E chiù ‘a bestia è feroce, chiù ‘a bestia è o’ padrone

The Metamorphosis del Teatro dell'Argine: Kafka in Palestina

Pubblicato il 24/01/2010 / di / ateatro n. 125 / 0 commenti /
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“A’ Paura d’’Israele nuje forse nunn’a capimmo, ma poiché nun simmo sciemi ‘a contestualizzammo e nà cosa ‘a capimmo,
capimmo ca n’ommo trattato trent’anni comm’ a n’animale
addiventa nà bestia affamata, impaurita e pertanto feroce e chiena ‘e cazzimma, è normale, è naturale…
E chiù ‘a bestia è feroce, chiù ‘a bestia è o’ padrone
‘a bestia chiù bestia è sempre ‘o padrone
‘a bestia è l’impero ca se fa dottrina
‘a morte la bestia…
viva Palestina.”
Al Mukawama –
Flowers of Filastin

La Metamorfosi/The Metamorphosis, coproduzione italo-palestinese di Teatro dell’Argine di Bologna e Al-Harah Theater, ha debuttato il 26 novembre all’ITC Teatro di San Lazzaro (Bo) ( ).
Teatro dell’Argine scrive così un ulteriore capitolo del proprio lavoro sulla Palestina dopo la sessione di drammaturgia e scrittura creativa sulla tematica I muri e le risorse idriche nei Territori Occupati in Palestina nel 2004 che ha dato vita ad uno spettacolo e ad un cortometraggio e il laboratorio La scelta dell’incontro sulle condizioni di vita sotto occupazione condotto in Italia proprio con Al-Harah Theater, compagnia che ha già frequentato spesso i palcoscenici italiani partecipando nel 2001 al Festival di Teatro per ragazzi al Piccolo Teatro, nel 2004 al Festival teatrale del Mediterraneo e con tre tournée nel 2002, 2004 e 2007.
The Metamorphosis, diretto da Pietro Floridia e recitato in arabo da attori palestinesi con sovratitoli in italiano, è nato durante il soggiorno di otto componenti di Teatro dell’’Argine nei territori palestinesi. Qui la compagnia, in collaborazione con Al-Harah Theater, ha organizzato tre laboratori: uno di teatro-circo, a cui hanno partecipato i ragazzi di uno dei tanti campi profughi palestinesi; un laboratorio di scenografia condotto da Gabriele Silva durante il quale sono state elaborate le scenografie dello spettacolo; e un laboratorio di drammaturgia a cui hanno partecipato educatori, maestri e studenti universitari.
Nella scelta del testo il regista ha raccolto la volontà della compagnia palestinese di non cimentarsi in un soggetto che raccontasse direttamente la situazione nei territori occupati ma di partire da un classico attraverso il quale potessero emergere pertinenze con la violenza della vita quotidiana in Palestina.
La scelta è ricaduta su La Metamorfosi, il racconto più conosciuto e rappresentato dell’autore ebreo Franz Kafka per l’alto valore simbolico, metaforico ed etico (da notare l’adattamento teatrale di Steven Berkoff del 1969, la messa in scena del Teatro del Carretto di Lucca, quella de La Fura del Baus, passata da Milano nel 2005 e quella di Joseph Nadj, coreografo serbo residente in Francia), e ha generato un dibattito complesso all’interno della compagnia moltiplicando le chiavi di lettura: perché Gregor Samsa si trasforma? Chi rappresentano simbolicamente gli altri personaggi? Perché alla fine Gregor muore? E’ pensabile un finale differente?
Questo fermento ha portato alla scelta di simbologie volutamente ambigue che restituissero allo spettatore la possibilità delle molteplici chiavi di lettura.
Gli spazi scenici, in particolare la stanza/gabbia di Gregor, come i gesti di violenza e repressione, la fragilità della figura del padre come l’ambiguità della sorella ci rimandano alla condizione palestinese perché sollecitano le nostre aspettative, perché il pubblico sa che sta guardando lo spettacolo di una compagnia palestinese e tende ad inchiodare lo spettacolo stesso a quell’unico compito: raccontare il conflitto israelo-palestinese.
The Metamorphosis sceglie invece un carattere universale che non prescinde dal contesto in cui lo spettacolo nasce ma che vi si rapporta in modo molto sottile sviluppando il tema dell’indagine dell’altro, della complessità e violenza dei rapporti familiari, del saper andare oltre le corazze altrui, del dilemma di adattarsi o meno a condizioni di vita non umane.
Traspare in modo chiaro la volontà di Al-Harah Theater di non lasciarsi sopraffare dall’occupazione israeliana, né in termini materiali e fisici come hanno dimostrato nel 2002 quando il loro teatro è stato distrutto da un bombardamento di una colonia vicina e dal giorno successivo hanno ripreso a fare teatro sui cassoni di alcuni camion; né in termini artistici, non semplicemente riflettendo le condizioni di una vita sventrata dall’occupazione israeliana ma rielaborando questo vissuto all’interno di poetiche altre, in costruzione e non solamente in reazione.

Davide_Pansera

2010-01-24T00:00:00

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