Del diluvio e di altre sopravvivenze. Teatro di viaggio

Prima della partenza. Appunti sul progetto

Pubblicato il 01/04/2011 / di / ateatro n. 127 / 0 commenti /
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Il Teatro dell’’Argine da anni lavora con migranti che arrivano da ogni parte del mondo.
Molti arrivano dal Marocco. Molti dall’’Africa subsahariana.
Senegalesi, ivoriani, camerunensi, nigeriani, congolesi.
Molti sono richiedenti asilo politico o rifugiati politici.

Alcuni non sono più in Italia.
Non hanno ottenuto lo status di rifugiato
oppure sono stati rimandati indietro.

Dove sono adesso?

Ripercorreremo a ritroso le tappe che hanno fatto per arrivare fino a qua.
Toccheremo molte delle città da cui sono partiti.
Incontreremo gli amici, i fratelli, le sorelle rimaste.
Forse ritroveremo anche qualcuno di loro, di quelli costretti a tornare.

E così partiamo.

Io (regista pieno di libri) e il Gabo (scenografo dalle mani geniali)
in macchina (Land Rover scassata) da San Lazzaro (dove ha casa il Teatro dell’Argine)
verso Dioll Kadd (villaggio del Senegal dove ha casa Mandiaye)
attraverso Marocco Sahara occidentale Mauritania
sulle rotte dei migranti partiti dall’Africa verso l’’Italia
sulle tracce dei respinti o dei tornati.

Non faremo reportage giornalistici
non faremo turismo solidale
non faremo i cooperanti
e nemmeno faremo gli avventurieri da rally.
Non siamo capaci di fare nessuna di queste cose.
Faremo quello che sappiamo fare.

Faremo teatro.

Con le decine di persone che incontreremo lungo il cammino,
nei centri sociali di Tangeri e di Casablanca,
insieme a gruppi che si occupano di bambini di strada o di migranti subsahariani a Rabat
con compagnie professionali a Marrakesh
con gli amici, i fratelli, le sorelle dei nostri attori marocchini partiti da Foum Zguid,
Infine, varcato il Sahara occidentale, varcata la Mauritania
con i giovani attori della compagnia di Dioll Kadd.

Costruiremo insieme storie, dialoghi, scene, testimonianze
Testimonianze di partenze. Di ritorni. Di non ritorni.
Testimonianze di buchi lasciati da chi è partito.
Testimonianze di sogni. Sogni ingannatori, sogni ingannati,
sogni perfetti in quanto sogni, sogni lucidati ogni mattina,
sogni che costano la vita, sogni che valgono la vita.

Questo tenteremo di raccontare e di far raccontare.

Il progetto si chiama “Del diluvio e di altre sopravvivenze”
Abbraccia quattro continenti. Sudamerica, Africa, Europa e Medio Oriente
Si chiama così perché – così ci è parso dai nostri passati viaggi –
sembra che il modello Occidentale stia sommergendo tutto.

Ovunque piove occidente. Ovunque scompaiono mondi.
Come non mai, in questi anni, stanno scomparendo le differenze.
(Il mio primo viaggio in Palestina risale a dieci anni fa.
L’’ultimo a due. Poco tempo eppure i cambiamenti sono stati enormi)

Acqua dall’alto, acqua dal basso, acqua che entra ovunque,
fuori, nelle vie delle città, nelle vetrine, nelle Tv, nelle mode, nelle merci
e dentro, nelle famiglie, dentro, nelle teste, come una infiltrazione
che goccia dopo goccia, riempie la testa, la allaga, fino a che tutto
il dentro e il fuori alla fine si somigliano: ovunque la stessa roba: acqua d’occidente.

E il teatro?

Mi piace pensare che il teatro possa farsi arca.
A patto che sia in grado di accogliere al suo interno diversità a rischio di scomparsa.
(cosa che accade sempre più raramente, è notorio che nei teatri piova dentro.)

Mi piace pensare la Land Rover come una piccola arca
Mi piace pensare che si riempirà di storie.
Di voci. Di disegni. Di oggetti. Di compagni di viaggio.
Non solo diversi, ma anzi contrastanti, addirittura inconciliabili gli uni con gli altri.

Come erano le tigri con le gazzelle imbarcate nell’’arca.
(Avrà avuto un bel da fare Noè per evitare che gli uni sbranassero gli altri.
Per evitare che impazzissero di paura. Che si massacrassero fuggendo)

L’’arca non è un luogo di armonia. Dove le differenze si appianano.
L’’arca è una stalla dove ognuno urla il suo verso distinto.
Dove non può che regnare il conflitto
Dove fianco a fianco si trovano gli inconciliabili.
Il topo col gatto. La zebra e la iena. La formica e il formichiere.
Indomabili, inassimilabili ad una visione unica (l’arca è il contrario del branco o del gregge)
Costretti alla vicinanza perché là fuori li inghiottirebbe il diluvio
(quello sì sommergendo tutto, tutto rende uguale)

Il teatro (vedi la sua stagione più alta, quella della tragedia greca)
è il luogo, la forma di organizzazione del pensiero
che più può accogliere al suo interno ospiti inconciliabili, conflitti tra visioni irriducibili.
Nessuna teoria unificante. Nessun demiurgo che sintetizza e concilia.

I conti non devono tornare.

Deve uscire dall’’arca l’’agnello
sopravvissuto al leone, non che ama il leone.
E ambedue sopravvissuti al diluvio
Rimanendo agnello. Rimanendo leone.
Non mutandosi in pesci
soltanto perché
c’’è acqua dappertutto.

Pietro_Floridia

2011-04-01T00:00:00

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