TOTONOMINE. Il Teatro Stabile del Veneto da De Fusco a Gassman

Ombre sul ruolo del teatro publico

Pubblicato il 10/10/2009 / di / ateatro n. 124 / 0 commenti /
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Se fossi De Fusco, non mi preoccuperei troppo per il futuro: qualche incarico per lui lo si troverà. Lo ricordiamo – entusiasta neofita – quando, in occasione della sua chiacchierata nomina (la più discutibile e discussa che si ricordi), ne aveva ammesso un qualche (logico) collegamento con l'”appartenenza” a un’area politica, distinguendo con sottigliezza fra l’appartenenza e la dipendenza (presunta da molti e da lui negata). Allora, dieci anni fa, rivendicava anche (fra le competenze che lo rendevano, lui napoletano e senza esperienza nella gestione di teatri, all’altezza della direzione del Teatro Stabile del Veneto), una buona conoscenza del Settecento (!). Indipendente appartenenza, sicurezza di sé invidiabile e ottima capacità di PR, da tutti riconosciuta, prefigurano una luminosa poco resistibile ascesa (e siccome ormai con lo Stabile del Veneto non c’è più niente da fare, suggerirei di inserirlo nel totonomine di ateatro).
Non so se Alessandro Gassman sarà meglio di De Fusco, e non so nemmeno se il percorso che ha portato alla sua nomina (forse più indipendente e meno appartenente) sia meditato o frettoloso E ignoro quanto più esperto sia di De Fusco rispetto a dieci anni fa.
Il profilo professionale che ci si aspettava era però molto diverso: una personalità, italiana o straniera, di profilo internazionale (mancavano i soggetti disponibili – per Venezia – a prezzi abbordabili? Se ne è sondato qualcuno?). Oppure una scelta “giovane” dal territorio (come si auspicava localmente).
Più che la scelta, più che il nome, a essere preoccupanti sono gli elementi messi in campo nell’avvicendarsi della direzione dello Stabile del Veneto, e nella discussione connessa. In particolare:

# la durata degli incarichi. Il direttore uscente rivendica (oggi) la “lunga tenitura” quasi come una tradizione nazionale. C come dargli torto? Il suo “caso” (se dieci anni vi sembran pochi) sembra in effetti la prima via di mezzo fra alternanze frenetiche (vedi Torino, Prato, Roma..) e longevità più o meno imperscrutabili (vedi Palermo, Bolzano, Modena, Perugia, Genova, Trieste…).

# la valutazione dei risultati. La visione che De Fusco ha del proprio successo è curiosa: come si misura l’ascesa in una presunta graduatoria fra gli enti? Su quale scala valuta il prestigio internazionale? Quale è stato il mercato internazionale VERO – non politicamente protetto – dello Stabile del Veneto? E quale immagine del teatro italiano emerge dai riti farseschi degli Olimpici?

# il “genius loci”. La sconcertante riduzione di Venezia a una città di vecchi e del Veneto a una questione di repertorio.

# il ruolo del presidente (in questo caso una presidentessa) che probabilmente vuole fare il direttore, come dice De Fusco, e come si dice in giro (come parecchi altri presidenti-direttori, del resto, e non da ora). A questa vocazione ha orientato una variazione dello Statuto e di conseguenza il profilo e la scelta del direttore. E’ chiaro – ma ci saranno occasioni di approfondire – che l’indipendenza delle istituzioni culturali esige una distanza dalla politica nel rispetto del servizio pubblico, e la distinzione netta fra ruolo di presidente e di direttore dovrebbero essere una garanzia in questa direzione.

# ancora più preoccupante mi sembra la banalizzazione delle linee e delle funzioni di un teatro pubblico, e in particolare di questo, se gli indirizzi sono correttamente riassunti dall’articolo del “Gazzettino” ripreso nel forum di ateatro (“produzioni di spettacoli di interesse nazionale e internazionale; continuare il lavoro di ricerca e valorizzazione degli autori veneti del novecento e contemporanei, consolidando i rapporti di collaborazione con il circuito di distribuzione regionale; innovare le modalità di selezione degli attori, recuperando la pratica dei provini così da non perdere l´opportunità di conoscere e lanciare eventuali giovani di talento; iniziare un graduale riorientamento dei cartelloni e della programmazione in genere”).
Davvero lo Stabile del Veneto è tutto qui?

Non so se Gassman sarà meglio o peggio di De Fusco, ma le questioni in gioco vanno oltre le beghe locali.
Profili professionali e definizione dei ruoli, collegamento e analisi del territorio e delle sue trasformazioni, rapporti e indipendenza dalla politica, durate degli incarichi, analisi del pubblico, ricambio, modi di produzione e di programmazione: sono tutti tasselli di un problema più ampio. Il tema in discussione – iprocrastinabile di fronte agli attacchi generalizzati alla funzione culturale da parte di questo governo – è la stessa ragione d’essere delle istituzioni teatrali, è il teatro pubblico e la sua credibilità (peraltro, nel progetto legge attualmente in discussione, il teatro pubblico non è mai citato – e non è un caso).
Ne abbiamo parlato spesso su ateatro, ma pensiamo possa essere uno dei temi delle prossime Buone Prartiche, che potrebbero orientarsi proprio verso una riflessione su Teatro pubblico, teatro privato, teatro indipendente.

Mimma_Gallina

2009-10-10T00:00:00

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