BP2011 MATERIALI Basta sperperare denaro pubblico in cultura e spettacolo! O no?

In anterpima l'intervento per "Euterpe"

Pubblicato il 28/02/2011 / di / ateatro n. #BP2011 , 132 / 0 commenti /
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Alcune ragioni per dare (e per non dare) soldi pubblici al teatro e alla cultura

Perché mai il potere pubblico deve finanziare la cultura e in particolare il teatro?
In passato è accaduto per diverse ragioni, che spesso si sono intrecciate, sovrapposte e magari contraddette.

1. Il potente di turno promuove e finanzia lo spettacolo per rendere visibile il proprio potere e glorificare la propria magnificenza, oltre che per trasmettere messaggi al popolo. Il consenso si costruisce anche con i circenses: lo sapevano gli imperatori romani, lo sanno gli assessori alla cultura di tutti i capoluoghi di provincia italiani. Questo “teatro di stato” è un’arte di propaganda necessaria a tutti i regimi. Con un’’avvertenza: almeno dagli anni Trenta, i dittatori hanno capito che è più efficace concentrare le energie verso forme d’’arte più efficaci a livello di massa (radio, cinema, tv…). Anche se poi sarebbe troppo pericoloso abbandonare il pubblico ai lazzi dei teatranti: ma per tenere il settore sotto controllo basta un calibrato meccanismo di sovvenzioni e censure.

2. Il governo può decidere di sovvenzionare il teatro così come sostiene altri settori economici in difficoltà, salvaguardando posti di lavoro e quote di pil. Di fatto è quello che è accaduto negli anni Venti, quando il cinema ha iniziato a sottrarre pubblico (e dunque incassi) allo spettacolo dal vivo. In Italia le prime sovvenzioni statali al teatro sono arrivate sotto il fascismo per due ordini di motivi: evitare il tracollo di un settore in crisi, e tenerlo sotto ricatto e condizionarlo attraverso la leva del finanziamento.

3. Una collettività può utilizzare la scena teatrale per costruire e preservare un’’identità collettiva. E’ uno dei compiti dei teatri nazionali, che perpetuano la tradizione e il “canone” teatrale di una nazione, o al limite di una regione o di una città, o di una comunità etnica o linguistica. È un teatro che si rivolge a quella società nel suo insieme, considerandola un corpo unico che trasmettere a e cui trasmettere valori, e che in questi valori si riconosce e dunque li vuole trasmettere e tramandare. E’ dunque necessario finanziare il teatro per renderlo accessibile a tutti, anche alla fasce più disagiate, offrendo a ogni cittadino l’’opportunità di godere di quei prodotti culturali. E’ il “teatro d’’arte per tutti” e come “servizio sociale”, secondo gli ideali da cui sono nati nel secondo dopoguerra gli stabili in Italia. Non ha senso imporlo come “teatro dell’obbligo”, perché non è un servizio che i cittadini sono di fatto “obbligati” a utilizzare (come la scuola, la sanità o la nettezza urbana): tuttavia la collettività nel suo insieme può decidere che ogni cittadino merita la libertà d’accesso – o un accesso facilitato – a questo servizio. Il rischio è che di creare un “teatro museo” dove il canone e la tradizione si ritrovano imbalsamati (per certi aspetti, i teatri lirici – con il loro interesse quasi ossessivo per il repertorio del melodramma Ottocentesco, vanno in questa direzione).

4. Fin dalla dimensione del gioco infantile, l’esperienza della finzione e della maschera fa parte della costruzione dell’’identità di ciascuno di noi e del nostro rapporto con la realtà. Da qui l’importanza del teatro per ragazzi, dentro e fuori dalle scuole: l’iniziazione alla visione teatrale, in una situazione più strutturata delle improvvisazioni ludiche dei bambini, ci rende più consapevoli di noi stessi e degli altri.

5. Lavorando con la maschera e con i meccanismi della finzione, sul rapporto tra l’io dell’interprete e il personaggio in scena, tra l‘essere e l’apparire, il teatro può diventare strumento di costruzione dell’identità (individuale e di gruppo) e di inclusione sociale. A questa funzione si riferiscono la pratica teatrale nelle scuole e nelle università (non gli spettacoli “per ragazzi”, ma gli spettacoli “dei ragazzi”), le diverse forme di teatro-terapia, la vasta area dell’animazione e del “teatro della differenza”, che però si caratterizza anche per il suo potenziale impatto sull’intero corpo sociale.

6. Da sempre il teatro fa parte dell’orizzonte della città europea. E’ un ingrediente essenziale della vita democratica della polis. La sala teatrale è il luogo in cui si raccoglie, e anzi si crea ogni sera, una provvisoria micro-comunità. Può dare spazio al dissenso e a dibattito in cui affonda le radici e trova linfa vitale la discussione politica. E’ dunque il luogo in cui la collettività si rispecchia, anche nelle contraddizioni più profonde (che siano di ordine politico, religioso, etico): il teatro nell’antica Grecia era anche questo. Ancora oggi, solo il teatro può assolvere a questo compito, perché è un luogo in cui si incontrano essere umani di carne e sangue, in scena e in platea, e non attraverso una mediazione tecnologica, che sfrutta invece simulacri di luce o fantasmi elettronici.
Ma nessuna società è un blocco monolitico: una comunità è fatta di differenze, fratture e dunque conflitti, espliciti e inespressi. Una collettività può utilizzare il teatro come una sonda per dar corpo, voce e volto alla diverse identità e micro-comunità che la compongono. Questo teatro non si rivolge dunque all’intero corpo sociale, ma può interessare frange più o meno marginali, per inserirle nel contesto complessivo del “discorso sociale”. Attraverso pratiche come quelle del “teatro della differenza”, l’attività teatrale diventa così strumento di socializzazione per fasce di cittadini in qualche modo “svantaggiate” e dunque emarginate (carcerati, portatori di handicap o persone con disturbi psichici, immigrati….). E’ una scena della differenza, ma anche una scena dell’inclusione. Sul lungo periodo, l’ovvio rischio è di appiattire le differenze che l’hanno generato (anche se è di fatto impossibile immaginare una società totalmente omologata e omogenea: altre differenza continueranno dunque ad affermarsi).

7. Il teatro, e in genere le arti, danno forma a esperienze d’avanguardia: esperienze di confine nella sensibilità, nel linguaggio, nelle diverse dinamiche sociali, nelle frizioni generazionali, nelle forme espressive, nell’uso creativo delle nuove tecnologie, ma anche nei consumi. Queste esperienze rientrano dunque nel settore più ampio della Ricerca & Sviluppo, che va sostenuto. Permettono inoltre di rendere visibili e dunque di cogliere e incanalare linee di tendenza emergenti. Qui, due rischi: le microcomunità possono diventare autoreferenziali e chiudersi su sé stesse e sul proprio linguaggio; oppure possono semplicemente rivelarsi target per nuovi consumi.

8. Il teatro (e la cultura in generale) producono un indotto significativo, che può avere importanti ricadute economiche. Infiniti eventi ravvivano le località turistiche. L’offerta di spettacoli fa parte dell’appeal turistico di molte metropoli, da New York a Londra, da Parigi a Berlino, senza dimenticare la Scala e il Piccolo Teatro a Milano. Si calcola che, se ben investito, un euro speso per sostenere la cultura possa generare un indotto di ben sette euro di pil, con un significativo effetto moltiplicatore. E’ la logica che ha portato a creare molte manifestazioni estive: all’origine festival teatrali, poi la formula è stata ripresa e allargata ad altre forme, dalla letteratura alla filosofia…

Quattro motivi che spiegano perché dare soldi pubblici ai teatranti è inutile o addirittura dannoso

Se le ragioni per il cui il potere pubblico, più o meno democratico, ha scelto di sostenere il teatro e lo spettacolo in generale, sono anche numerose le motivazioni che possono spingere verso la scelta contraria: smettere di sperperare denaro pubblico in cultura e spettacolo, quando ci sono cose molto più urgenti e importanti da fare. L’elenco è banale: scuole, ospedali o case, la cassa integrazione nei momenti di crisi…

1. Un primo ordine di ragioni riguarda la “frivolezza” dello spettacolo, rispetto a un’economia considerata più “vera”, “concreta”, fatta di prodotti tangibili, con un preciso “valore d’uso” e non di prodotti immateriali, opere evanescenti ed effimere come uno spettacolo. E’ una posizione che potrebbe essere condensata nell’infelice frase attribuita al ministro Tremonti (che l’ha peraltro smentita): “Con la cultura non si mangia”, soprattutto quando la crisi morde. Ma è possibile pesare la frivolezza del teatro anche rispetto a settori della cultura considerati più “alti” e meno effimeri, e dunque prioritari, come biblioteche, archivi e musei.

2. Un secondo ordine di motivi discende invece dall’ideologia “mercatista” che ha dominato gli ultimi decenni. Su questa base, a regolare l’economia dovrebbe essere unicamente l’accordo tra chi vende e chi compra. L’intervento di denaro pubblico distorce inevitabilmente i meccanismi della concorrenza, favorendo alcuni prodotti (sovvenzionati, o maggiormente sovvenzionati) rispetto ad altri. La discrezionalità dei meccanismi di assegnazione crea inevitabilmente microcaste di parassiti, favoriti per ragioni politiche (appartenenza e fedeltà) o clientelari.

3. Un terzo ordine di motivi, collegato a questo ma più profondo, riguarda il rapporto ambiguo tra il potere e gli artisti. Se gli artisti, come i giornalisti, hanno come valore supremo la propria libertà, come è possibile conciliare questa necessità di autonomia con la dipendenza dal potere e dalla benevolenza dei potenti, che sia il feroce dittatore di turno o il bonario e colto assessore alla cultura? In altri termini, chi sostiene questa posizione ritiene che non sia possibile sciogliere il dilemma tra “sovvenzione e sovversione” (per citare il titolo del saggio di Rainer Rochlitz, Subversion et subvention. Art contemporain et argumentation esthétique, Gallimard, Parigi, 1994). Di fatto, come suggerisce anche Marc Fumaroli (Lo Stato culturale. Una religione moderna, Adelphi, Milano 1993), qualunque arte sovvenzionata dallo Stato è arte di regime, o rischia di esserlo.

4. Un quarto ordine di ragioni parte dalla constatazione che ormai il teatro (come forse la letteratura) è obsoleto rispetto all’evoluzione della mediasfera e della cultura, e dunque estraneo ai bisogni delle nuove generazioni. E’ la posizione espressa da Alessandro Baricco nella sua riflessione sui “barbari”: inutile sperperare denaro pubblico in carrozzoni come gli enti lirici e i teatri stabili, che hanno un pubblico anziano e destinato all’estinzione. Se proprio riteniamo necessario trasmettere un bagaglio culturale, un repertorio di valori, meglio concentrarsi su forme espressive e comunicative più adatte agli utenti di Playstation e iPad.

A cosa è servito, a cosa serve, a cosa può servire il teatro pubblico?

Un primo fatto: è mancata in questi anni una seria riflessione sul ruolo e sulla funzione del teatro pubblico, da parte degli operatori. Ci si è accontentati da un lato di definizioni programmatiche vecchie di decenni; dall’altro si è proceduto pragmaticamente con aggiustamenti che di fatto recepivano un allargamento della definizione e delle funzioni del teatro (e dunque ridefinivano il suo ruolo di servizio sociale). Oggi, a riguardarle nel loro insieme, molte delle ragioni che spingono a finanziare il teatro e la cultura paiono obsolete, così come quelle che spingerebbero a non finanziarli. L’ondata liberista degli anni Ottanta e Novanta aveva drasticamente ridotto il peso dello Stato nell’economia, e la credibilità dell’intervento pubblico. Tuttavia la recente crisi economica ha messo in crisi anche quell’ideologia. Nell’attuale emergenza, l’intuizione keynesiana, che cercava di conciliare in una prospettiva di sviluppo lo Stato e il mercato, la politica, il capitale e il lavoro, ha perso la sua forza propulsiva. Insomma, i modelli che ci arrivano dal passato oggi sembrano inutili.
Ma forse proprio in questa crisi radicale sta il motivo principale per cui, oggi più che mai, pare necessario sostenere il teatro e la cultura in generale. Chi governa le sorti del nostro paese, e del mondo, ha orizzonti temporali estremamente ristretti. I politici pensano al massimo alle prossime elezioni (“Se non mi faccio rieleggere, come potrò realizzare il mio meraviglioso programma?”). I manager delle multinazionali hanno contratti triennali, e devono presentare relazioni di bilancio ogni tre mesi. I signori della moda inventano una nuova collezione due volte all’anno. I grandi successi del cinema e dell’editoria, che hanno richiesto agli artisti e ai produttori anni di lavoro, si decidono nel primo week end, quando si fanno i mega-incassi.
La cultura deve avere orizzonti temporali più ampi. Guarda al passato ma prova anche a guardare al futuro. Segue le proprie leggi interne, spesso imperscrutabili, e tuttavia mantiene un rapporto intimo, inestricabile con la realtà umana: la realtà di chi crea e la realtà di chi si confronta con i prodotti di questa creazione e ne gode.
La cultura inventa sogni e desideri, ma anche anticorpi. Diffonde senso critico. Insegna a fare un passo indietro, rispetto a sé e rispetto alla realtà che ci circonda. Ci spinge a guardare lontano. Il teatro è l’arte sociale che ci costringe a guardarci dentro, e insieme a guardare un po’ più lontano. In avanti o all’indietro. Sempre mettendo in gioco il corpo dell’attore e quello dello spettatore, nell’immediatezza di un “qui e ora” che solo il teatro può dare.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2011-02-23T00:00:00

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