La cucina, la sala, il bagno, la libreria. Il teatro, la fine

Quattro spettacoli d'appartamento

Pubblicato il 25/04/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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Padre Nostro. Una preghiera da circo di e con Paola Berselli e Stefano Pasquini (Teatro delle Ariette)

Si portano dietro un’’intera cucina con i pensili e il fornello. E’ la cucina povera, dai colori sbiaditi dai decenni, di un appartamento da tempo abbandonato a sé stesso. Quella stanza è anche un’aia, dove ci ruota un girotondo di oche-ballerine, ci dormicchia una cagnone e magari passa anche un asino.

Quella cucina è un’’eredità, quella dell’’appartamento dove viveva l’’anziano padre di Paola Berselli. Quell’’aia è quella delle Ariette, dove vivono lavorano Paola e Stefano. Un’’altra eredità, che ha fatto di loro, che erano teatranti, dei contadini, e poi dei contadini-teatranti, o dei teatranti contadini. Paola racconta la morte di suo padre, la bandante rumena che si occupava di lui, la tribù dei parenti, la divisione dell’’eredità.

E’’ un racconto toccante, commosso, senza falsi pudori. C’’è tutto lo struggente dolore dell’’abbandono, la consapevolezza di una perdita inevitabile e insieme definitiva, irrimediabile. E’ inframmezzato dai gesti quotidiani, dai ritmi della vita casalinga, che continua a scorrere, quasi senza scosse, seguendo il flusso vitale. Il cibo, il sonno, la vita, la morte. Viene da piangere, ad ascoltare questo rituale funebre. Ma quello che mi commuove, nel modo in cui racconta Paola, è la determinazione con cui cerca di cancellare la tragedia. Nella tragedia c’’è un enigma, qualcosa che ci sfugge e che ci interroga. Nel racconto di Paola, i fatti si susseguono necessari. Ma così è andata, così come doveva andare, nel ciclo della vita.

Goethe schiatta!di Thomas Bernhard con Renato Palazzi

Una telefonata di Rossella: “Vuoi venire lunedì sera a casa nostra? Sai, Renato fa uno spettacolo.” Conosco Rossella Tansini e Renato Palazzi da sempre: lui è critico teatrale, da anni scrive ogni settimana sul “Sole-24 Ore”, mi ricordo che tanti anni fa era già salito sul palcoscenico in uno spettacolo di Tadeusz Kantor, al quale ha dedicato di recente un libro appassionato e illuminante, per illustrare quasi dall’interno il metodo di lavoro del maestro polacco. E’ un corpo a corpo con il mondo di un grande artista, Kantor. La materia e l’anima (Titivillus, Corazzano 2010), e insieme una danza al ritmo del suo pensiero.
Ma questa volta è diverso: non è una “apparizione straordinaria”, è uno spettacolo nato per sua volontà e costruito intorno a lui, con la complicità di un regista di lunghissima esperienza come Flavio Ambrosini; è prodotto dal Teatro Giocovita e sulla porta dell’appartamento Rossella, che si occupa di pr nel campo della spettacolo, ha affisso la locandina dello spettacolo).

Sono sorpreso da questa scelta improvvisa e tardiva, e forse un po’ imbarazzato. Renato Palazzi ha una sessantina d’anni, è un recensore attento e meticoloso, curioso e appassionato. Non tradisce nulla del facile esibizionismo di molti attori (e intellettuali), è piuttosto una persona introversa, e anche quando ride sembra quasi chiudersi in sé stesso. Insomma, non mi pare certo uno di quelli che hanno scelto di fare il critico come ripiego di fronte al fallimento di una vocazione d’attore o di regista, ma per amore del teatro, e per affetto nei confronti di chi lo fa, oltre che come gesto di militanza culturale e politica.
Naturalmente Renato e Flavio hanno valutato con attenzione le modalità del debutto. Un testo di Bernhard, un autore con cui Palazzi quasi si identifica. Però non uno dei bellissimi monologhi maggiori (“Non ha senso mettersi in competizione con i grandi attori che li hanno interpretati e li interpreteranno”), ma un pezzo breve, scovato su una rivista di filosofia come “aut aut”. Lo spettacolo, almeno nella fase iniziale, verrà recitato solo negli appartamenti e nelle case, casa loro e le case degli amici, per una quindicina di spettatori a sera (amici o amici di amici, come si direbbe sui social networks), in una dimensione conviviale. Anche le modalità interpretative sono attentamente calibrate: Palazzi non “recita” il monologo, ma è come se lo leggesse, o lo correggesse dopo averlo scritto, dai fogli che tiene sulla scrivania. Dunque una recitazione tra virgolette, con la ricorrente interpunzione di un gesto – uno scatto nervoso all’indietro del capo – che ricorda quello degli attori di Kantor…

E’ un’esperienza per certi aspetti rischiosa. Salire in scena, esporsi al giudizio degli altri è un gesto di grande coraggio, soprattutto da parte di chi per professione giudica il lavoro altrui, a cominciare proprio dagli attori: deve dunque rispondere a un bisogno personale profondo.
Cerco di immaginarne alcune, di carattere generale. Un’insoddisfazione rispetto all’attuale situazione della critica teatrale, sempre più marginalizzata dai mass media, e la necessità di ridefinire la posizione del critico – soprattutto da parte di un “critico militante”: nell’attuale emergenza culturale, “sporcarsi le mani” non basta più, bisogna mettersi in gioco totalmente. C’è anche il desiderio di condividere la stessa esperienza con la comunità dei teatranti, quasi a dire: “Anche se sono anni che vi guardo dalla platea, in realtà sono uno dei vostri”: anche per questo le lodi di attori e registi gli danno particolare piacere, più di quelle dei colleghi critici, forse imbarazzati a dove recensire un collega).
In passato numerosi critici si sono misurati come drammaturghi, traduttori o magari registi; a me, però, il gesto di Palazzi ricorda piuttosto quello di un drammaturgo come Giovanni Testori, che sale in scena e recita sé stesso e al tempo stesso si mette a nudo. Lo stesso Renato spiega che come critico sente maggiori affinità con la figura dell’attore che con quella del regista. Per molti aspetti, del resto, quella condotta da Ambrosino e Palazzi è un’operazione critica nei confronti del testo di Bernhard, proprio nelle modalità in cui viene condotta la rappresentazione. E quando parla della propria performance, Renato è inevitabilmente anche critico di sé stesso, del suo modo di essere in scena.
Però a sorprendermi più di tutto – più dello spettacolo, più delle chiacchiere con cena che concludono la serata in maniera conviviale, più delle lucide riflessioni dell’attore-critico sulla propria scelta, più del diario compilato meticolosamente, prova dopo prova, replica dopo replica,con i nomi degli spettatori e le loro reazioni – è l’autentica felicità di Renato, partecipata da Rossella. Ecco, questa palpabile felicità, questo entusiasmo, è il segno di un bisogno profondo, della ricerca di un altro equilibrio. Un’esperienza per certi aspetti eccezionale, nella ultradecennale carriera di un critico, ma che al tempo stesso pare centrale, quasi a dare un senso a tutto il resto della sua attività. E compensa ampiamente il mio imbarazzo, di fronte a questo outing, a questo segreto semi-pubblico, di fronte alla scrivania del salotto di casa, che diventa lo scrittoio di Berhnard e poi – forse – il catafalco di Goethe e poi il tavolo dove vengono apparecchiate, dopo gli applausi, le torte di spinaci e verdura, il salame, le bottiglie di Gutturnio, e poi piatte, posate, bicchieri…

The pleasure of Being: Washing, Feeding, Holding di e con Adrian Howells

Sono seduto, in attesa. Sto leggendo un foglietto di istruzioni. O, come leggo, alcune brevi “indicazioni”, simili a quelle esposte nei centri massaggi o nei locali di lap dance:

Se scegli di stare nudo, indossare un costume da bagno o rimanere parzialmente coperto, voglio che tu sappia che non ti laverò né asciugherò i genitali.”

Sapevo che si trattava di teatro: lo spettacolo era inserito nel programma di un festival di tendenza come Uovo, ha un titolo (The pleasure of Being: Washing, Feeding, Holding, ovvero più o meno Il piacere di essere: lavare, nutrire, abbracciare) e un creatore: Adrian Howells, che lavora al Dipartimento di teatro, cinema e tv dell’Università di Glasgow, e dichiara di esplorare nelle sue performance “l’idea di intimità e di rischio”. E avevo dedotto che avrei assistito a un lavoro “one-to-one”, cioè l’incontro di un solo attore con un unico spettatore, come mi era già accaduto in passato (a questo formato è dedicato un festival che si tiene a Londra: nella seconda edizione, ai primi di aprile al BAC, poteva capitare di restare nudi per cinque minuti in una cella buia o di prendere parte al proprio funerale).

Mi avevano comunicato via sms un indirizzo e un numero di telefono. Ero stato accolto da una ragazza (“Mi chiamo Margherita”) che mi aveva accompagnato fin dentro un appartamento fatiscente e silenzioso, mi aveva indicato la sedia e consegnato il foglietto. L’ho riletto due volte, finché Margherita non mi ha guidato nella stanza accanto e mi ha indicato un accappatoio bianco e una porta: “Quando è pronto, bussi. Le sue cose può lasciarle qui. Non entra nessuno”, mi ha tranquillizzato.
Quando busso, ad accogliermi è un uomo sulla quarantina, morbidamente sovrappeso. Con ostentata dolcezza, mi informa che è lì per prendersi cura di me e del mio benessere; se farà qualcosa, qualunque cosa, che mi dà fastidio, mi dice che basta che lo avverta: ma questo era già specificato nel foglietto.
Gira la chiave nella toppa. Ora siamo soli, chiusi in una stanza da bagno bianca, ordinata e pulita, illuminata dalle fiamme di decine di candeline.
“L’acqua?”, mi chiede accompagandomi verso la vasca, già odorosa dei sali e dei petali rossi che galleggiano sulla schiuma. “Per me è un po’ troppo calda”, gli dico.
Quando mi immergo, Adrian mi chiede di chiudere gli occhi. Inizia a far gocciolare l’acqua sul mio viso, sui miei occhi. E’ un lento rituale di purificazione, una cerimonia battesimale.
Mi lava, con delicatezza: prima il volto, le orecchie, il collo, poi le braccia e le gambe, il ventre e la schiena. Mi sciacqua, togliendo il sapone con lo stesso meticoloso affetto. Una cura materna, o come quella che si riserva ai malati o ai vecchi. Oppure ai morti.
Sto partecipando a uno spettacolo teatrale, ma non ho nulla da guardare. È un teatro della pelle, intimo e segreto. Tengo gli occhi socchiusi e mi abbandono a quella carezza. Il mio corpo è la scena su cui recitano dita, gocce e petali, che fanno riaffiorare memorie lontane, perdute, forse le origini… Ma è anche una drammatica intrusione nella mia intimità. Quei gesti abbattono quella distanza tra i corpi che superiamo solo con i parenti, gli amanti o gli amici, oppure nell’affollamento delle ore di punta – nell’intimità anonima della massa dei corpi, che addomestichiamo con le geometrie degli sguardi e delle indifferenze.

Ma qui è diverso: il mio corpo nudo diventa oggetto delle precise attenzioni di un assoluto estraneo, alla cui volontà mi sono affidato incondizionatamente. Il patto dovrebbe essere quello del teatro. Ma dove potrei mettere, in questo caso, la quarta parete? Dove è il diaframma che salvaguarda il mio ruolo e la mia identità di spettatore? Perché forse in questo caso il vero spettatore è Adrian, che sperimenta e osserva le mie reazioni, misura la mia fiducia e i miei irrigidimenti, pesa gli abbandoni e i rifiuti… L’ha abbattuta, quella barriera invisibile, e ora mi tocca, mi sfiora, mi accarezza… In questa performance, il suo lavoro di regista-attore consiste in primo luogo nel manipolare lo spettatore: non con parole e frasi, che colleghino la distanza tra due soggetti, ma agendo direttamente su di me, sulla mia carne.
Ma in questo teatro dell’intimità, qual è il confine tra quello che è vero, reale, e la finzione? Qui è tutto vero, i tocchi e i profumi, il caldo e il freddo, le mie sensazioni e le reazioni che suscitano, i moti dell’anima che innestano e che colgo appena e non so dire, nemmeno a me stesso… Potrei solo fermare il gioco: “Basta! Questo no…”, e ciò che rifiuto diventerebbe all’istante osceno e lo spettacolo finirebbe…
Quando esco dall’acqua, Adrian mi asciuga, con la stessa meticolosa premura. È solo il mio corpo. Nudo. Umido, ammorbidito dal calore dell’acqua, dai sali, dalle carezze… Il mio corpo, per quello che è, in quel preciso momento: maschio o femmina, bello o brutto, giovane o vecchio, sano o malato, grasso o magro… Ma in ogni caso, degno di attenzione, di cura, d’affetto.
Da un lato mi abbandono alle attenzioni di un perfetto sconosciuto, che ho incontrato per la prima volta pochi minuti fa e che forse non rivedrò mai più. Dall’altro, questo estraneo ora è al mio servizio: in qualche modo è schiavo del mio corpo e delle sue esigenze, esaudisce desideri che non ho neppure avuto il bisogno di esprimere.
Si sta prendendo cura del mio corpo. Non nella fredda logica di uno studio medico o di un ambulatorio. E siamo molto lontani anche dall’euforia dell’attrazione erotica e dell’incontro sessuale – anche se, almeno in teoria, qualcosa potrebbe sempre accadere…
Mi offre da bere, un bicchiere di acqua fresca. Ora sistema a terra alcuni cuscini, si siede, mi chiede di sedermi in braccio a lui. Di abbandonare il peso del mio corpo sul suo. Là dove appoggio i piedi, sulle piastrelle del pavimento, mi indica, c’è un asciugamano, affinché non senta freddo.
Cerco di mettermi a mio agio. La posa è quella di una Pietà. Adrian mi circonda del suo abbraccio, mi accarezza appena, mi accosta alle labbra, con le sue dita, un boccone di cibo.
Sento il suo respiro, il suo ventre che si gonfia ed espira. E lui probabilmente sente il mio: un respiro, che tradisce emozioni e inquietudini, magari disagio, e poi forse piano piano s’accorderà al suo.
The pleasure of Being esplora la fiducia e l’abbandono, l’attenzione e la tenerezza tra due esseri umani che non si conoscono. Parte dal presupposto che il teatro sia – nella sua essenza – incontro tra due persone (prima ancora che evento comunitario), e punta tutto su questa dimensione, e su una liveness che diventa contatto fisico, esplorazione dell’intimità, violazione del senso del pudore.
Questo teatro estremo e minimale è anche, forse, una forma di teatroterapia: per lo spettatore, al quale cerca di trasmettere benessere fisico, e forse autostima, dopo aver oltrepassato la barriera del disagio e dell’imbarazzo. Ma par di intuire che questa attività da “badante teatrale” possa essere una forma di autoterapia anche per Adrian, che dopo una serie di esperienze nel teatro d’avanguardia, e dopo alcune apparizioni come drag queen in cui raccontava ed esponeva la propria “autobiografia intima” a una platea più ampia (e dunque in una situazione in cui era difficile misurare l’impatto di questa confessione), trova in questa forma di scambio una dimensione che appaga alcuni suoi bisogni profondi (e che gli sta meritando inviti in festival prestigiosi e diversi premi).
Ogni volta che entra in teatro, lo spettatore si affida sempre agli attori, alla loro magia. Fino a sospendere l’incredulità, fino a illudersi che i personaggi a cui assiste sono veri, e dunque vale la pena di commuoversi per le loro avventure.
Qui c’è un abbandono di tipo diverso, che ricorda la fiducia con cui ci affidiamo alle mani di un massaggiatore o all’abbraccio di una prostituta. La cornice è però molto diversa: un evento teatrale in cui si paga un biglietto per essere spettatore, affidandosi alla cura di altri – gli attori – che hanno a cuore il nostro benessere (il divertimento e lo spasso immediati, o una qualche forma di emozionante catarsi oppure un ammaestramento…).
Ma se non avesse l’etichetta “teatro”? Se qualcuno ci spiasse attraverso una crepa del muro, come potrebbe interpretare questo strano spettacolo? Forse lo interpreterebbe come un rito di purificazione. Forse come una forma di terapia e di cura. Forse solo come un’attività che ha per obiettivo il benessere di uno dei due protagonisti (ma quale?). Oppure come una bizzarra pratica sessuale che ha per obiettivo il godimento di uno dei protagonisti (ma, ancora una volta, quale dei due?). Oppure vedrebbe semplicemente lo scambio tra due esseri umani, persi nell’immensità bella e terribile del mondo, che cercano di darsi reciproco conforto.
La porta del bagno si è chiusa, è come se fosse calato il sipario. Lascio l’accappatoio sulla sedia, mi rivesto. Emozioni e sensazioni continueranno a scorrere a lungo, come l’acqua che Adrian usa per sciacquare la vasca, in attesa del prossimo visitatore, e che sento scrosciare di là.

My Last Play di e con Ed Schmidt

Ed Schmidt non promette consolazione e conforto, anzi. Il suo “spettacolo d’appartamento” si intitola My Last Play, ovvero, più o meno, “il mio ultimo testo per il teatro”.
Quello di Schmidt è un addio. Un addio alla sua professione di drammaturgo:

“Trentadue testi da quanto avevo sedici anni a oggi, che ne ho quarantotto. Nove testi rappresentati da compagnie professionistiche, anche se questo non vuol dire che ci abbia sempre guadagnato qualcosa. Due testi pubblicati.”

E’ anche un addio alla sua biblioteca teatrale: oltre duemila volumi, per un totale di circa cinquemila pièce, più diverse centinaia di saggi. “Ho dato molto al teatro, che però mi ha restituito troppo poco. Mi sono letto tutta questa roba, diverse migliaia di pièce, e non mi è servito a molto”. Dunque meglio fare piazza pulita: del teatro e dei libri.
Questo però non è il primo spettacolo che Ed Schmidt fa a casa sua: ma il precedente, a giudicare da un titolo come My Last Supper, non aveva il suo fulcro nello studio-libreria, ma in una cucina a vista accanto a una tavola apparecchiata, intrecciando tra teatro, cibo e rito.
Anche in questo caso, ho un indirizzo (a Brooklyn) e la promessa di una delle dodici-quindici sedie che Ed riesce a sistemare nel suo studio, per venti dollari. Sul giornale spiegano che ciascun spettatore avrà diritto di scegliere uno dei libri della sua biblioteca teatrale. Alla fine, quando si sarà liberato di tutti i suoi volumi, con la sua biblioteca teatrale finirà anche lo spettacolo. Con questo sistema, ha già disseminati più di seicento libri. A questo ritmo, per farla davvero finita mancano più di cento repliche…
Nello studio al piano terra della villetta dove abita, le sedie sono sistemate in tre file, in una piccola platea. Ed Schmidt – che mentre gli spettatori arrivavano e si sistemavano continuava a salire di sopra, preso nelle sue faccende domestiche – si piazza davanti al mobile-libreria che chiude la scena.

Photo by Beatrice Kilkelly-Schmidt

Inizia a recitare (in francese) una scena del Malato immaginario di Molière. Violenti colpi di tosse, nelle mani gli spunta un fazzoletto insanguinato. Ci racconta come è molto Molière, della realtà della sua malattia e della finzione del personaggio di Argante.
Verità e finzione, vita e morte, fiction e non fiction: è questa la griglia che usa per raccontare la propria vocazione teatrale, dagli anni del college e del primo bacio a una ragazza (naturalmente in scena, complice il Pigmalione di Shaw), fino alla morte del padre, lettore esclusivo di saggistica che certo non approvava le scelte professionali del figlio.
Finito il racconto, durante l’intervallo ciascuno spettatore avrà il tempo di scegliere il “suo” libro sugli scaffali: tra le file dei libri si aprono già diversi varchi, gli scaffali sembrano tristi come una bocca che sta perdendo i denti.
Ora le sedie sono sistemate in circolo, Ed raccoglie la piccola pila di libri, li prende a uno a uno, chiede chi l’ha scelto e perché, e da lì inizia ogni volta un nuovo racconto. Questa volta sono memorie puntuali, innescate da un evento preciso: il giorno in cui ha acquistato il volume, o la notte in cui l’ha letto, o l’incontro con chi l’ha scritto. Piccoli aneddoti, episodi di cui è stato davvero protagonista, episodi che gli hanno raccontato e di cui si è appropriato e che ora sono diventati suoi, altri rubati a qualche altro libro e anch’essi però raccontati questa sera in prima persona.

Per le prossime settimane, My Last Play è tutto esaurito. Di questo passo, tra pochi mesi Ed abbandonerà il teatro e forse anche questa casa (ci ha detto che sta divorziando). Non avrà nemmeno il problema di traslocare la libreria.
Forse.
Perché piano piano, dopo mille dichiarazioni d’intenti (“Voglio dirvi solo la verità… Sarò assolutamente sincero con voi, questa sera…”), Ed ha iniziato a instillare qualche dubbio. Forse non tutto quello che ci ha raccontato è vero, qualcosa ha rubato, qualcos’altro ha inventato, di certo il suo primo bacio non l’ha dato in cena, forse non ha mai lavorato come commesso alla libreria Strand, forse il suo rapporto con il “New Yorker” non è andato così… E forse il suo ultimo spettacolo non sarà affatto l’ultimo.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2011-04-25T00:00:00

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