Rimediando il vecchio teatro (e il vecchio cinema) con le ombre

a la maniére de Kentridge

Pubblicato il 18/05/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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Avevamo notato (vedi Rimediazioni tra teatro, fumetto e animazione di Anna Maria Monteverdi ) che si si sta facendo largo ultimamente un ambito di studi e ricerche storiche collegate a pratiche teatrali e installattive contemporanee che, a dispetto delle tecnologie più sofisticate e interattive, si rivolgono all’indietro, al passato, alla tradizione o a macchine obsolete, a vecchie modalità artistiche e a dispositivi e programmi che “non ce l’hanno fatta”, mescolati con i nuovi formati digitali.
Il principio è quello teorizzato da Bolter e Grusin che lo hanno definito remediation (che potremmo tradurre liberamente, ricordando Stanislavskij, come reviviscenza): una opportunità di lunga vita per tecniche che oggi sembrerebbero obsolete e che invece vengono recuperate dall’oblio e dal banchetto del modernariato per dar vita a un nuovo stile multimediale che “sa di antico”. Prendendo spunto dal bellissimo testo di Roberto Casati, si può parlare di una recente “scoperta dell’’ombra” da parte di artisti visivi e multimediali.
Sarà l’effetto Kentridge – un po’ come l’effetto Kulešov -, quello che sta deformando l’idea di teatro attuale, riproponendo a un pubblico dotato di Kinet, Xbox e consolle di ogni genere figurine ritagliate e animate con una vecchia macchina 16 mm, silhouette o effetti di luce artigianali?

L’onda anomala innescata da artista politico inarrivabile come Kentridge, con il suo repertorio di figure nere in processione e di cortei di ombre animate, simboli di azione, resistenza e riscatto in un Sudafrica “riconciliato” all’indomani della vittoria dell’African National Congress di Mandela, sta generando proseliti anche in territori non strettamente teatrali.
Come è noto, nel repertorio visivo di Kentridge le ombre sono un motivo iconologico costante e un vero topos, sviluppate nelle più diverse tecniche: dalle sculture in lamina nera di figure in sospensione tra le due e le tre dimensioni (addossate su muro o anamorfiche e disperse a frammenti nello spazio, e persino rotanti su un perno o riprese dalla telecamera/macchina da presa), alle processioni in silhouette di derelitti in marcia eseguite a collage con carta strappata (come in Portage, 2000), dalle sagome di figure nere di varie dimensioni inserite su arazzi fino ai ciclorama di profili neri su sfondo bianco o su pagine di libri e su carte geografiche, e infine alle proiezioni animate (Shadow Procession, 1999; Stair Processing Vertical Painting, 2000; Procession or Anatomy of Vertebrates, 2000).
Questo komos contemporaneo sfila all’interno di tutte le sue opere, nelle sue linee essenziali per raccontare un mondo sotterraneo e invisibile venuto improvvisamente alla luce, in grado di mutare la realtà in senso rivoluzionario. I video, le installazioni e le opere filmiche animate di William Kentridge a partire da disegni al carboncino sono creati quali forme espressive aperte che si espandono verso inedite traiettorie artistiche, in una felice “conflittualità relazionale”: il video, come espansione del fatto grafico, diventa installazione, poi quadro scenico animato all’interno di uno spettacolo, come nel recente progetto ispirato al racconto Il naso di Gogol dal titolo I am not Me, the Horse is not Mine, 2008). L’effetto di ombre in movimento nel suo teatro (con una eco non incidentale al teatro giavanese, il wajang) è variamente combinato con le proiezioni video o filmiche, tecniche che insieme creano un gioco e uno scambio ininterrotto tra la parte frontale e quella retrostante la scena, entrambe spazio d’azione live sia dell’attore (o della marionetta) che della macchina (e del suo manovratore).

Alle ombre è dedicata una delle più significative installazioni della giovane artista multimediale indiana Shilpa Gupta: in Shadows #1 e Shadows #3 (2007), le silhouette del visitatore, grazie a un sistema video interattivo, si mescolano alla folla inquietante di fantasmi in nero video proiettati.

Imparentato alla Gupta anche nella colonna di suggerimenti di you tube l’installazione video ludica interattiva Shadows Monster di Philip Worthington.

Impossibile non riconoscere in queste opere la mano (o l’ombra…) di Myron Kruger con la sua serie di installazioni videointerattive degli anni Ottanta Videoplaces, in cui è proprio la silhouette del visitatore catturata dalla videocamera a giocare con le immagini video e piccoli oggetti animati e grafica colorata.

Il motivo kentridgiano della processione di figure nere a mo’ di ciclorama e i video animati con sagome di carta, però con protagonisti schiavi, madri stuprate, sottomesse, uomini torturati (che sembrano a prima vista innocenti decorazioni che escono da lavori di découpage o dal cassetto di giochi dei bambini) sono al centro del lavoro della giovane artista afro-americana Kara Walker (attualmente in mostra alla Fondazione Merz di Torino). Il lessico dell’artista (quale si evince da tutte le sue opere nei più diversi formati e tecniche usati: acquarello, inchiostro o carboncino su carta, collage, figurine di carta su muro, o film in 16mm) è connotato da un voluto primitivismo, come ben illustrato da Yasmil Raymond nel catalogo dedicato alla Walker My Complement, My Enemy, My Oppressor, My Love. L’epopea della negritudine passa dalla tratta degli schiavi alla guerra tra sudisti e nordisti, al colonialismo, dal racconto dello Zio Tom alla proclamazione dell’emancipazione femminile.

L’’aspetto multimediale è legato alla creazione di alcuni video come piccoli teatrini, realizzati attraverso l’animazione manuale, servendosi di piccoli bastoncini, delle figurine nere ritagliate a raccontare schiavitù infinite e oppressioni millenarie.
Terminiamo questa prima carrellata sull’arte teatrale e tecnologica che si ispira alle ombre con lo spettacolo musicale Sade Song di Jean Lambert-Wild, direttore artistico della Comédie di Caen. Lo spettacolo che ha diretto, tratto liberamente dalle opere del marchese De Sade, è impostato su silouhette e straordinari giochi d’ombre e luci colorate in un’atmosfera di musica dal vivo di fortissimo impatto.

Anna_Maria_Monteverdi

2011-05-18T00:00:00

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