Il naufragio della speranza

Jules Verne secondo Ariane Mnouchkine nel nuovo spettacolo del Théâtre du Soleil

Pubblicato il 25/08/2010 / di / ateatro n. 127

Un’isola tra le tante dell’arcipelago all’estremo sud della Terra del Fuoco, il naufragio su quelle rive di una nave carica di emigranti e la nascita di una colonia ideale sotto la guida di un personaggio misterioso, fuggito alle costrizioni della civiltà e da allora dedito alla difesa della popolazione indigena. Poi, con la scoperta dell’oro, la disgregazione violenta di quella microsocietà pacifica: un’utopia mutata in distopia, ma non del tutto perduta e simbolicamente difesa dal baluardo di un faro acceso nel mare in tempesta. Questa, in sintesi, la storia narrata da Jules Verne nel suo romanzo, Les naufragés du “Jonathan” – edito postumo, dal figlio, nel 1909, ripubblicato ora nella sua veste originaria col titolo En Magellanie – un’avventura ai confini del mondo che nel protagonista misterioso adombra la figura leggendaria di Jean Orth, ovvero Johan d’Asburgo Lorena, erede del trono di Ungheria, uscito dalla scena politica dopo la morte del cugino Rodolfo a Mayerling, da allora dato per disperso in un naufragio e ritrovato, si dice, in Patagonia.
Di qui, da questa fonte narrativa lontana nel tempo, la compagnia del Théâtre du Soleil ha tratto spunto per una creazione collettiva – dal titolo emblematico, Les Naufragés du Fol Espoir – che, con straordinaria libertà d’invenzione, mette di fatto in scena speranze e naufragi della nostra storia. Ideato e diretto da Ariane Mnouchkine con un prodigioso ensemble di attori-autori, in parte coadiuvati nella scrittura drammaturgica da Hélène Cixous, lo spettacolo è il risultato di un intenso lavoro corale durato quasi un anno. “Siamo rimasti tutti sorpresi quando Ariane ci ha dato da leggere il romanzo di Jules Verne”, mi dice Duccio Bellugi-Vannuccini, l’attore toscano, mimo e ballerino, che da anni partecipa alla creazione degli spettacoli del Soleil. “Ariane stava in realtà pensando di fare uno Shakespeare, ma quel libro, trovato su una bancarella, aveva cambiato di colpo il suo progetto. Attraverso quell’avventura che parlava del tentativo di costruire una società ideale, di fondare cioè l’utopia, aveva capito che si poteva raccontare quello che non riusciva a dire con Shakespeare. E poi quella storia si poteva modellare… così sono iniziate le prove e le nostre proposte di scene e personaggi.”
Questo eccezionale modo di sceneggiare il romanzo e di comporre, soprattutto attraverso le improvvisazioni, il nuovo testo teatrale, ha messo così in atto un sorprendente processo di “rimodellamento” della storia e dell’immaginario del romanzo, mirabilmente proiettato, nella messinscena del Théâtre du Soleil, all’interno di una cornice realistica e metateatrale.

Il paesaggio remoto di Jules Verne, sferzato dal vento e da folate di neve, terra di rapina ma anche di salvezza e di utopia, è ricreato, infatti, nello spazio chiuso di una grande soffitta trasformata in “teatro di posa” da una troupe cinematografica dei primi decenni del Novecento.
Non siamo dunque in Patagonia, quando lo spettacolo, inizia, ma in Francia sulle rive della Marna in uno di quei locali, fuori Parigi, che il cinema ci ha fatto conoscere, dove si mangia e soprattutto si balla. Qui, nella guinguette “Au Fol Espoir” si sono rifugiati alcuni cineasti, venuti via dalla potente casa cinematografica Pathé per tener fede a un programma di film d’arte e di impegno sociale per un pubblico popolare. Naufraghi dunque anche loro di un mondo che sta puntando su forme sempre più commerciali di divertimento, sono stati accolti generosamente dal proprietario del locale Félix Courage. Possono così realizzare il loro progetto di trarre dal romanzo di Jules Verne un film che (nelle intenzioni del regista Jean LaPalette, di sua sorella Gabrielle e del loro amico Tommaso) metta in luce gli ideali socialisti di una nuova società a contrasto con la violenza della corsa all’oro e della conquista coloniale.

L’invenzione da parte della Compagnia del Théâtre du Soleil di questo alter ego cinematografico genera un gioco continuo, spesso anche ironico, di proiezioni di sé e del proprio modo di fare teatro, permette di creare un doppio registro di recitazione e un doppio piano temporale. E noi spettatori vediamo, sul palcoscenico della Cartoucherie trasformato nella soffitta del “Fol Espoir”, questa troupe al lavoro: assistiamo all’allestimento ‘a vista’ delle singole scene (una delle costanti del Soleil negli ultimi spettacoli), qui addirittura mostrate nel loro farsi: con gli scenografi che rapidissimi approntano le quinte, i tecnici che creano l’illusione del vento, del mare in tempesta e dei turbini di neve, la musica (una eccezionale colonna sonora composta da Jean-Jacques Lemaître) che suggerisce l’atmosfera spaziale ed emotiva, e con gli attori (un cast eterogeneo che accoglie anche camerieri e cuochi del “Fol Espoir”) che, nel momento in cui “si gira la manovella” entrano in azione, e non sono sempre fedeli alle indicazioni registiche di Jean LaPalette, costretto ad accettare i cambiamenti e le invenzioni della loro scrittura scenica.
Insomma nello spettacolo seguiamo le riprese di questo film che ci riporta indietro agli anni del cinema muto, in un arco di tempo preciso, scandito giorno per giorno tra il 28 giugno e il 31 luglio del 1914. Così mentre i “quadri” dell’avventura ottocentesca nei mari del Sud, raccontata da Jules Verne, si animano su quell’improvvisato set cinematografico, gli attori entrano ed escono dai loro ruoli, ritornano nel presente di quel momento cruciale per la storia d’Europa, compreso tra due eventi cruenti: l’uccisione a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria e l’assassinio a Parigi del socialista Jean Jaurès, leader del movimento pacifista. Le notizie degli avvenimenti di quel mese, in cui, con lo scoppio della guerra, naufragano le speranze di creare una nuova “umanità” internazionale, arrivano nel chiuso della soffitta, portate dai giornali. La lettura dell “Humanité” e dell’“Homme Enchainé” suscita ora speranze, ora timori, provoca la discussione degli attori su come reagire: se andare fuori a combattere o se (come sostiene il regista Jean LaPalette) continuare a lottare con i mezzi della propria arte.
I due piani della finzione cinematografica e della realtà storica si intersecano in un rapido susseguirsi di contrasti e rispecchiamenti che costituiscono la parte più originale del tessuto drammaturgico dello spettacolo. Fin dall’inizio, infatti, la prima ripresa del film fa da antefatto alla biografia immaginaria di Jean Orth, ma svela, nello stesso tempo, l’azione cruenta di forze segrete decise a sopprimere ogni tentativo di cambiamento nella politica dell’Impero austro-ungarico. Si anticipano così, già alla fine dell’Ottocento, le tensioni che porteranno al futuro conflitto mondiale. Tutto inizia infatti a Meyerling, nel 1889. Una semplice quinta di legno suggerisce un interno e la balaustra di un balcone del casino di caccia degli Asburgo. Rodolfo e il cugino Johan si apprestano a dar voce, in un manifesto scritto, al loro sogno di un’Europa che affermi e consenta tutte le liberà di pensiero, di stampa, di religione, che dia educazione a tutti, che rinunci alla conquista coloniale, che si opponga al pangermanismo militare in nome di un’unione dei singoli stati. E’ una splendida sera carica di “folli speranze”, a cui segue improvviso, come il lampo di un’imminente tempesta, l’assassinio di Rodolfo e della sua amante, camuffato, da figure sinistre, in un suicidio amoroso.

E’ solo il primo episodio, ma ha già in sé il nucleo dinamico intorno a cui ruota tutto lo spettacolo, drammaticamente teso tra i due poli dell’utopia e della distopia. In quella fine dell’Ottocento che guarda con slancio verso il nuovo secolo, si scoprono così le radici del nostro tempo, eredi come siamo ancora oggi della energia propulsiva di quelle grandi speranze, ma anche dei pericoli del loro naufragio. E ha ragione Ariane Mnouchkine a dire che questa visione non è pessimista, ma cosciente degli ostacoli e dei venti contrari che i sogni, nel loro viaggio, devono affrontare perché possano realizzarsi. Quei sogni che, come diceva Martin Luther King, possono cambiare il mondo. Alla fine, la costruzione del faro che chiude lo spettacolo appartiene sì al romanzo di Jules Verne e all’ultimo “quadro” del film, ma è anche la luminosa metafora di una forza di resistenza, di una irriducibile fiducia che si possano salvare, nella tempesta, i naviganti della “folle speranza”.

Les Naufragés du Fol Espoir (Aurores)
Une création collective du Théâtre du Soleil, mi-écrite par Heléne Cixous sur une proposition d’Ariane Mnouchkine, librément inspirée d’un mystérieux roman posthume de Jules Verne.
Ideazione e regia di Ariane Mnouchkine, scenografia: Everest Canto de Monserrat e Serge Nicolai; colonna sonora composta da Jean-Jacques Lemaître; luci di Elsa Revol; costumi di Nathalie Thomas, Marie-Hélène Bouvet e Annie Tran.
Hanno inoltre collaborato alla messinscena : Eve Doe-Bruce ,Juliana Carneiro da Cunha, Astrid Grant, Maurice Durozier, Duccio Bellugi-Vannuccini, Serge Nicolai, Sebastien Brottet-Michel, Charles-Henri Bradier e molti altri attori e attrici della compagnia.
Interpreti in una molteplicità di ruoli:
Attrici: Eve Doe-Bruce, Juliana Carneiro da Cunha, Astrid Grant, Olivia Corsini, Paula Giusti,
Alice Millequant, Dominique Jambert, Pauline Poignand, Marjolaine Larranaga y Ausin,
Ana Amelia Dosse, Judit Jancso, Aline Borsari, Frédérique Voruz, Shaghayegh Beheshti
Attori: Maurice Durozier, Duccio Bellugi-Vannuccini, Serge Nicolaï, Sebastien Brottet-Michel, Sylvain Jailloux, Andreas Simma, Seear Kohi, Armand Sarybekyan, Vyayan Panikkaveettil,
Samir Abdul Jabbar Saed, Vincent Mangado, Sébastien Bonneau, Maiscence Bauduin,
Jean-Sébastien Merle, Seietsu Onochi

Nota: Lo spettacolo, andato in scena a Parigi alla Cartoucherie di Vincennes a gennaio 2010, ha chiuso le rappresentazioni il 10 giugno per riprenderle il 15 settembre fino al 31 dicembre 2010.

Laura_Caretti

2010-08-25T00:00:00




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