa una strada e porta elettricità a un videoproiettore, accendere, danzare danze della propria terra nel fascio di luce di quel video, leggere a turno poesie di Darwish grande poeta palestinese morto in quei giorni, poi vedere un film tutti assieme e infine discuterne assieme noi con i membri dell’Al-Harah Theater con i ragazzi del campo profughi che questo agosto avevano organizzato il festival di cinema “all’ombra del muro”.
Farsi luogo numero 2: lo spazio è quello di Beit Jala di qualche anno fa, durante la seconda intifada; lo spazio è diviso tra un sopra e un sotto: sotto un paesino palestinese, sopra una colonia israeliana; dalla colonia israeliana bombardano ogni notte. Lo spazio è un rifugio sotto terra dentro cui c’è un sacco di gente che dal rumore delle esplosioni sta cercando di indovinare quale edificio del loro paese è stato colpito; lo spazio è il teatro colpito da una cannonata dunque reso inservibile… il farsi luogo è trasformare il cassone del camion in un palcoscenico ambulante, il farsi luogo avviene ogni volta che in un villaggio arriva il camion dell’ Al-Harah Theater e nel giro di qualche minuto viene circondato da bambini, bambini che nonostante tutto ridono dei guai che assillano il Piccolo Leone…
Non credo che andrò ad Alessandria, le vacanze fanno male poi ci si abitua, penso invece che inizierò a sbattermi perché appena glielo permettano, possano venire in Italia i nostri amati scarafaggi, gli amici del Al Harah Theatre, maestri del farsi luogo senza avere luogo.

Pietro_Floridia

2009-02-16T00:00:00

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