Giuliano Pisapia tra movimento e istituzioni

L'incontro Il lavoro culturale a Milano. Parliamone

Pubblicato il 01/11/2010 / di and / ateatro n. 131 / 0 commenti /
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Qualche considerazione a margine dell’incontro Il lavoro culturale a Milano. Parliamone promosso nel quadro della campagna per le primarie di Giuliano Pisapia di sabato 30 ottobre a Milano, alla Art&Gallery di via Arese.
www.ateatro.it ha già riportato le idee in sintesi per la cultura dei candidati, si segnala anche questa pagina del sito Pisapiaxmilano.
L’incontro, che riprendeva nel titolo l’inarrivabile libro di Luciano Bianciardi (monito ironico e non inattuale alle relazioni fra gli intellettuali organici e la sinistra), ha scelto di dare spazio agli operatori, di privilegiare l’ascolto.
All’introduzione di Filippo Del Corno sono infatti seguite sei testimonianze da altrettante aree e esperienze, storie indipendenti/extraistituzionali, dal cinema, al teatro, alla moda, con le relazioni-intervento di Stefania Redaelli (Esterni), Marina Spada, Clara Mantica (Best up), Anita Pietra (editor BUR), Giusi Lara (stilista) e Federica Fracassi (Teatro i). A loro si era chiesto di dare indicazioni e segnalare urgenze, mentre la conclusione della panoramica è stata affidata a un intervento più politico dell’editore Alessandro Dalai (che come Del Corno fra i primi sostenitori della candidatura di Pisapia alle primarie) per concludere con un intervento del candidato (e poi buffet di torte salate!).
Del Corno ha rivendicato per Milano il ruolo non (ancora del tutto) tramontato di capitale culturale d’Italia. Lo ha fatto “dando i numeri” della dimensione imprenditoriale e occupazionale (1877 imprese, 34.731 lavoratori Enpals), ricordando il primato assoluto dell’editoria, il rilievo mondiale delle istituzioni dello spettacolo (Piccolo e Scala), ma soprattutto la creatività e l’innovazione in genere, tanto a livello dell’industria culturale che dell’attività indipendente. Il settore tuttavia, così economicamente e strategicamente importante, arranca nella fatica quotidiana ed è stato mortificato dall’assenza di confronto e considerazione da parte della politica, governativa e locale.
Fatica confermata dalle testimonianze (per il teatro Federica Fracassi, per il cinema da Marina Spada), ma anche rincuorata da successi e speranze. E’ possibile rilevare alcuni punti in comune: la necessità di competenza specifica ai vertici delle istituzioni, la richiesta di dialogo con la futura amministrazione e di valorizzazione delle esperienze di qualità, la necessità di sostenere la formazione di eccellenza (a cominciare dalle scuole civiche), l’importanza di “fare rete”
Dalai – dalla lunga biografia nel campo dell’editoria e da una collaudata pratica con i palazzi della sinistra – ha offerto qualche chiave di lettura interessante della politica culturale milanese, risalendo all’influenza dall’area “migliorista” negli anni Ottanta (per i giovani: era una corrente del PCI) e, ironizzando sugli assessori di questa maggioranza, ha auspicato nouvelles vagues veltroniane (ma senza la tendenza di Veltroni a mettere dappertutto i suoi uomini!).
Pisapia ha infine ripreso le fila dei diversi temi trattati riportandoli su un terreno che gli sta particolarmente a cuore, quello del territorio, della centralità delle periferie, della coesione sociale.

Al di là dell’apprezzamento per la scelta di fare della cultura uno dei punti qualificanti del programma, l’incontro ha trascurato alcuni nodi che non è possibile eludere e che forse potranno essere recuperati in future occasioni:

L’equilibrio tra grandi istituzioni e territorio
Nella sua impostazione, Giuliano Pisapia ha insistito in più occasioni sulla funzione e sul valore sociali della cultura: per rivitalizzare il territorio, per rendere espliciti nel tessuto della polis le tensioni che la attraversano (in questi anni, prima tra tutte, le tensioni determinate dal multiculturalismo). Certo, è importantissimo valorizzare le energie di gruppi e realtà diffuse in città e pressoché invisibili. E’ fondamentale ridare voce ed energia ai quartieri della città, contro una gestione dell’emergenza che vorrebbe i cittadini chiusi in casa, con un coprifuoco in stile militare. Ma Milano non si può accontentare di questo, se vuol tornare a essere capitale culturale e se vuole riaprirsi alla scena internazionale.
In una concezione che privilegia il valore d’uso della cultura, resta però in secondo piano la funzione delle grandi istituzioni culturali della città (Scala, Piccolo, Brera, Museo del Novecento, Museo della Scienza e delle Tecnologie, Conservatorio, Triennale…) per non parlare dei progetti per BEIC e MAC. Quale può essere il rapporto di queste realtà con il tessuto della città? Devono continuare a muoversi su piani diversi? Con l’inevitabile rischio di avere da un lato l museo, dall’altro un generoso velleitarismo?

Il ruolo del Comune e il rapporto pubblico-privato-indipendente
Un altro nodo chiave (e sempre più ingarbugliato) è il rapporto fra area pubblica, area privata e realtà indipendenti. Nei diversi settori, l’ente pubblico è un punto d’equilibrio tra le istituzioni pubbliche e semipubbliche (musei, teatri eccetera), l’industria culturale (il mercato), e l’insieme vitale e diffuso della produzione e dei progetti indipendenti (soprattutto giovani). La carrellata di testimonianze e opinioni ha rappresentato soprattutto questo tassello, ma il lavoro (culturale) si esplica in un sistema complesso e interdipendente, in cui è urgente definire identità e funzioni.
(Tra parentesi, il rapporto pubblico-privato-indipendenteera al centro dell’ultima sessione delle Buone Pratiche del Teatro 2010; e sul tema si consiglia anche l’intervento di Marc Fumaroli su Repubblica del 28/10 Se i musei dimenticano l’arte per inseguire il mercato.)
Anche a fronte della contrazione delle risorse degli enti locali, come deve strutturarsi l’intervento di una nuova amministrazione di sinistra? Giustamente è stato notato come nella giunta Moratti l’ambito culturale sia disperso in più assessorati (un fenomeno diffuso, che però a Milano ha assunto dimensioni grottesche); anche prevedendo di ricompattare e razionalizzare la spesa per la cultura, non è secondario chiarire metodi, linee e criteri di bilancio; e naturalmente garantire trasparenza.
Ma in quale misura e con quale criterio le risorse pubbliche vanno indirizzate verso istituzioni o organizzazioni? In quale equilibrio di funzioni, servizi, garanzie di qualità e consistenza (attraverso convenzioni vecchie e nuove)? Quanto invece deve essere riservato a momenti/eventi di forte impatto (sul pubblico e mediatico), ma di altissimo costo, come MITO e naturalmente l’EXPO? Ed è davvero corretto che il Comune (qualunque comune) si faccia gestore diretto (o di fatto diretto) di spazi e promotore di manifestazioni? O che indirizzi in modo preciso verso temi, progetti, eccetera, magari individuando ambiti “scoperti”? Qual è, in sostanza, la funzione del comune? E come questa funzione si esplica nei bilanci, nel sistema di relazione con i diversi soggetti e nel rispetto della loro indipendenza? Non dimentichiamoci che negli ultimi mesi si è assistito anche a livello cittadino alla rinascita della censura, e la censura è sempre un agguato se le relazioni e i ruoli non sono chiari e condivisi.
Quale deve essere il ruolo della sede RAI di Milano, progressivamente svuotata di risorse e progettualità, alla faccia dei velleitari proclami leghisti?
Ancora, quale può e deve essere il rapporto con i privati? Il caso delle mostre cittadine è un clamoroso esempio di ambiguità è la moltiplicazione delle mostre promosse dal Comune, inversamente proporzionale al loro valore culturale (vedi l’intervista di Armando Besio a Massimo Vitta Zelman su “Repubblica-Milano” del 31 agosto scorso).
A Milano operano numerose aziende private impegnate in vari settori della cultura: editoria, cinema, radio, televisione, design, arte, moda, pubblicità…

Gli spazi per la cultura
Giuliano Pisapia ha parlato di carenza di spazi. E’ necessaria qualche precisazione, almeno per quanto riguarda il teatro. I piccoli spazi indipendenti si sono moltiplicati negli ultimi anni, ma stentano a vivere, con aiuti pubblici inesistenti o bassissimi e con il (recente) inasprimento dell’applicazione delle norme di sicurezza. Nell’area “convenzionata” (Elfo-Puccini, Franco Parenti…) e direttamente gestita (o quasi: Teatro degli Arcimboldi), il Comune ha attuato negli ultimi anni interventi consistenti di tipo immobiliare, che come esito hanno una moltiplicazione degli spazi, mentre restano stabili o diminuiscono le risorse destinate al sostegno della produzione (o a fronte di risorse in calo) e il pubblico non cresce (almeno per ora): abbiamo in città spazi “europei”, che rischiano tuttavia di non avere i mezzi per decollare. Sul fronte privato va rilevata infine la sovrabbondante offerta di spettacolo d’evasione (impensabile fino a cinque anni fa); prima o poi anche il Teatro Lirico (spazio comunale in gestione privata) riaprirà, rivolgendosi – almeno nel progetto – allo stesso tipo di programmazione.
Quello che manca invece, e a questo probabilmente Pisapia faceva riferimento, è un sistema diffuso in modo capillare ed equilibrato sul territorio di spazi culturali e sociali, un piano regolatore e di sviluppo che potrebbe essere il punto di incontro fra le necessità della produzione culturale giovane, e gli obiettivi di aggregazione. Sul tema si sono orientati anche alcuni bandi di Fondazione Cariplo (creatività, periferie e biblioteche, residenze), sopperendo i qualche misura alla scarsa sensibilità pubblica.
Un’ultima considerazione sul “Fare rete”. Qualcuno ha parlato della necessità di un censimento delle organizzazioni culturali, con riferimento ad affinità imprenditoriali o ad aree settoriali; ma aggregazioni potrebbero crearsi anche su base territoriale (già ne operano di significative a livello di alcuni quartieri), generazionale, di tendenza, di “movimento”. L’obiettivo della “rete” (evocata quasi come parola magica più che come strumento concreto di cooperazione fra uguali e dal basso) come struttura intermedia nel rapporto fra operatori e Comune corrisponde a un bisogno di efficacia, di coordinamento, di razionalizzazione, ma anche di rappresentanza e trasparenza (difendere il singolo e l’organizzazione dall’arbitrio e dai privilegi di rapporti individuali o politici). Ma di qualunque rete si tratti, rimane un obiettivo astratto se non si fa chiarezza sui punti sopra elencati: sul ruolo dell’amministrazione, sui metodi, sugli obiettivi, sui bilanci, su equilibri e relazioni del sistema nel su complesso, sul rapporto fra operatori culturali e politica.

Insomma, c’è ancora molto su cui riflettere e molto lavoro da fare, anche per rispondere all’incultura di alcuni esponenti della giunta Moratti. Ma Milano ha la forza per farlo: basta declinare, in una chiave più attuale, le sue grandi tradizioni: a comincare dalla consapevolezza che l’istruzione e la cultura sono indispensabili a una società autenticamente democratica, e dunque sono un servizio pubblico, nel senso più profondo del termine.

Mimma_Gallina_e_Oliviero_Ponte_di_Pino

2010-11-01T00:00:00

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