Un teatro divertente per un paese disperato

Made in Italy, Popstar e Pornobboy di Babilonia Teatri

Pubblicato il 10/10/2009 / di / ateatro n. 124 / 0 commenti /
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Nel loro sito si presentano così: “Babilonia Teatri è per un teatro pop per un teatro rock per un teatro punk”. In basso c’è l’indirizzo: “via Parrocchia 43, Isola Rizza, VR”.

Popstar.

Enrico Castellani, Valeria Raimondi e Ilaria Dalle Donne sono “tre allegri ragazzi morti”: almeno così come compaiono in Popstar, nelle loro eleganti bare di legno chiaro, per raccontare tre sgangherati destini di paese o di periferia, intrecciati di solitudine, disperazione, sangue e morte, in un crescendo splatter dove non mancano nemmeno angeli e demoni erotomani.
Enrico Castellani è un ragazzone robusto, con due occhioni scuri e un’energia ancora infantile. Valeria Raimondi è squadrata, porta i capelli chiari e corti, una gestualità e una parlata che sanno recuperare sapori e profumi popolari. Ilaria Dalle Donne è sottile, con un volto affilato, grandi occhi spalancati sul mondo e capelli castani lunghi e mossi.
Come compagnia teatrale, nascono nel 2005: dopo il primo abortito progetto, uno spettacolo pacifista sulla guerra in Iraq dal titolo Cabaret Babilonia, esordiscono con Panopticon Frankenstein, frutto dei laboratori teatrali in carcere. Il loro lavoro più ambizioso (e più risolto) è il primo, dal programmatico titolo Made in Italy, Premio Scenario 2007.

Dopo un’intensa stagione di festival, hanno portato a Milano al Teatro dell’Arte (per la programmazione del Crt) una personale con tre spettacoli. Made in Italy porta sulla scena, per esibirlo e smascherarlo, quell’ipocrita mix di consumismo sfrenato, razzismo, mercificazione dei corpi e delle anime, quiz e annunci idioti, pubblicità insieme risibili e stomachevoli, nazionalismo travestito da tifo calcistico (“Campioni del Mondo!!! Campioni del Mondo!!!”) che caratterizzano l’Italia di quest’inizio secolo.

Made in Italy (foto di Laura Arlotti).

Il metodo di scrittura che sta alla base di Made in Italy (e in parte anche di Pornobboy, soprattutto le sequenze iniziali), preciso ed efficace, ricorda il modus operandi dell’ultimo Arbasino. Dal diluvio di comunicazione in cui siamo immersi e sommersi, vengono estratti e collezionati brandelli di frasi ed espressioni, che vengono collezionati e organizzati in liste, per temi o parole chiave: per esempio la sequenza di “giuro…” che inaugura Made in Italy, o le serie che iniziano con “tre…” oppure “offro…” (e ognuno potrebbe aggiungere i suoi, di giuramenti, offerte o terzetti), o ancora il diluvio di allegati a quotidiani e settimanali con cui inizia Pornobboy, con un atto d’accusa a un’informazione ridotta a marketing. E’ una comunicazione “impersonale”, “oggettiva”, un copia & incolla fatto di banalità e frasi fatte, qualche lapsus e ondate d’ipocrisia: è il rumore di fondo dei mass media (giornali e telegiornali), rimpallato e amplificato della “gente” nella sua chiacchiera da bar, da autobus e da treno, peraltro sempre meno distinguibile dalla volgarità urlata dei titoli di certi quotidiani e settimanali. E’ un flusso impersonale, estratto da una realtà esageratamente frammentata e dunque indecifrabile, dove è impossibile trovare un fulcro che le dia senso.

Questo florilegio di “si dice” viene però riassunto e recuperato nei corpi e nelle voci dei tre protagonisti, con il loro aspetto, i loro fisico, la loro vocalità, comprese le inflessioni e le espressioni dialettali della loro terra d’origine (anche se poi, non dobbiamo illuderci, Babilonia Teatri non parla solo del Nord-Est, ma di una pestilenza che ammorba tutto il Belpaese). Poi lo teatralizzano in un rap che riprende le ritmiche della lirica italiana, in una forma che ricorda l’oratorio – oppure il comizio: i tre attori se ne stanno quasi sempre in piedi, pressoché immobili, schierati di fronte al pubblico, a guardarlo bene. Molto spesso parlano insieme, all’unisono, con lo stesso ritmo: il loro è un coro, il coro dell’Italia di questi nostri anni, una voce che sbrodola un inconscio collettivo slabbrato, a volte feroce a volte querulo, narcisista e istupidito. A tratti questo coro diventa addirittura una litania, come nel caso della sequenza dedicata a Eluana Englaro e posta al centro di Pornobboy: ha tutta l’ambiguità della vittima e della star mediatica, della santa e dell’ostaggio di ideologie contrapposte.
Questa esposizione di frammenti, la loro enumerazione ripetitiva, che procede ossessiva per variazioni, all’inizio ha un effetto comico: gli accostamenti assurdi e incongrui tra alto e basso, tragico e comico, vero e falso, nella loro assurdità risultano esagerati, sproporzionati, e dunque ridicolmente grotteschi. Alla lunga, però, si scivola nell’angoscia e nel disgusto: questa raffica di insensatezze – che pure abbiamo sentito e risentito, che sentiremo e risentiremo, continuando a ridere – la conosciamo fin troppo bene, perché sta intossicando le nostre vite e il nostro modo di pensare.

Made in Italy.

Queste sequenze pazientemente sminuzzate e ricomposte vengono intervallate da gloriosi inserti pop: canzonette e frammenti di dirette televisive, inseriti per contrappunto o come sottolineature, e trattati anch’essi con ironia. Una canzonetta può iniziare con l’attore che scandisce solenne i primi versi del ritornello (“Dalla pelle al cuore”). Il commento in diretta televisiva del funerale di Pavarotti può essere ironicamente censurato inserendo un “bip” ogni volta che viene nominato il tenore scomparso. La canzonetta s rivela l’orgasmo nazionalpopolare al vertice di un climax che porta verso il parossismo: La solitudine di Laura Pausini, più volte evocata dai tre sgangherati personaggi di Popstar, conclude beffardamente lo spettacolo in un patetico eccesso d’energie, con il palco ricoperto di fiori piovuti dall’alto, come nel gran finale di un festival. Un talento speciale permette a Babilonia Teatri di mixare abilmente questa sconsolante autodiagnosi e le canzoni che sono la nostra colonna sonora, che abbiamo sentito distrattamente ma che forse non mai abbiamo ascoltato davvero: la playlist di Made in Italy comprende hit come Acido acida dei Prozac+, Alzati la gonna di Vasco Rossi, Io sto bene io sto male dei CSI e l’immancabile Italiano vero Toto Cutugno (solo le liriche…).

Alla radice di questa rabbiosa rivolta c’è un profondo disagio, che si riflette nel racconto di una quotidianità fatta di solitudine e di frustrazione, perché i modelli che ci offre la nostra società appaiono inadeguati e demenziali, e per di più irraggiungibili. Al lavoro c’è una lucida intelligenza critica, e la sofferta percezione della propria diversità rispetto al clima imperante, a un ottimismo di facciata, euforico e falso, a una violenza diffusa, pervasiva ma soft – alla quale dunque è impossibile e inutile ribellarsi. Quella che emerge è dunque una sensazione di impotenza e di amarezza. Con i suoi spettacoli, Babilonia Teatri prova a offrire un antidoto omeopatico, cinico ed efficace: senza moralismi, partendo dai fatti – il nostro discorso pubblico collettivo – lo offre al giudizio dello spettatore, sperando nel suo effetto terapeutico.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2009-10-10T00:00:00

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