Il teatrino dell’io [1: username]

Un manuale di sopravvivenza su Internet, un romanzo di formazione a puntate

Pubblicato il 23/09/2010 / di / ateatro n. 130 / 0 commenti /
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Mi stanno chiedendo di scegliere il mio username.
Non è necessariamente il mio vero nome, può essere il mio nickname, il mio nomignolo.
Insomma, il mio nome così come voglio che appaia, così come lo vedranno tutti. Non è necessaro che sia il nome che mi hanno dato i miei genitori, quello scritto sui miei documenti.
E’ un nome che mi scelgo io. Mi battezzo.
Scelgo un soprannome. Un po’’ come nei paesi e nei borghi, dove tutti hanno un nomignolo che sottolinea un tratto fisico, la somiglianza con un animale, oppure il quartiere o la frazione d’’origine, il mestiere tramandato da generazioni, o una qualche bizzarria del carattere, o magari la storpiatura infantile del mio vero nome.

Devo indicare anche la mia password, la mia parola d’ordine, la chiave per accedere ai miei dati e modificarli. Il mio nome segreto, il nome che conosceremo solo io e Lui.
Alcuni siti mi dicono, già mentre la digito per la prima volta, se la mia password è abbastanza segreta, o se è troppo banale e dunque facile da “craccare”. Perché qualcuno cercherà, prima o poi, di rubarmela. La mia password è preziosa. Ci sono ditte che per una modica somma (100 dollari, da pagare solo in caso di successo) sono in grado di fornire le password per qualunque account di posta, social network, ma anche per accedere a conti bancari e carte di credito.
Compilo le due caselle sullo schermo, nella prima scrivo “olivieropdp”, quello che scrivo nella seconda non te lo posso dire, è un segreto tra me e Lui.

E’ un gesto che con ogni probabilità hai compiuto anche tu, più di una volta. Per aprire una casella di posta, per iscriverti a un forum, per fondare un blog, per abbonarti a una testata online, per entrare in un social network…
E’ un gesto che prima di noi hanno già compiuto milioni di esseri umani. Fin dalla notte dei tempi. Perché, anche se non me ne accorgo, quello che sto compiendo è un piccolo rito, una cerimonia di iniziazione. E’ quello che gli antropologi hanno definito “rito di passaggio”: può segnare la transizione a una diversa classe d’età (la cresima, il bar mitzvà), l’ingresso in un gruppo totemico, l’adesione a una religione (il battesimo), l’’affiliazione a una società segreta…
Nelle società primitive, tutte le tappe principali dell’esistenza erano scandite da cerimonie come queste, che costruivano l’identità personale e sociale, e rendevano questa identità visibile a tutti. Nelle società moderne, di queste strutture è rimasta solo qualche vaga traccia: riecheggia per esempio nell’enfasi che accompagna, ogni anno, l’esame di maturità. Più spesso ormai compiamo i nostri riti di passaggio senza nemmeno accorgercene, inconsapevoli. Come in questo caso. Forse è anche per questo che restiamo eterni bambini: non ci sono più i riti che ci fanno adulti. Ma forse per qualche adolescente entrare in un social network significa ancora “diventare più grandi”.

Non me ne sono accorto, ma mentre digito quelle due parole –- nome e password -– la mia identità sta già cambiando. Così come cambia se mi iscrivo a un partito o a un sindacato, se aderisco a una setta o a un fan club: resto quello che ero prima, ma in più sono anche un’altra cosa.
(segue…)

Oliviero_Ponte_di_Pino

2010-09-23T00:00:00

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