Se Giulio Cavalli deve andare in giro con la scorta (purtroppo per lui), allora forse il teatro serve ancora a qualcosa

Perché la mafia è un cabaret e un guitto può farla incazzare

Pubblicato il 30/06/2009 / di / ateatro n. 122 / 0 commenti /
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Sto andando verso l’’Osteria del Treno, ho un appuntamento per pranzo con Giulio Cavalli. Lo schermo del mio cellulare si illumina, è un sms: “STO ARRIVANDO SIAMO IN TRE”. Lo so: dal 27 aprile scorso Giulio è sotto scorta. Non parla volentieri dei fatti che hanno reso necessaria la tutela: “Beh, loro hanno cominciato ad arrivarmi degli avvertimenti… Hanno disegnato una bara sotto casa mia… Ehhh, mi hanno anche tagliato le gomme della macchina…” Un’’altra pausa. “Sono entrati in casa…” Di più non vuole o non può dire.
Questa intimidazione non sta accadendo a Cinisi o a Gela, in un paesino dell’’Aspromonte o in qualche borgo del casertano. Giulio abita a Lodi.
Se gli chiedi chi può essere, allarga le braccia: “Può essere chiunque…”. I suoi custodi ti lanciano un altro sguardo che dice più o meno: “Beh, furbacchione, che domanda è? Se lo sapessimo, l’avremmo già messo al gabbio. O no?”
Sono in molti che possono avercela con lui, il giovane attore che fa teatro civile e parla di mafie e di mafiosi in un monologo che si intitola Do ut Des. Il sottotitolo: Spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi. Lo spettacolo è coprodotto dai comuni di Lodi e di Gela, in collaborazione con la casa memoria “Felicia e Peppino Impastato” e il Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”.
“Si incazzano così perché li prendo in giro… Vado a casa loro, racconto la mafia e la gente ride: si ride dei boss, si ride dei riti mafiosi, si ride della puncitura… Faccio cabaret sulla mafia,” sorride amaro, “ed è una cosa che non si deve fare, ridere di chi pretende rispetto.” Ha smesso di ridere.
C’è un aspetto teatrale nel codice di comportamento della malavita organizzata, come dimostra un telefilm come I Sopranos. C’è, nello stile di vita della mafia, una precisa ritualità: un guitto lo riconosce subito, il teatrino mafioso, e può fargli il verso in chiave satirica. Questo, per un uomo d’onore, è un sacrilegio. Perché la mafia è un potere che non va irriso. Di più: non va nemmeno nominato. Là dove dominano le cosche, i nomi dei mafiosi – i Bidognetti, i Provenzano, i Messina Denaro – sono tabù: i loro nomi incutono rispetto e innescano l’omertà. Quelli che sanno, capiscono subito di chi si sta parlando; se sei un estraneo, meno sai e meglio è. Anche per il tuo bene.
Non è facile spiegare perché mai un comico debba essere protetto. Anche a chi lo viene a prendere in consegna: “Quando vado in tournée, arrivo all’aeroporto e trovo la scorta della città dove devo fare spettacolo. Quando mi vedono, la prima cosa che pensano è che sono un pentito.” In effetti, con i capelli lunghi e la barba, con quel tatuaggio che sbuca dalla manica della maglietta, potrebbe ricordare Serpico, il poliziotto infiltrato, così come lo faceva Al Pacino, anche se Giulio ha grandi occhi chiari. “Ma non ci mettono molto a capire che non sono un pentito. Allora mi chiedono che lavoro faccio, se sono un magistrato. ‘No, non sono un magistrato.’ Allora sei un giornalista?, mi chiedono. ‘No, faccio l’attore.’ Questo proprio non lo capiscono: ‘Ah, allora fai il giornalista’. No, ripeto, l’attore. Ma perché mai il Ministero degli Interni deve proteggere dai killer della mafia uno che al massimo è capace di salire su un palco e far ridere la gente? Poi faccio lo spettacolo. Allora capiscono benissimo: appena finiscono gli applausi, mi vengono subito a prendere: ‘Andiamo… Presto, andiamo’. Hanno capito che lì è meglio non restarci, e ce la filiamo sempre via di corsa.”
I due poliziotti che stanno mangiando con noi annuiscono e sorridono. Sanno quello che mestiere fa, e perché è meglio tenerlo d’occhio. Hanno dovuto seguire tutte le prove del suo nuovo spettacolo, L’Apocalisse rimandata di Dario Fo, che ha debuttato al Napoli Teatro Festival all’inizio di giugno su invito di Renato Quaglia. “State diventando degli esperti di teatro anche voi”, dico. Ridiamo tutti e quattro.
Quando sei sotto scorta, la vita ti cambia. O meglio, la tua vita non è più vita. Non puoi fare un passo senza i tuoi angeli custodi. In pratica, passi molto più tempo con la tua scorta che con i parenti o gli amici. Vedere i tuoi cari diventa complicato, e in ogni caso ci sono sempre quei due estranei, o quattro, che ascoltano tutto quello che vi dite. Non hai più una vita privata, le attività più naturali – un caffé al bar, un film, incontrare il cugino o la fidanzata – diventano difficili, macchinose. “Quando finisci sotto scorta, vuol dire che hanno già vinto loro. Ti hanno rovinato l’esistenza. Per sempre. Non puoi più tornare indietro.” Anche perché “loro”, chiunque essi siano, non dimenticano.
Tra “tutela” e “tutelato” si crea un rapporto strano. E’ una convivenza forzata tra persone che in genere hanno pochissimo in comune: storie, esperienze, gusti diversi. Però rischiano la vita insieme, in ogni momento. E’ un intreccio molto particolare di distanza e di intimità. Il collante – ma non lo si deve mai dire – è la paura.
Ci sarebbe pure un altro collante, ma nemmeno questo si può dire: la rabbia, la ribellione contro la violenza e il sopruso che ti avvelenano la vita. “Beh, però io sono testardo”, riattacca Giulio. “Mica la smetto. Più loro mi minacciano, più alzo la posta. Scendo spesso in Sicilia, o in Campania. Laggiù, a casa loro. Ogni volta ci sono centinaia di persone. A volte migliaia. E loro sono tra il pubblico. E ogni volta alzo il tiro.” Se loro gli hanno rovinato la vita, cerca di rendere un po’ più difficile anche la loro.
Però bisogna pagare un prezzo. Dopo aver visto il suo spettacolo, un critico teatrale napoletano ha notato che Cavalli recita sempre come se fosse dominato da un’inquietudine, da una paura che non gli pareva giustificata. Non sapeva, si spera, delle minacce e della scorta. Ma aveva annusato l’adrenalina.
Geograficamente e antropologicamente, Lodi sembra molto lontana dalle regioni “ormai controllate dalla criminalità organizzata”, come si legge sui giornali. In realtà la ricca e operosa Lombardia, come la fervida Duisburg, non è poi così lontana dallo Zen, da Scampia, da San Luca.
Ci sono le minacce della mafia, che arrivano fino a Lodi. Ma c’è anche qualcos’altro, di più sottile e ugualmente grave.
In uno dei suoi spettacoli, Milano Linate 8 ottobre 2001: la strage, Giulio Cavalli ha ricostruito il terribile e stupido incidente che nell’aeroporto di Linate causò 118 morti. A controllare il traffico aereo, racconta, erano preposti due enti, l’ENAC e l’ENAV. Nel corso del processo, racconta Cavalli, il giudice voleva accertare le rispettive responsabilità, e dunque la catena di comando. Quando chiese ai dirigenti dell’uno e dell’altro ente chi tra loro comandasse, non ottenne risposta. Ci riprovò: “Ma se dall’altro ente le arriva un ordine, lei che fa?” “Eseguo.” “Dunque sono loro che comandano, vero?” “No, no. Mica siamo ai loro ordini!” Il giudice, diligente, riprovò sull’altro versante: “Se dall’altro ente, vi arriva un ordine, che fate?” “Lo eseguiamo, naturalmente.” “Allora comandano loro?” “No, no!!!” “Ma insomma chi comanda? Che cosa succede se non siete d’accordo?” “In trent’anni non è mai capitato.”
Qualche mese fa Eugenio de’ Giorgi ha debuttato a Milano con un altro monologo di teatro civile, Previsioni meteo: diluvio universale (The rise and fall of Giampy). Basandosi sull’inchiesta di Paolo Biondani, Mario Gerevini e Vittorio Malaguti, Capitalismo di rapina (Chiarelettere 2007), e usando gli stilemi della commedia dell’arte, de’ Giorgi racconta l’epopea di Giampiero Fiorani, il banchiere lodigiano che, con l’appoggio del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, cercò di trasformare la minuscola Banca Popolare di Lodi in un colosso della finanza. Finì per tentare varie scalate, compresa quella di un gigante come l’Antonveneta, con i “furbetti del quartierino”, trovando appoggi politici bipartisan. Forse tradito da un eccesso d’ambizione o da un surplus di disinvoltura, Fiorani finì in un sacco di guai, anche giudiziari.
Uno spettacolo come Previsioni meteo, hanno pensato Eugenio e Giulio, non può non approdare a Lodi, lo sfondo dell’epopea di Giampy. Non appena è arrivata la notizia che il 23 aprile la città avrebbe ospitato una replica di Previsioni meteo, Fiorani ha subito querelato Cavalli (solo in un secondo tempo se l’è presa anche con de’ Giorgi, che peraltro aveva replicato lo spettacolo per settimane, ma non a Lodi…). Secondo Giampy e i suoi legali, “è francamente sconcertante che, essendo in corso il processo relativo all’accertamento dei fatti si possa ritenere civile e legittimo rappresentare quanto accaduto in modo distorto, danneggiando così non solo persone a tutt’oggi innocenti, ma soprattutto il lavoro delle istituzioni”. Il gestore del locale che avrebbe dovuto ospitare lo spettacolo ha preferito evitare grane, così come i politici invitati a intervenire: “Perché qui a Lodi dovremmo fare uno spettacolo che parla della Popolare di Lodi? A Parma mica hanno fatto uno spettacolo su Parmalat!”
Lo spettacolo di de’ Giorgi a Lodi finora non l’hanno visto, ma c’è da scommettere che la storia non finisce qui. Così come non finisce qui il regolamento di conti tra Giulio Cavalli e i poteri mafiosi. Ha in programma diverse “uscite” in Campania e in Sicilia: in questi giorni per ricordare Don Diana, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e per rilanciare la loro opera.
Quando atterrerà a Capodichino o a Punta Raisi, Giulio Cavalli troverà all’aeroporto i due agenti della scorta. Gli chiederanno che lavoro fa. Forse, per tagliar corto, risponderà: “Sono un giornalista.” Anche perché, fino a oggi, quasi tutti i suoi colleghi, i teatranti, hanno preferito tacere, hanno fatto finta di niente. Perché un attore con la scorta non si era mai visto. Forse Giulio Cavalli fa davvero un altro mestiere.
Però, vien da pensare, ci sono malavitosi che si prende la briga di minacciare un attore come Cavalli, o uno scrittore come Saviano, di organizzare una caccia all’uomo, di pianificare un agguato o addirittura un attentato.
Forse vuol dire che la malavita organizzata non è solo un problema giudiziario o giornalistico.
Forse vuol dire che la lotta a mafia, camorra e ’ndrangheta è prima di tutto un problema culturale.
Forse vuole dire che il teatro e i libri servono ancora a qualcosa.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2009-06-30T00:00:00

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