BP2011 MATERIALI Pergola: quale progetto per il futuro?

Pubblicato il 28/02/2011 / di and / ateatro n. #BP2011 , 132

Non possiamo non leggere con perplessità la risposta che l’Assessore Da Empoli riserva alle critiche rivolte dalle direttrici del Museo dell’Accademia e della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti al protocollo d’intesa siglato tra il Sindaco Renzi e il Mibac, sulla gestione di alcuni dei principali beni culturali della città, paragonandole alle vecchie zie protagoniste di Arsenico e vecchi merletti.
A parte le questioni di galateo istituzionale, già rilevate, non vediamo il nesso tra le spassose vecchiette della commedia di Kesserling, portata sullo schermo nel ’41 dal grande Frank Capra, e la polemica odierna. A parte il fatto che né Giuliano Da Empoli, né tanto meno Matteo Renzi, reale destinatario delle critiche, hanno le physique du rôle dell’indimenticabile Cary Grant nel ruolo del nipote savio Mortimer, non pare proprio che sia il conservatorismo la patologia principale delle simpatiche ziette. Che sono alquanto bizzarre nel loro folle disegno di alleviare le sofferenze di anziani signori soli e infelici, spedendoli al creatore con un cocktail di arsenico e vino al sambuco, per poi seppellirli in cantina. A meno che non si voglia invece immaginare che le parti in commedia del Sindaco e del suo bravo Assessore siano in realtà quelle del fratello omicida Jonathan e del suo fido compare dottor Einstein (il mitico Peter Lorre), che hanno anch’essi il loro bel cadavere da nascondere in cantina.
Poiché, se vogliamo entrare un po’ nel merito della questione, non si può non vedere come dietro l’annuncio dell’accordo, salutato con squilli di tromba come un gran vantaggio per la città, non vi siano in realtà grandi motivi di giubilo. Non soltanto per gli argomenti puntualmente indicati dalle due funzionarie, ma anche per quella parte dell’accordo che prevede il passaggio della Pergola al Comune di Firenze.
Contrabbandare come una vittoria il totale disimpegno dello Stato dalla gestione di un bene come il Teatro della Pergola, dopo che per oltre sessant’anni ne ha retto le sorti, attraverso l’Eti, appare piuttosto incomprensibile, quando sappiamo che le risorse per la sua gestione non ci sono né ci saranno (il milione annuo promesso (?) dall’Ente Cassa è poco più della metà degli attuali costi fissi di gestione), checché ne dicano i sedicenti manager, ai quali va peraltro attribuita, in quota, la responsabilità gestionale dell’ente soppresso.
Parlare di un polo teatrale Pergola-Niccolini, al di fuori di un ragionamento complessivo sul sistema teatrale dell’area metropolitana fiorentina e della Toscana, non ha molto senso, soprattutto se non si chiariscono i contenuti culturali del progetto. Che teatro per Firenze? Un teatro pubblico o a gestione prevalentemente privata? Un teatro di ospitalità o anche di produzione? Un luogo di formazione e di confronto internazionale? Tre anni fa, quando si cominciò a parlare di dismissione da parte dell’Eti, si provò a discutere del ruolo della Pergola in un rinnovato scenario teatrale metropolitano, con un convegno internazionale, promosso da Comune e Regione, che stimolò il confronto tra tutte le istituzioni, con importanti contributi culturali e tecnici. Emersero sostanzialmente due indicazioni di percorso: una che vedeva nella Pergola la sede ideale per un Teatro della Lingua italiana, una sorta di Comédie Française, o Royal College dedicato al repertorio nazionale classico e contemporaneo, da sviluppare in sinergia con importanti istituzioni presenti a Firenze, quali la Crusca, il Vieusseux, l’Università; l’altra che ipotizzava una riorganizzazione del teatro pubblico toscano attorno a un sistema policentrico che avesse in Firenze e Prato i suoi poli principali. Entrambe le soluzioni richiedevano un concorso di risorse a livello centrale e/o regionale ma soprattutto una condivisione delle scelte tra i diversi livelli istituzionali, una forte consapevolezza del ruolo di Firenze nel panorama culturale nazionale e internazionale da rivendicare con orgoglio con la forza di obiettivi precisi.
Un’ultima riflessione merita il decreto sul cosiddetto federalismo demaniale che mostra tutte le contraddizioni della politica di governo: se infatti al trasferimento dei beni e delle competenze dallo Stato agli Enti locali non si accompagna un trasferimento delle relative risorse, ciò si traduce in un netto impoverimento delle comunità, ovvero nel rischio che quel bene, magari patrimonializzato in una fondazione di diritto privato (vedi Teatro Goldoni), possa un domani venire alienato, passando così da bene pubblico, patrimonio della collettività, nella disponibilità privata, perseguendo di fatto una sorta di privatizzazione opaca, al di fuori di ogni regola di trasparenza e di concorrenza.
Non vorremmo che alla fine, scava scava, il cadavere da seppellire in cantina fosse quello del teatro e della politica culturale fiorentina.

Andrea_Di_Bari,_Massimo_Castri

2011-02-22T00:00:00




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