E’ possibile una politica della cultura a Milano?

Alcune banalità di base nella battaglia per il futuro della città

Pubblicato il 28/09/2010 / di / ateatro n. 131 / 0 commenti /
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Una città per i topi e l’immondizia?
Una città d’asfalto e cemento? Una città di posti macchina sopra e sotto terra?
Una città costretta a difendere con le unghie l’ultimo striminzito alberello?
Oppure una città che…

Cultura vuol dire immaginare soluzioni diverse, che ci regalino una vita migliore: con l’albero che fiorisce a Brera senza (troppi) topi e (troppa) immondizia.
Oggi è questo è il vero problema della cultura a Milano: far capire che non è colpa dell’albero se ci sono i topi, e che se abbattiamo quella pianta la città sarà più brutta, povera e triste.
In questi decenni, sempre governata da giunte di centro-destra, Milano è diventata più brutta, povera e triste.

AVVISO AI NAVIGANTI. Quelli che seguono sono solo alcuni appunti, certo frettolosi e un po’ confusi, spunti di discussione forse troppo generici, su Milano, sulla sua storia e sul suo futuro. Affrontano temi su cui in città, secondo me, si è parlato troppo poco in questi anni. Le primarie per la candidatura a sindaco della città, così partecipate dopo anni di torpore, offrono finalmente l’occasione per provare a riaprire il discorso. Io sono arrivato fin qui, ora tocca a voi…

1. Valore cultura

Fino a qualche decennio fa, l’arte e la cultura erano per Milano un fiore all’occhiello, un motivo di orgoglio oltre che un elemento chiave della sua identità. Milano era anche una comunità di artisti: basta pensare a Brera dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta.

Oggi invece per i poteri pubblici la cultura pare un’inevitabile scocciatura, un problema in più. Un costo di cui non si capisce l’utilità e il senso. Almeno dalla fine degli anni Ottanta, dopo il fermento dei decenni precedenti, le amministrazioni milanesi danno l’impressione di considerare l’investimento in cultura un lusso e uno spreco. Dunque spese che vanno tagliate appena possibile, soprattutto se morde la crisi, anche perché ci sono bisogni primari da soddisfare: la salute, l’educazione, gli anziani…
Per i burocrati della politica, in mancanza di un disegno complessivo di città metropolitana, la cultura rappresenta una possibile fonte di guai: quegli intellettuali “comunisti” che criticano sempre il governo, quell’arte “inutilmente provocatoria” e pessimista (oppure, per buttarla in filosofia, nichilista) da censurare. Di recente le stucchevoli polemiche su Cattelan hanno riproposto con cent’anni di ritardo un copione già visto e rivisto, con un’ampia fetta della destra – Lega in testa – a sventolare le bandiere di un’ottusa incultura e sempre pronta a esercitare una censura perbenistica).

Perché Milano è una capitale per quanto riguarda l’offerta culturale, ricchissima e diversificata anche se ormai non sempre di livello internazionale. Oltre alle grandi istituzioni e alle maggiori aziende culturali, è attivo un ricchissimo pulviscolo di associazioni, gruppi, fondazioni indipendenti, spesso formati da giovani, che però faticano a formare una rete e a crescere…
La città è ai vertici delle classifiche per quanto riguarda i consumi di musica, spettacoli, concerti, libri, giornali e riviste… Non a caso è anche la capitale dell’industria culturale, con i centri di produzione televisiva, i giornali e le riviste, le case editrici, le gallerie d’arte (ma anche la moda, il design, la pubblicità).
Decine e decine di migliaia di persone lavorano in ambiti variamente creativi: la “classe creativa”, cioè il 20-25% dei milanesi, caratterizza il panorama antropologico della città. Si tratta in genere di lavoratori precari (per necessità e/o per scelta), attivi ormai, più che nel centro storico, nelle varie cerchie della periferia, dove hanno sede per esempio le nuove università, l’industria televisiva e diverse grandi case editrici, e dunque operano in “isole” che faticano a comunicare… E’ una “classe creativa” che ha esigenze e gusti culturali molto lontani dal piccolo cabotaggio provinciale dei progetti culturali delle attuali amministrazioni.

Si avverte dunque uno scollamento tra la realtà cittadina, con le abitudini e le esigenze dei suoi abitanti, e l’atteggiamento del ceto politico che la governa da anni. Se vogliamo progettare una politica culturale per la città, è dunque fondamentale chiarire alle forze politiche e agli elettori il ruolo della cultura. E questa dovrebbe essere senz’altro una delle priorità dei candidati a Palazzo Marino.

2. L’identità perduta

Dal 1973 al 2001 la città ha perso quasi mezzo milione di abitanti: trentacinque anni fa, i milanesi erano circa 1.750.000, oggi sono poco più di 1.300.000 (in leggera risalita negli ultimi anni). Gli stranieri sono attualmente oltre 180.000, ovvero quasi il 14% (dato 2009).
Dal tessuto urbano sono scomparsi interi ceti (o classi: gli operai delle grandi fabbriche); altri sono stati espulsi nell’hinterland (impiegati, negozianti, artigiani) e ingrossano l’esercito dei 600.000 pendolari che entrano ogni giorno in città.
Questa rapida e profonda trasformazione del corpo sociale non è mai stata metabolizzata: si avverte una profonda discontinuità nella storia della città, e quasi nessuno si è preoccupato di scegliere cosa salvare della tradizione cittadina (salvo le “istituzioni dell’obbligo”, confinate però in un ruolo sempre più museale) e quali novità dovessero entrare a far parte della sua “anima”: una recente antologia è dedicata proprio alla Memoria perduta di Milano.

Anche per quanto riguarda il tessuto urbano, la straordinaria opportunità di rinnovamento e riqualificazione offerta dalla de-industrializzazione è andata quasi del tutto perduta ed è stata troppo spesso appaltata ai grandi interessi immobiliari: vedi la Bicocca, la Fiera, l’area Garibaldi-Isola; e soprattutto l’Expo, che è ormai ridotta a un cortile dove ci si accapiglia sulle aree edificabili e sulle opportunità di speculazione edilizia e di appalti miliardari, mentre dovrebbe essere in primo luogo un progetto culturale; incidentalmente, è sintomatica la nomina a responsabile culturale dell’Expo, con un cachet di 150.000 euro, di una personalità come Alessandra Borghese, che non ha nulla a che vedere con la realtà e la storia milanesi; ed è ancora più sintomatico il silenzio dell’intelligentzia cittadina, di destra e di sinistra, su questa nomina. (Questo è solo l’indizio più clamoroso di un problema più ampio: una città che forma e dà lavoro a decine di manager della cultura e dell’informazione, da tempo fatica a trovare e a dare spazio a personalità in grado di assumere un ruolo di qualche rilievo nella politica culturale.)

In teoria l’Expo avrebbe dovuto costituire un trampolino per il rilancio della città e della sua immagine. Sarebbe stata tra l’altro un’ottima occasione per rimodellare i flussi all’interno di una città in profonda mutazione genetica.
Come dimostrano i “postumi” delle precedenti esposizioni, è molto difficile trasformare un evento come l’Expo in una risorsa per la città che la ospita. L’edizione milanese promette già di essere ancora più disastrosa. Rischia di ridursi un baraccone sgangherato, a un evento collaterale costoso e clientelare. Viene alla memoria l’inglorioso precedente del Mundial del 1982, con i cantieri per i nuovi alberghi quasi tutti desolantemente incompiuti: una figura da quarto mondo…

Quando gli interventi architettonici hanno ricadute culturali, in mancanza di una visione di carattere generale, a Milano rischiano di creare problemi di difficile soluzione: il cantiere infinito del Piccolo Teatro e quello a tutt’oggi scandalosamente bloccato del Teatro Lirico, gli Arcimboldi con le ben note difficoltà di programmazione gestione e l’Hangar Bicocca (i due alibi culturali per la ristrutturazione dell’ex Bicocca), la Fabbrica del Vapore che non decolla mai, la Grande Brera che resta sempre piccola, il Museo del Novecento con le ennesime beghe tra sindaco e assessore, ma anche il misero compenso offerto per concorso al futuro direttore…). Oppure svaniscono nel nulla, come sta accadendo a due idee per il futuro della città come la BEIC a Porta Vittoria (la prima grande biblioteca italiana a scaffale aperto) e il Museo d’Arte Contemporanea di Libeskind nell’area dell’ex Fiera. La maledizione ha colpito persino un grattacielo che aveva l’unico torto di chiamarsi Torre degli Artisti: non verrà mai costruito.
Dopo anni di lavori, sono state finalmente restituite alla città due strutture come l’Elfo-Puccini e il Teatro Franco Parenti: spazi importanti, che possono diventare punti di riferimento, da inserire in un disegno complessivo (c’è ovviamente un problema di risorse, ma anche più in generale di gestione di realtà miste pubblico-privato come queste).

Sul fronte dell’arte sociale e della riattivazione del territorio, in una città dove i quartieri e le periferie sono state abbandonate a sé stesse, la cultura può avere un grande valore d’uso, se diffusa nel tessuto urbano: per dare voce alle molteplici anime di Milano, alle diverse e mutevoli identità presenti nei suoi quartieri (Milano è da sempre una città “creola”, che si è nutrita di immigrazione, prima dalle valli e dalle piane lombarde, poi dal Veneto e dal Mezzogiorno, e ora dal mondo intero), per acquisire consapevolezza dei conflitti che la attraversano e renderli dunque discorso, per proiettarli in una dimensione pubblica, e dunque autenticamente politica; ma anche per riqualificare e risocializzare zone degradate.
Ricordando che a Milano, che piaccia o no, vivono i milanesi. Che a essere in gioco è la loro qualità della vita. Che sono loro che votano. Che non devono solo essere costretti a subire una città “consumata” dai pendolari, che non devono essere costretti a fare (o a sognare a fare) i “pendolari al contrario”, forzati del week end.

3. Capitale o provincia?

Per tradizione e forse per vocazione, Milano si vorrebbe capitale internazionale della cultura. Fin dai tempi in cui vi soggiornò Mozart bambino…
Oggi è sede di diverse istituzioni di enorme tradizione e rinomanza mondiale: Scala, Triennale, Piccolo Teatro, Brera. E poi le reti dei musei, delle biblioteche, delle fondazioni culturali, peraltro pesantemente penalizzate dall’ultima manovra… E’ stata e forse rimane uno dei centri più innovativi nell’architettura e nel design, oltre che nella moda.
Tuttavia, rispetto al suo glorioso passato, pare scivolare anno dopo anno in un orizzonte provinciale, quasi paesano, senza iniziative di grande respiro, che possano proiettare una gloriosa tradizione nel futuro e aprire al nuovo. L’incapacità di metabolizzare la grande trasformazione ha prima prodotto una rimozione, una afasia. E poi ha spinto diversi intellettuali a riflettere sulla situazione della città: sono numerosi in questi anni i libri che hanno cercato di diagnosticare il “male oscuro”: per esempio, Luca Doninelli ha parlato di “crollo delle aspettative”, Corrado Stajano di “città degli untori”.

Paradossalmente (ma non troppo…) a segnare l’inversione di tendenza sono stati gli anni Ottanta, quelli della “Milano da bere”, con il suo esibizionistico eccesso di ambizioni – ma quella resta soprattutto la stagione della lottizzazione politica selvaggia, dei grandi progetti abortiti, dei cantieri interminabili dissanguati dalle mazzette.

C’è forse però qualcosa di più profondo, e che interessa la storia dell’intero paese. Milano, metropoli tradizionalmente aperta e solidale, è da secoli la punta avanzata della modernità nel nostro paese. Incidentalmente, il fatto che da decenni il PCI e i suoi derivati l’abbiano abbandonata a sé stessa, ovvero alle destre, è la riprova di un’incapacità di capire il nuovo e le trasformazioni della società italiana, che condanna la sinistra a un ruolo subalterno nel paese.
Milano è di norma la prima città italiana a essere investita dalle ondate della modernizzazione. Le scosse epocali di trasformazione (dall’industrializzazione alla terziarizzazione) offrono enormi opportunità sul versante economico e della generazione di ricchezza, ma al contempo generano inevitabilmente conflitti sociali e forti tensioni, r anche potenziali aperture democratiche. Da oltre un secolo – dalle cannonate del generale Bava Beccaris nel 1898 – la risposta delle classi dirigenti è stata troppo spesso determinata dalla paura e da un riflesso d’ordine: a volte una reazione apertamente e ferocemente autoritaria, oppure scorciatoie populistiche ma ugualmente regressive. Non è un caso che Milano abbia fatto da incubatore per il fascismo mussoliniano nel 1919, e più di recente da laboratorio per il craxismo e per il berlusconismo (che ne è la prosecuzione con altri mezzi e media), e ancora che all’inizio degli anni Novanta abbia dato i primi significativi successi alla Lega.
In troppe occasioni una borghesia “illuminata” come quella milanese – da sempre ricca di fermenti democratici – ha rinunciato a governare la modernizzazione, e ha preferito imbrigliare il cambiamento per gestirlo a proprio favore, anche a costo di pesanti compromessi, piegandolo ai propri interessi.
Oggi la giunta Moratti si è ridotta a fungere da camera di compensazione tra il potere politico e forti interessi privati: una camera di compensazione che nemmeno funziona troppo bene, pur operando in regime di semiclandestinità – visto che la Moratti in consiglio comunale non si esibisce praticamente mai – e dunque in assenza di controlli autenticamente democratici. L’ultimo emblema di questo modus operandi è l’Expo, fallimentare per la città ma assai generosa per i suoi gestori e i loro beneficiati.

La storia però dice molto altro. Per esempio, è a Milano che nel 1893 è nata la Società Umanitaria, per dare studio, istruzione e lavoro ai più deboli. Ed è a Milano che nel dopoguerra, con il Piccolo Teatro, si è affermata l’idea di cultura come servizio pubblico.
Quello che la sinistra dovrebbe fare con la massima urgenza a Milano – ed è un problema culturale prima che economico e politico – è rendere più trasparenti e autenticamente democratici i processi decisionali in città, riaprire all’informazione e alla partecipazione (con i contributo delle mille realtà attive dentro e fuori dalla cerchia del Navigli), senza piegarsi alla volontà delle lobby. Su questo fronte, la cultura è un elemento chiave: per la sua capacità di creare identità e ricostruire i rapporti sociali all’interno della polis.
Dovrebbe riuscire a riattivare e rimettere in rete quello che sta succedendo e che si vede troppo poco, nella sua “pancia” di una società civile ricca di fermenti ma anche sopra i suoi tetti. Perché Milano, dal punto di vista architettonico, è anche un ghetto, in cui gli edifici per mancanza di spazi tendono a crescere verso l’alto: basta guardare i suoi palazzi, moltissimi sono coronati da soffitte e sottotetti riadattati a mansarda, da sopralzi più o meno condonati e consentiti, da attici verandati. Questo ghetto è il quartiere in più cresciuto in una città dove per anni, nel proliferare degli uffici, i nuovi immobili a uso abitazione sono stati pochissimi.

4. Progetto cultura

Di recente diverse città europee hanno deciso di ridefinire la propria identità e di rilanciarsi attraverso un consapevole investimento in cultura: Manchester o Barcellona, e in Italia Torino o Genova.
E’ una progettualità che passa per riqualificazioni urbane e nuovi edifici con grande valore d’uso e forte impatto simbolico, ma anche attraverso manifestazioni che coinvolgono sia la popolazione sia i media (le Colombiadi a Genova, le Olimpiadi a 2006 Torino) e rilanciano l’immagine della città nel mondo (Milano attira già oggi oltre tre milioni di turisti all’anno).

Da decenni, Milano non è in grado di lanciare segni forti sul versante della cultura e delle arti, come è successo per esempio con il Parco della Musica a Roma.
A caratterizzare le ultime amministrazioni, è stata la corsa al risparmio, con il velleitario tentativo di attirare sponsor e mecenati privati, e la conseguente ambiguità nei rapporti tra ruolo pubblico e privato nell’allestimento delle “grandi mostre”, assai facili da promuovere ma di scarso rilievo culturale (e di fatto appaltate ormai a interessi privati), e nella gestione della Scala e di eventi come Mito, che resta peraltro una delle rare iniziative di successo nazional-popolare, anche se in sostanza “importata” da Torino, assai costosa e sostanzialmente confinata nell’area del puro consumo). Inutile ribadire che il rapporto pubblico-privato è centrale anche in altri settori: sanità, istruzione, servizi… Emerge in maniera distorta (e ancora più drammatica) nel famigerato Piano di Governo del Territorio approvato di recente… Non sorprende che l’equilibrio (o lo squilibrio) tra pubblico e privato si rifletta inevitabilmente, con tutte le sue ambiguità e i suo conflitti di interessi, anche nel settore della cultura.

Oggi Milano è animata da una miriade di attività e iniziative che coinvolgono la “società civile” nella sua varie articolazioni e nei suoi vari spezzoni, con collegamento con le cooperative, il terzo settore e il volontariato. Si è insediata in città, non a caso soprattutto nelle zone periferiche e semiperiferiche, una interessante rete di piccoli teatri.
La città pullula di manifestazioni di notevole qualità e interesse: solo per elencarne alcune, la settimana del design con il Fuorisalone, Invideo e Milano Film Festival per il cinema, Uovo, Milano Oltre, Danae, Da vicino nessuno è normale per il teatro, Officina Italia su quello letterario, ma anche Fa’ la cosa giusta, con tutte le sinergie con il terzo settore, eccetera eccetera).
Dunque un tessuto vitale, un capiente serbatoio di energie, che troppo spesso sopravvive stentatamente, con gruppi e circoli che però rischiano di confinarsi in aree marginali, senza incidere davvero nella vita di una città distratta (anche per lo sguardo di reciproca diffidenza tra loro e il potere politico e le istituzioni).
Non è difficile solo far crescere quello che sta nascendo in città. E’ pressoché impossibile anche inventare e costruire. Inutile ricordare che non uno tra gli eventi culturali di successo esplosi in questi anni (Salone del Libro a Torino, Festivalletteratura a Mantova, Pordenonelegge, i festival della filosofia, della scienza, della matematica…) è nato a Milano. Senza dimenticare la progressiva riduzione, in atto da anni, del peso del centro di produzione RAI di Milano, alla faccia dei proclami leghisti; o lo smantellamento del MIFED, un tempo tra i maggiori mercati cinematografici mondiali.
La notte bianca, che era nata per risocializzare la notte e riattivare gli spazi urbani riempiendo la città di eventi e opportunità culturali (aperture notturne dei musei) a Milano è partita in ritardo, con un investimento misero e si è quasi subito ridotta a una “notte bianca dei saldi” in “10 vie della città”, per cercare di rilanciare lo shopping ai tempi della crisi: quello che poteva essere uno effetto collaterale (incentivare i consumi) è diventato l’unico obiettivo.

Inutile ricordare i positivi effetti dell’investimento in cultura sul territorio sono ormai noti: a livello di immagine e di appeal turistico, ma anche di aumento del PIL. Le ricerche sull’economia della cultura dimostrano che ogni euro bene investito in cultura ne può muovere altri sette.
Su questo fronte, non è facile trovare un equilibrio. E’ in gioco il rapporto tra globale e locale. E’ questa la grande sfida del nostro tempo. Da un lato c’è la città, i suoi quartieri, con i loro problemi e le loro legittime esigenze. Dall’altro ci sono le grandi tradizioni culturali e la proiezione tra le capitali della scena internazionale. In passato Milano ha saputo conciliare le due dimensioni: la grande fioritura della moda ha certamente trovato un terreno fertile in un tessuto sociale assai articolato e in veloce trasformazione. Oggi la sfida è più difficile, e Milano sembra aver abbandonato la partita. Vive sulla rendita sempre più striminzita di un glorioso passato.

5. Tradizione e innovazione

Un altro fronte chiave è quello delle energie giovanili e del ricambio generazionale, strettamente collegato dell’apertura alle nuove tecnologie e ai nuovi media.

E’ ormai indiscutibile lo stretto rapporto tra livello culturale della popolazione e potenzialità di sviluppo del territorio.
In città gli iscritti all’università sono oggi circa 180.000, di cui 40.000 fuori sede. Alle università e ai master (sempre più numerosi), va aggiunta una rete che comprende l’Accademia di Brera, il Conservatorio, le Scuole Civiche (un’altra grande tradizione meneghina), oltre che numerosi istituti privati, che prosperano anche per l’inerzia della formazione pubblica.
Ci sono poi le decine di migliaia di giovani impegnati in stage o in varie forme di apprendistato (più o meno sottopagato) in studi professionali e aziende. C’è il “lavorare senza saperlo” diffuso nel nuovo capitalismo digitale.
L’offerta formativa è molto ampia e di buon livello (anche se nelle classifiche delle migliori università gli atenei italiani continuano a perdere posizioni). Milano continua a esercitare un enorme fascino. E’ un serbatoio di nuovi talenti potenzialmente gigantesco.
Sul fronte della creazione, è necessario capire come contribuire nella maniera migliore a:
– formare i nuovi talenti;
– selezionare i più dotati;
– valorizzarli e accompagnarli nel mondo del lavoro e dell’impresa.

Sul versante “giovanile” le cronache cittadine in questi anni hanno tenuto in primo piano due “casi”: il Leoncavallo e gli altri centri sociali, ovvero la cultura giovanile ridotta a questione di ordine pubblico; e la Fabbrica del Vapore, con le sue eterne promesse. Un po’ poco, se lo si confronta a quello che è stato fatto negli scorsi decenni sul versante della riconversione di spazi industriali per usi culturali e su quello degli incubatoi della creatività e dell’impresa giovanile in altre metropoli europee.

E’ necessario ripensare gli spazi e forme della socialità giovanile, all’insegna della multidisciplinarietà e della contaminazione: qualcosa di più e di meglio del dilagante happy hour. E, nell’era di Internet e dei social network, vanno inventate le infrastrutture tecnologiche e va aperto il loro accesso (il wi-fi al Parco Sempione, tuttora pubblicizzato sul sito del Comune, è abortito da anni),

Infine, Milano è agli occhi del mondo “la città dei Leonardo”, artista e scienziato, creatore e realizzatore: e infatti a lui è intitolato il del Museo della Scienza e della Tecnica.
La Milano del Novecento è la città di Gadda, del “noster Politeknik” e della Meccanica. E’ la città del Premio Nobel Giulio Natta, del Moplen e della Montedison.
Quella che sembra perduta nelle nebbie del passato (ora che a Milano di nebbia se ne vede sempre meno…) è proprio questa capacità di conciliare, intrecciare e valorizzare queste diverse culture: quella umanistica e quella scientifica, quella teorica o quella pratica, la ricerca sperimentale e la realizzazione.

6. Idee per il futuro?

Una città come Milano…
…non può essere espropriata da un comitato d’affari.
…non può essere governata con la paura, pigiando il pedale sull’ossessione per la sicurezza e dell’odio per il diverso.
…non deve aspettare ogni volta l’emergenza per affrontare un problema.
…non basta gestirla “da bravo amministratore”, come se fosse un gigantesco condominio.
Milano ha bisogno di un progetto di sviluppo, di uno slancio che può trovare le sue radici solo in un rilancio culturale.

Chi governerà Milano dovrà avere un’idea complessiva della città e del suo sviluppo, e al tempo stesso dovrà riaccendere, su i diversi terreni qui appena esplorati, la voglia di fare e l’entusiasmo a chi ne è in vario modo attore e protagonista. Dovrà scegliere se privilegiare le rendite o dare forma alle trasformazioni sociali (per dirla con Aldo Bonomi).
La città è ricchissima di fermenti e iniziative “dal basso”, altrettanti fermenti – di “buone pratiche” – che una amministrazione pubblica deve saper ascoltare, cogliere e valorizzare. Questo, anche questo, per me significa essere oggi “di sinistra”.

[questo è il prologo di un intervento che vuole rilanciare il dibattito sullo stato della cultura a Milano, in occasione delle primarie per scegliere il candidato sindaco alle elezioni del 2011]

[lo spazio è aperto ad altri contributi: scrivete redazione ateatro.]

Oliviero_Ponte_di_Pino

2010-09-28T00:00:00

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