BP2011 MATERIALI Risorgimento teatrale

Testimonianze ottocentesche

Pubblicato il 22/02/2011 / di / ateatro n. #BP2011 , 132 / 0 commenti /
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Risorgimento teatrale: testimonianze ottocentesche Claudio Meldolesi, Gustavo Modena e il 1848 degli attori

Per Modena salire sul palcoscenico voleva dire andare contro il teatro esistente, che non era più in grado di eccitare “il sangue dell’artista”, di accendere “quella febbre del cuore e della fantasia” per il cui tramite “l’uomo strappa il bello ed il sublime alle volte del cielo”. Questo andare contro per strappare il bello era il punto d’origine della sfasatura modeniana, in senso sia rivoluzionario sia artistico. Nel primo senso perché l’atto sovversivo era per Modena un prodotto dell’”immaginazione”; nel secondo, perché l’atto artistico doveva consistere ogni volta in una performance di commozione e di sudore. Come si sarebbe potuto trascinare il pubblico dei grandi spazi teatrali, senza un atteggiamento di lotta? A questo risultato si poteva giungere, però, se l’attore era in possesso di un disegno drammaturgico suo, che costituisse il suo livello di narrazione, e se per esso la rappresentazione del testo si apriva e s’intrecciava con altre rappresentazioni (in termini di poetica, Modena era per un teatro di unificazioni delle arti, comprese la lirica e la danza). Niente aggiunte esornative, piuttosto si trattava di qualificazioni: l’attore agiva più di quanto il personaggio letterario richiedesse, e così facendo, rappresentando Delavigne o Dall’Ongaro, innestava emozioni provate al contatto di Shakespeare, di Dante, di Schiller, di Rossini, di Mazzini; mentre rappresentando Alfieri, era portato a iniettarvi il realismo recitativo di Vestri o un qualcosa dei suoi dialoghi politici. Il sudore era l’emblema di questo teatro tenuto sempre sotto sforzo; e dappertutto Modena metteva un seme di caratterizzazione popolare. “Genio femmina”, pur sapendo di comunicare davvero solo con una minoranza, non rinunciò a recitare per la folla. Non poteva non essere così, dato che egli voleva creare momenti di teatro-popolo e di teatro-nazione mentre di per sé il teatro restava un tempio del vecchio potere. […]

Gli attori, specie gli attori italiani, non furono mai dei semplici cittadini; se all’appello risorgimentale risposero in massa, è ipotizzabile che essi dessero vita a una loro storia partecipando alla storia nazionale. E poiché il teatro italiano successivo al 1848 non fu lo stesso di prima, è ragionevole che quella storia si svolgesse nelle forme di una piccola, ma non per questo meno incisiva, sovversione.
In una fase siffatta, in cui si configuravano le questioni sociali della modernità mentre gli scontri politici muovevano più le classi alte delle basse, la comunità degli attori si trovò in una posizione naturalmente sovversiva. In termini sociologici gli attori erano degli emarginati, in quanto nomadi, ricattati dal sistema teatrale, ignorati dalla cultura letteraria, privi di mezzi produttivi loro propri; reietti, sì, e tuttavia in contatto con la vita di tutti, in quanto persone di dominio pubblico specializzate a soddisfare le curiosità e i sentimenti collettivi: ossia essi erano in debito con la società e, al contempo, non erano condannati alla rassegnazione, come le masse dominate dall’indigenza e ancora lontane dalla rivoluzione industriale. Forse per questo credettero alla “primavera dei popoli”, mossi dal desiderio che la condizione teatrale potesse finalmente emanciparsi. Facciamo un esempio.
La Ristori riuscì a sposare il marchese Giuliano Capranica del Grillo prevalendo sull’ostile sgomento dei suoceri. Fu una lotta durissima, che l’attrice dovette affrontare anche da ragazza madre e da scritturata inadempiente e che finì felicemente contro ogni previsione. Il ’48 teatrale, tempo di ricongiunzione del teatro e della società, fu annunciato da questo caso sensazionale quanto dalla furia rivoluzionaria di Modena. Quindi il nuovo tempo degli attori decollò mentre tutt’intorno prendeva a dilagare il moderatismo politico. La stessa Ristori trasse dallo spirito sovversivo del 1848 la forza per non abbandonare il teatro, come la sua nuova condizione sociale avrebbe richiesto. C’è da pensare che, senza la spinta quarantottesca, la storia non avrebbe conosciuto “l’attrice-regina” bensì una marchesa preoccupata di cancellare le tracce del suo passato irregolare.
Questo decollo della soggettività del teatro, in parte conflittuale con la vicenda politica nazionale, segnala che la cultura degli attori aveva finalmente trovato una sua posizione distintiva, improntata alle idee del romanticismo: intendendo il riferimento in senso critico sociale.

[Claudio Meldolesi, Ferdinando Taviani, Teatro e spettacolo nel primo Ottocento, Laterza, Roma-Bari 2010 (sesta edizione)]


GUSTAVO MODENA (1803-1861)

” Milano, 1848. Ah! Quale notte sublime quella dal 4 al 5 [agosto]! Uomini, donne, fanciulli a migliaia intenti a disfare il selciato e a portare i selci al piano superiore della case, la classe media offrendo a gara i mobili pesanti, tavole e cassettoni per le barricate.”

“Va’ affiggere sulla mia porta un cartellone: qui s’insegna portamenti, fisionomie, rettoriche e scappavia ad uso di nuovi governatori, intendenti, consiglieri ecc. per le provincie immatricolate, connesse e da connettere. Ho tanto letto e biscicato Goldoni, Molière , Shakespeare, Gregorio Leti, la Bibbia, l’Alcorano e Scribe: ho tanto fatto da governatore, da principe, da Re di tutti i segnati, che in quindici lezioni, se il democratico iniziato non è proprio ciuco, bietolo, tufo, lo metto all’onore del mondo e gli trasfondo la psicologia della sua carica in tutto il suo essere e nelle movenze e nello spiro. Ma già costoro si crederanno nati colla fiammella in testa come i dodici apostoli.”

I Dialoghi satirici. “L’Inferno di Modena, ‘Mistero faceto-lagrimoso’, ovvero Il falò e le frittelle, ha per sommo officiante Camillo cuoco (Cavour), validamente affiancato dagli scolari Beltramino, Cassandrino, Faggiolino, Calandrello, Cotichino, Baciccio, Giacometto, Moscabianca, Miracolo (nomi che richiamano senza difficoltà alla memoria i diavoli dei canti XXI e XXII dell’Inferno), e dalla Drammatica (Beatrice). […] Cavour, il ‘Machiavello delle frittelle’ fa preparare coi libri della storia d’Italia il grande falò: Dante, Cattaneo, Mazzini., Muratori, tutti sono dati alle fiamme (nei dialoghi di Voltaire erano i gesuiti a bruciare i libri, qui sono i ‘cavalieri pedestri’, i professori). Solo le incomprensibili Poesie e prose angeliche della canonichessa Terenzia Manà dei Quercioli (Terenzio Mamiani della Rovere) scampano alle fiamme: serviranno per essere studiate a memoria dagli scolari. Cento scolari gridano al levarsi della fiamma fra razzi e girelle. Risplende un gran carciofo luminoso, è l’Italia carciofolata di Cavour. Ai suoi piedi solo Esopo (‘della città Giustizia, vicolo Verità, portone Libertà, n. 20 rosso’) non esulta, e con lui due scolari educati allo studio di Mazzini e Cattaneo.”

“Il mio teatraccio è in piazza: la canaglia ne fa il suo jus!… eh no! cosa dico – non è in piazza – il mio teatro è negli spazi oltre la luna: là dove son tanti altri miei sogni,,, Oh sogni miei!… I venti vi sieno leggeri!!”

“Io sono un Genio-femmina: scaravento le mie idee come grani di spelto sulle ali dei venti; se germogliano, bene; se no, la terra non le meritava. I lampi abbarbagliano; ed io lampeggio, non accendo candele; tant pis per chi ha la vista debole… e per chi è cocciuto.”

[Claudio Meldolesi, Profilo di Gustavo Modena. Teatro e rivoluzione democratica, Bulzoni, Roma 1971; e Negli spazi oltre la luna. Stramberie di Gustavo Modena, libretto di sala dello spettacolo, Bologna 1983]


ADELAIDE RISTORI (1822-1906)

1848, “Viva l’Italia! In breve i nostri labbri lo pronunzieranno uniti questo grido animatore ed insieme piangeremo di gioja al racconto della sconfitta tedesca”.

1859, Parigi. “Noi siamo nell’estasi per la sorprendente vittoria ottenuta dalle nostre e dalle armi alleate [a Montebello e Palestro]. Dovunque tu vedi bandiere franco-italiche il popolo è pazzo dalla gioja. I giornali non sono letti, ma divorati. Finito il pranzo, ci trangugiamo la Patrie, le Courier de Paris. Finita la colazione, il Moniteur e le Siècle…”
Bruxelles. “Si è tedeschi in tutto e gettano, a pieni vasi, acqua ghiacciata sui vulcani delle nostre fantasie.”
Amsterdam. “Il pubblico proruppe in grida entusiaste di ‘Viva la Ristori Viva l’Italia Viva Verdi’. L’attrice rispose con ‘ Viva l’Olanda mentre l’orchestra suonava l’inno nazionale”.

1860, Utrecht. “Trovò una deputazione di studenti in abito nero, cravatta bianca, coccarda italiana alla bottoniera, che alla testa di un numero incredibile di gente l’attendeva all’imbarcadero. Altra folla, al suo passaggio, gettava i cappelli in aria, facendole largo come ad una regina. Preceduta dalla banda militare in uniforme e dall’ufficialità a cavallo e seguita da una moltitudine di persone, che aumentava di minuto in minuto e gridava sempre ’Wiva la Ristori, W l’Italia’, con gli abitanti che uscivano dalle finestre e dalle botteghe sventolando i fazzoletti. La sera la sua recita con Maria Stuarda fu bellissima per gli applausi e i fiori. La Ristori trovò stupenda la vignetta con Vittorio Emanuele che cercava di calzare uno stivale e non riuscendovi diceva ‘bisogna che mi sbarazzi di questi intoppi’. Svuotandolo ne usciva il Papa, il Re di Napoli e l’Imperatore d’Austria.”

!861, San Pietroburgo. “Nella triplice qualità d’italiana, di donna e d’artista, favorita dai pubblici e dalle Corti, lei si era permessa di spiegare al Ministro degli esteri, Aleksandr Gorciakov, al quale l’aveva indirizzata Cavour, le ragioni per cui gli austriaci dovevano essere cacciati dalla sua Patria. Dal loro dialogo:
GORCIAKOV – Io amo molto l’Italia.
RISTORI – Se l’ama molto, perché non lo dice apertamente mandando all’aria la diplomazia? Forse che l’Austria, agli occhi suoi, ha maggiori titoli del mio paese ad essere trattata con riguardi dalla Russia?
GORCIAKOV – Ma le ripeto che l’Italia non potrà mai essere Nazione perché da secoli e secoli fu divisa e suddivisa ed il carattere italiano non si piega tanto facilmente come un altro, e vive solo di turbolenze.
RISTORI – E quali meriti superiori al nostro ha il suo paese in faccia a Dio e agli uomini, per essere creato Nazione e noi no? Al contrario Dio ha benedetta la nostra terra rendendola più bella di tutte, ricca di tesori d’ogni genere… d’intelligenze straordinarie.
GORCIAKOV – Ma non potrà mai cacciare né l’Austria né il Papa, dunque il Conte di Cavour si contenti di quello che ha.
RISTORI – Vorrei un po’ vedere Lei ed il suo paese se a qualcuno dei padroni di questi stati limitrofi saltasse lo schiribizzo d’entrare in casa loro, mettendoli prepotentemente alla porta. Sarebbero animati da quel famoso spirito di rassegnazione che tanto ci decantano e del quale vorrebbero fossimo animati?”

“Io concepii l’ardito pensiero di mettere piede nel teatro francese per dimostrare la più viva riconoscenza alla Francia sì simpatica al mio nome e sì generosa verso la nostra Italia, e per provare che, nelle regioni dell’Arte, non debbono esserci più né Alpi né Pirenei.”

!861. “La morte del Conte di Cavour ci ha piombati nel più grande dolore! E siamo incapaci di concepire un’idea! Dio! Che disgrazia tremenda! Noi metteremo il lutto come amici di quel grand’uomo e come parte di quella famiglia ch’egli, da padre, ha redenta formandola nazione. Questa sera abbiamo sospesa la recita pel dolore che io provo, e per dovere verso di quel sommo che non è più.”

[Teresa Viziano, Evviva Adelaide Ristori Evviva l’Italia Evviva Verdi (1858-1861), La conchiglia di santiago, San Miniato (Pisa) 2010]

TOMMASO SALVINI (1829-1915)

Repubblica Romana, 1849. “Io ed altri giovani artisti, non fummo degli ultimi ad arruolarci, e in poco tempo si formarono due battaglioni di volontari sotto il comando del colonnello Masi, che immantinente ci affidò la difesa delle mura ai Giardini del Papa, tra porta Cavalleggieri e porta Angelica[…]. Per sette giorni e sette notti non ci smontarono da quel posto, e il nostro letto era la nuda terra. Come Dio volle fumo surrogati da altri militi; ma ci venne imposta la costruzione delle barricate a Porta del Popolo. Io ebbi l’ordine di dirigerne due, che furono giudicate degne d’encomio. […] I Francesi dopo lo smacco del 30 aprile [battaglia alla porta di san Pancrazio], vollero la rivincita; ed avendo constatato che le nostre palle non erano di burro, e che gli Italiani si battevano, cosa da loro non mai creduta, decretarono una nuova spedizione di 34.000 uomini, con tutti gli apparecchi d’un assedio”.
“S’approssimava lo scioglimento del glorioso dramma. Le strade coperte e le piattaforme ordinate dal capo del Genio, Le Vaillant, erano compiute: i cannoni d’assedio appostati, e le granate piovevano su Roma metodicamente ogni 5 minuti di giorno e di notte, ma i repubblicani non vollero né arrendersi, né capitolare. Era una eroica protesta più che una difesa. Tutti sapevano che contro forze sì preponderanti, Roma non avrebbe potuto resistere, ma tutti seppero, che in Italia v’erano dei cuori generosi che si ribellavano al giogo del dispotismo e della tirannide. I Francesi, dopo aver praticate sette breccie nelle mura, per impossessarsi delle alture, le occuparono di notte e a tradimento, non senza trovare una pertinace ed eroica resistenza. Cadde la Repubblica Romana ma non i repubblicani.”
“Sì, giunsi a Roma; ma qual Roma? Ritrovai una Roma tetra, deserta, lugubre; nella cui tinta fosca preponderava il color rosso dei calzoni Francesi, ed il color nero della tonaca dei preti. I pochi cittadini che incontravo per via portavano sul volto i segni di una mestizia da stringere il cuore.”

“I colori verdi, bianchi e rossi proibiti, non che proibiti il giallo ed il nero, il giallo ed il bianco; sui fiori che si portavano in scena non dovevano spiccare i colori sunnominati; e se per combinazione una attrice aveva l’abito bianco e verde, un’altra vestita di rosso non le si poteva avvicinare. Le trasgressioni non erano soltanto punite con ammonizioni, ma con qualche giorno d’arresto, e con l’ammenda d’una somma che variava a norma della più o meno grave inosservanza. Ben mi ricordo che una sera, nella Sposa sagace del Goldoni, rappresentando io la parte del Capitano, per avere l’uniforme turchina, con le mostreggiature rosse e la gala bianca, mi fecero pagare dieci scudi; perché il turchino, di sera, sembrava verde.”

“Italiano? Sì, Italiano! Questo nome, posto all’indice dal governo Borbonico, e che veniva punito, sulle labbra di chi osava pronunciarlo, con le carceri e col patibolo, poteva uscire liberamente dalla bocca di tutti al finire del 1860. […] Oh, i bei giorni d’entusiasmo […] E riandando il pensiero all’epoca della mia adolescenza e della prima giovinezza, nelle quali il giogo straniero ci stringeva il collo, e le inquisitrici prepotenze chiesastiche ci attutivano l’intelletto, mi compiaccio d’esser vissuto in quel tempo, per poter oggi maggiormente apprezzare e gustare la soddisfazione di dirmi libero cittadino.”

[Tommaso Salvini, Ricordi, aneddoti ed impressioni, Fratelli Dumolard Editori, Milano 1895]

ERNESTO ROSSI (1827-1896)

“Il Cameroni sulla disgrazia di Novara aveva architettato un dramma – La fucilazione del generale Ramorino. Io doveva rappresentarlo nella primavera dell’anno 1850. Eravamo tornati colla nostra compagnia a Trieste, ed avevamo già fatta la stagione quaresimale al Filodrammatico […] Il titolo del dramma e il nome dell’autore, puoi facilmente dedurre quanta gente chiamarono al teatro. Quel vasto recinto in quella sera fu troppo piccolo, per contenere tutti i curiosi. Lo spettacolo doveva cominciare alle 7 e mezza: alle 5 il popolo faceva già una lunga coda […] fracassava porte e invetriate. Cosicché alle sei non entrava più un chicco di panico nella sala. Pensa all’orgasmo mio, del poeta, della compagnia e del pubblico, e aggiungi pure della polizia: la quale allora soltanto capì, che aveva preso un granchio a secco. Far sospendere la rappresentazione era lo stesso che istigare una rivoluzione, far succedere una carneficina.”

“Disgraziatamente nel 1859 avevo dovuto proprio piegare la testa e andare a Trieste: fortunatamente la guerra scoppiò! E noi rimanemmo fra l’uscio e il muro. Ma chi se ne lagnava? A dire il vero nessuno. I nostri cuori palpitavano, mentre i nostri volti fingevano indifferenza! Ma quali ansie! Quale trepidazione! E quali dolori! […] Montebello, Palestro, Magenta! Che respirone! Avrei desiderato per quel resto di anno, di non pensare più al teatro: ma perché mettere sul lastrico tanta gente? Non aveva io fatto tanti sacrifici per tenerli uniti? Ci riunimmo in Toscana: andammo a Livorno, e facemmo una stagione splendida.”

“Quando conobbi io Garibaldi? Fu a Padova, come ti dissi, nel 1866, mentre il generale ritornava dal Tirolo. Io recitava al teatro Duse, teatro popolare, frequentato dalla scolaresca. […] Fu subito cambiato il nome di quella baracca di legno, e si chiamò Garibaldi. Si recitava Amleto di Shakespeare. Dire che il teatro era gremito, e che Garibaldi ricevette in quella sera una commuovente ovazione da tutta quella gioventù, amore e speranza della Nazione, lo credo inutile. Solo posso dire, non vi fu né trasmodo, né volgarità: – fu una manifestazione degna di chi la ricevé, e di chi la fece. Ordinariamente in simili circostanze, lo spettacolo scenico diventa quasi secondario: perché il primo spettacolo è nella platea e nei palchi: ebbene, quella sera non fu così: finito l’interessante spettacolo in teatro, cominciò quello sul palcoscenico, con un raccoglimento veramente esemplare. Chi diede l’esempio fu il generale, il quale silenzioso e attento, si sedette nel suo palco vicino al proscenio, volgendo le spalle al pubblico, per meglio udire e vedere. [… Mi ha detto] lessi, è già molto tempo, questo lavoro, mi piacque, ma non mi interessò, e non mi impressionò quanto questa sera. Sentite la mia mano come trema ancora!”

[Ernesto Rossi, Quarant’anni di vita artistica, Tipografia Editrice L. Niccolai, Firenze 1887]

GIACINTA PEZZANA (1841-1919)

1859. ”In buona fede, rossa in viso per la corsa, entrai, con impeto, nello studio gridando: – Signor Modena, sono arrivati i francesi! – Egli mandò un tono gutturale, che non era né un colpo di tosse, né una parola; poi, guardandomi in cagnesco, mi disse: – Xeli vegnù? Basta che po i vada via!’’

“Vennero le così dette politiche, Madama Scardassa (l’Austria!) i cui personaggi Vittorio, l’Italia, facevano battere i cuori italiani, avidi di liberarsi dell’odiosa tutela! Si fu appunto rappresentando l’Italia che io raccolsi i primi applausi nel teatro Piemontese, e per quanto sentissi che erano applausi d’italianità, non ne provavo minor voluttà come artista, e come cittadina. Avevo tanto sofferto (andando a Modena con la compagnia italiana) di quel confine austriaco nel cuore d’Italia quasi… vedendo quelle garitte e fascioni gialli e neri! E quei croati con le loro gambette strette nei pantaloni attillati, che finivano in stivaletti da donna! Con quei baffi ispidi voltati all’insù!… Che orrore, che avversione! Che stretta al cuore, per me, che avevo cantato a squarciagola in piazza Castello, tutti gl’Inni patriottici con i me fratelli! E declamato, più tardi, le poesie del Berchet, insegnatemi dalla buona Malfatti, che prendeva parte alle sante convulsioni patriottiche!”

“E quando dopo le gloriose battaglie, i feriti arrivarono a centinaia, mutilati, sanguinanti, e gli ospedali di Torino ne rigurgitavano, fra le pietose donne che accorsero al letto di quei poveri eroi una delle più attive fu la nostra [attrice] Carolina Malfatti.”

“Ella è un po’ scoraggiata dalla guerra accanita che il mondo mascolino muove al femminino, guerra sleale, che ha per arma il ridicolo. [… Se] la nostra è una voce nel deserto, almeno che essa risuoni continua e potente finché venga ascoltata ed esaudita.”

“I socialisti del giorno non sanno nemmeno loro quello che vogliono. Mazzini invece predicò il vero socialismo! Il solo effettuabile, perché ha base sui diritti e sui doveri!”

“Io mi sono vantata rare volte di essere mazziniana, ma ho cercato sempre nella vita di donna come d’artista di mettere in pratica i suoi insegnamenti: pensiero e azione… ho scartato quindi dalla mia vita l’egoismo individuale, per fare qualche cosa di utile agli altri… ma non ne ricevetti che beffe e danni: non importa!”

“La commemorazione [della nascita] di G. Modena fu una vera battaglia di dietro scena. Invitai la Ristori, la Marini e Novelli a prender parte a quella solenne onoranza, ma tutti si rifiutarono… perché sapevano che intendevo commemorare il grande artista ed il grandissimo repubblicano amico di G. Mazzini!”

[Laura Mariani, L’attrice del cuore. Storia di Giacinta Pezzana attraverso le lettere, Le Lettere, Firenze 2005]

Laura_Mariani

2011-02-22T00:00:00

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