SPECIALE ELEZIONI Come rilanciare il marchio Bologna?

Una capitale culturale al tempo della crisi

Pubblicato il 22/04/2011 / di / ateatro n. 134 / 0 commenti /
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Palazzo d’Accursio.

Le elezioni per il nuovo sindaco arrivano forse nel momento più critico, da molti anni a questa parte, della vita culturale bolognese. Dopo più di un anno di commissariamento, seguito alle dimissioni del sindaco Delbono per la nota storiaccia a sfondo sentimental-sessuale-malversativo, la città si ritrova in vera crisi. Il Duse, dimesso dall’Eti, è tenuto aperto da un progetto debole e fumoso di sopravvivenza; una bella stagione dedicata alle scene contemporanee, quella del teatro San Martino, curata da Roberto Latini e dal suo Libero Fortebraccio Teatro, è stata chiusa per mancanza di fondi. E potremmo continuare con il Teatro Comunale in deficit astronomico, con la sala Borsa, la Mediateca contemporanea che doveva essere il lascito-fiore all’occhiello di Bologna 2000 capitale della cultura, mai decollata completamente e ora chiusa il lunedì per mancanza di fondi, con la Cineteca che preme per diventare fondazione, con il Museo di arte moderna, Mambo, preoccupato i tagli che arrivano dal Ministero alle spese di allestimento, con vari progetti accennati, lanciati, lasciati in sospeso.
Mai come in questa stagione le programmazioni teatrali sono state rade e di basso profilo, nonostante la volontà degli artisti di passare da Bologna, città considerata tradizionalmente di grande vivacità intellettuale, anche a costo di venirci senza garanzie, solamente a incasso.
Proprio in questi giorni è stata lanciata una nuova proposta: quella di costruire, nelle vicinanze della Cineteca e dei laboratori del Dams e di Mambo, un auditorium della musica per l’orchestra Mozart diretta da Claudio Abbado, su progetto di Renzo Piano. Commenti entusiastici, e subito lievi prese di distanza, per esempio da parte del candidato sindaco del centro-sinistra, Virginio Merola, che dice: in questa situazione finanziaria, però, io non firmerei cambiali in bianco.
Eppure nei programmi elettorali, oltre alla considerazione delle difficoltà di bilancio, la cultura mai come questa volta assume un ruolo centrale. Sentite cosa progetta, per esempio, uno dei numerosi candidati sindaco civici, Angelo Maria Carcano:

Intensa collaborazione con l’università e la scuola, anche privata, sia cattolica che di altre confessioni e massima valorizzazione del patrimonio artistico museale cittadino. Realizzazione grandi e piccoli eventi culturali e musicali. Incremento serate a tema nei vari quartieri con creazione di eventi in collaborazione con le organizzazioni cittadine. Musei aperti fino alle 24, incremento mattinate teatrali e musicali per le scuole. Un gemellaggio annuale con altre città universitarie europee. Acquisizione delle mostre internazionali più importanti.

Al di là della grammatica, discutibile in certi punti, sembra un proclama di altri tempi, quando si sapeva che nei programmi bastava promettere, realizzare sarebbe stata un’altra cosa (la tendenza, da qualche anno, è tornata di gran moda, grazie al presidente del Consiglio). Faccio notare, per esempio, che proprio qualche mese fa l’ingresso ai musei, che Cofferati aveva reso gratuito, è tornato a pagamento.

Altri candidati inseriscono, perlomeno, la clausola che bisognerà cercare virtuose combinazioni tra il pubblico e il privato, tagliare gli sprechi eccetera, per rilanciare la cultura. Ma tutti su questo punto sembrano concordi: accanto alla necessità di rendere meno brutale il degrado del centro (o rendere più bella la città, a seconda degli schieramenti), emerge la volontà, almeno in questo porto franco della promesse elettorali, di mettere al centro la cultura (e il rapporto con l’Università) per rilanciare la creatività, la vita civile, ma anche le economie e il marchio “Bologna”, mai appannato come in questo periodo.

Vediamo allora, le principali idee dei candidati più accreditati.

Virginio Merola – centro-sinistra. “La cultura è un diritto”, recita l’incipit di uno dei capitoli fondamentali del suo programma, intitolato Bologna città della cultura e della scienza. E prosegue: “Ma può essere molto di più: culture, saperi, scienze, arti, ricerca, formazione, educazione, creatività, turismi, relazioni sono coordinate di una nuova strategia per le prospettive economiche della città in una dimensione internazionale. Investire su questi settori in un’ottica strategica e non assistenziale, anche con soluzioni innovative per intercettare importanti risorse private. Gli obiettivi sono creare nuova occupazione, rafforzare il senso di una comunità libera e coesa, rendere la città più attrattiva ed accogliente”. I punti principali, per rilanciare il “marchio Bologna”: nuovo patto tra Comune, Università e studenti, difesa della scuola pubblica, creazione di un “distretto culturale evoluto metropolitano” che investa anche la provincia, strategia di supporto e valorizzazione della produzione artistica. Centrale considera la questione degli spazi: in questa direzione individua come priorità il poetenziamento del progetto Manifattura della Arti (il polo dove operano Cineteca, Dams, Mambo), il pieno utilizzo della sala Borsa, con apertura anche domenicale, all’interno di una ristrutturazione generale di palazzo D’Accursio, sede storica del Comune (rimasta vacante per trasferimento degli uffici vicino alla perennemente in ristrutturazione stazione), un palazzo da far diventare “porta d’ingresso al nostro patrimonio culturale e al patrimonio dei musei cittadini” con la “realizzazione di una sede unitaria per le realtà impegnate nell’editoria, la scrittura e la letteratura”. Parla ancora di integrazione del sistema museale, di biblioteche come piazze multifunzionali del sapere, di rilancio del teatro Comunale e di Bologna città della musica, secondo la sigla conquistata dall’Unesco e finora poco onorata. Il difetto è il solito: molte belle intenzioni, poca articolazione degli strumenti operativi.

Il candidato del centro destra, il leghista Manes Bernardini, accettato da tutte le componenti della sua area solo di recente, ha pubblicato il programma da pochissimi giorni. Dopo le prevedibili parti prioritarie sulla sicurezza e sul degrado, a proposito della cultura non spende troppe parole. Parla di “Mettere a sistema tutto l’insieme museale cittadino. Valorizzare i musei universitari ed i percorsi a biglietto unico che consentano di incentivare gli ingressi in più siti e attrazioni”, di “promuovere e rilanciare l’immagine di Bologna come marchio di qualità, attraverso l’Università, la Fiera, l’aeroporto, il sistema congressuale e le società sportive”, di organizzare eventi e mostre capaci di attirare l’interesse dei visitatori. “Bologna deve essere viva, capace di proporsi in ogni settore e garantire ampia recettività con un’offerta turistica e culturale di qualità”. E punta poi (come peraltro gli altri candidati) sulla “città digitale” e sulle autostrade informatiche.

Più articolati gli intenti per la cultura del più accreditato dei candidati civici, Stefano Aldrovandi, una lunga carriera come manager delle municipalizzate. Che spara subito: “Abbiamo detto che vogliamo fare bella Bologna. Che vogliamo farvi nascere un’industria della cultura, dell’arte e dello spettacolo. Vogliamo che diventi una meta turistica di primaria grandezza”. E poi elenca proposte che sembrano piuttosto, in questa fase, sogni, aperti all’integrazione da parte dei cittadini. Per esempio, quello di fare di palazzo D’Accursio una sede sempre aperta di mostre, letture, spettacoli, concerti:

dalla musica da camera all’action painting, dalle Lecturae Dantis al cabaret, dal cinema alla musica elettronica, dal teatro più o meno sperimentale al burlesque, dal balletto alle conferenze sulla cosmogonia, dagli aperitivi con l’autore alle cene con lo sponsor, dalle serate di poesia a quelle di jazz, dalle letture con i bambini al festival di filosofia, economia, letteratura, diritto, psicologia, fisica, biologia, storia, ciclismo, culinaria… (per favore completate voi la lista).

E così sono le altre sue proposte: quella di creare un nuovo polo culturale nell’area dell’ex gasometro, di rendere vendibile tutto quello che si fa in città all’esterno attraverso la diffusione virtuale, televisiva, su internet, con un ulteriore auspicio: “Nel loro fiorire, e nella conseguente riduzione dei costi, possiamo attenderci che ritrovino nuova vita anche i teatri bolognesi (dal vivo e in streaming, quelli esistenti e quelli appena progettati)”. Tra le altre cose, suggerisce la necessità di mettere in rete i cartelloni dei teatri, per attuare razionalizzazioni e risparmi.

I candidati sono stati invitati a incontri, che si tengono il lunedì, a Teatri di Vita: devono rispondere a domande sui loro progetti culturali formulate, ogni volta, da sei giornalisti e da sei spettatori. In queste occasioni si stanno precisando le posizioni, anche di quelli che non hanno pubblicato un programma. Per esempio Massimo Bugani, del movimento Cinque Stelle, insiste molto sulla necessità di combattere sprechi, rendite di posizione e monopoli. Un problema evidente è quello che comunque pochi indicano, innanzitutto, come uscire da una crisi devastante, che sta stroncando la cultura, l’inventiva, i luoghi della città della città.

Qualche risposta concreta, in questo senso, la dà Alberto Ronchi, ex assessore alla Cultura della Regione Emilia Romagna, amatissimo dagli operatori per la capacità di ascolto, di progettazione, di collaborazione che ha dimostrato nel suo mandato. Da un anno è un disoccupato della politica (forse perché aveva operato troppo fuori dagli schieramenti?), ma qualcuno gli assegna il ruolo di assessore in pectore di Merola.

“Secondo me – mi dice in un’intervista – bisogna partire dal valorizzare quello che c’è in città. Non c’è bisogno di eventi. Per esempio, per il teatro, bisognerebbe vedere se è possibile aprire spazi per proposte contemporanee, che la città ha dimostrato di accogliere bene con i festival di Xing, con Angelica e con altre manifestazioni. Bisognerebbe affrontare il problema della danza contemporanea, quasi assente dalla città. Sotto le Due Torri ci sono le capacità per costruire progetti produttivi originali. Bisogna sviluppare l’attitudine a intessere relazioni, combattendo la polverizzazione. Bologna deve svolgere il suo ruolo di città capoluogo della regione, magari attraendo realtà produttive importanti come quelle della vicina Romagna. Perché una regia lirica di Castellucci si può vedere a Bruxelles e non Bologna?”.

Il centro della ristrutturazione del sistema teatro, naturalmente, è il Comunale:

“E’ necessario un lavoro di riorganizzazione, senza forzare la mano. Il finanziamento della fondazione lirica è da affrontare con lo Stato, che mentre toglie al Comunale, dà al festival Verdi di Parma tramite il decreto Milleproroghe. Se deve essere un luogo centrale della produzione musicale, deve aprirsi necessariamente a diversi generi, contaminare linguaggi, diventare capace di accogliere le innovazioni e altri pubblici”.

Ma soprattutto ci vuole una politica culturale:

“Da dieci anni al città non ne ha una. Ci vogliono risorse, capacità di coordinamento tra i diversi agenti (per esempio, con le Fondazioni bancarie, che giocano un ruolo sempre più importante) e di indirizzo per programmare investimenti seri, sul nuovo, su quello che magari non ha ancora, oggi, un pubblico, da crearsi. A questo serve l’intervento pubblico, che deve investire sul futuro. Il resto possono farlo i privati, senza confondere e sovrapporre i due piani. In questo campo si sono fatti vari pasticci, a partire dal Duse, che lo Stato ha dimesso e poi pretendeva che fosse salvato dall’ente locale. Bisognava avere la capacità di impostare un progetto su un tempo medio-lungo, che avesse come obiettivo quello di potenziare lo stabile regionale con l’entrata in Emilia Romagna Teatro di Bologna, senza che il teatro di Bologna (l’’Arena del Sole, stabile privato gestito dalla cooperativa Nuova Scena, ndr) fosse assorbita da Ert. L’’idea attuale di fare del Duse un teatro privato finanziato dagli enti pubblici mi sembra che non funzioni”.

Infine:

“Bologna deve trovare, anche, la capacità di raccontarsi, di far emergere quello che fa, all’’esterno. E deve, come giustamente sottolinea il programma di Merola, inserirsi in una nuova prospettiva di area metropolitana. Essenziale è rimuovere i lacci che impediscono di fare cultura, come gli orari limitati di sala Borsa, guardando al nuovo polo culturale che si può creare con gli spazi di Palazzo d’Accursio”.

Massimo_Marino

2011-04-22T00:00:00

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