Lo spettacolo: un presepe o un’industria?

L’intervento al convegno “L’opera lirica: un futuro possibile?”

Pubblicato il 21/05/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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Qui di seguito, l’intervento di Renato Quaglia al convegno “L’opera lirica: un futuro possibile?” organizzato dall’Associazione per l’Economia della Cultura e da Federculture, svoltosi a Roma il 3 maggio 2011.
L’articolo che il “Giornale dello Spettacolo” ha dedicato all’incontro.

Non credo che il mio intervento debba ribadire quello che prima di me altri hanno già ripreso: riduzione delle risorse pubbliche, il tema della Scala in rapporto agli altri enti lirici, la specificità di ognuno, la necessità di una maggiore qualità manageriale, il tema degli organici eccessivi, dell’elevatissimo costo del lavoro, dei corpi di ballo… Sono tutti aspetti di una criticità che ha radici profonde, ma non è irrisolvibile.
Vi vorrei proporre invece un punto di vista diverso, particolare, che sono convinto accomuni anche le altre componenti dello spettacolo dal vivo.
Per farlo, inizio raccontandovi un aneddoto significativo e attinente al tema che stiamo trattando. Con Alessandro Leon ci siamo trovati nel 2006 in una Commissione mista promossa dai Ministri dell’Economia Padoa-Schioppa e della Cultura Rutelli. La Commissione aveva ricevuto l’incarico di studiare e proporre “misure volte all’incentivazione del sostegno finanziario privato a favore del patrimonio culturale e dello spettacolo”. Eravamo tre componenti esterni, in una commissione composta da dirigenti e funzionari dei due ministeri. I lavori rimasero per settimane incagliati tra veti contrapposti, di fronte a una architettura che sembrava far reggere l’intera economia italiana su minimali percentuali di accise, detrazioni di imposta, calcoli iva applicati a cifre irrisorie nelle poste di bilancio nazionali. Tant’è.
Elaborammo con grande fatica una serie di proposte, organizzate su alcune linee-guida, una delle quali partiva dal presupposto e dalla necessità di non solo facilitare l’intervento privato verso la cultura, ma di rimettere in moto, rilanciare i consumi culturali, incentivando il cittadino alla partecipazione e alla spesa culturale.
Tra le proposte ve ne era una (che cito per gli esiti, non per l’originalità della proposta) che era riuscita, dopo infinite discussioni con le parti rappresentative del Ministero dell’Economia, ad avere tutte le adesioni riguardo la possibilità che gli abbonamenti alle stagioni degli enti lirici, dei 12 enti lirici, abbonamenti nominali, potessero andare in deduzione, non per l’importo intero, ma per il 19% del costo. Un’inezia, forse solo significativa per il valore simbolico. Un po’ per cercare l’effetto che agevola l’acquisto di medicinali, o di occhiali da vista … Questa proposta entrò nel Consiglio dei Ministri di metà settembre di quell’anno e ricordo che rimanemmo il giorno dopo in attesa di leggere sui giornali l’esito. Ebbene, il CdM aveva discusso la proposta, era piaciuta, ma nel dibattito l’aveva spuntata il Ministro dello Sport Melandri: quella deduzione si sarebbe applicata non per gli abbonamenti alle stagione degli enti lirici, ma per quelli alle palestre ginniche. Infatti da quel momento e ancora oggi, chi si abbona a una palestra può consegnare al suo commercialista la ricevuta del costo sostenuto, per una insignificante detrazione dalla cartella delle tasse.
Non credo meriti discutere il fatto in se, né trovare vincitori e vinti tra i diversi protagonisti di questa vicenda.
Più interessante è porci il problema di come mai sia potuto accadere; ci può aiutare a comprendere che non possiamo derubricare la sottovalutazione delle questioni che interessano lo spettacolo dal vivo con semplici affermazioni riguardo “l’incapacità della politica a comprendere le nostre ragioni”.
Non basta. Non basta più.
Quel contesto era avvertito, quella compagine governativa era attenta. Dobbiamo porci il problema di quale sia stato (e continui spesso a essere) il meccanismo che ha portato a questa inattesa deviazione, a questo inaspettato esito. Imprevedibile se visto dal punto di vista di chi fa questo mestiere, comprensibilissimo se visto dal resto del Paese. Si, certo, è la cultura del “non si mangia con la cultura”, di chi ritiene che il confronto sia soprattutto una questione muscolare. Ma è anche, se non di più, l’indicazione della distanza che permane, anche in un contesto colto, politicamente avvertito, tra i diversi valori in campo. E’ emblematico di una incompetenza, di una non conoscenza, di cui siamo in larga parte corresponsabili.
Anche la vicenda del reintegro del FUS spero si sia tutti d’accordo: non è una vittoria. Se lo è ha il sapore di quelle di Pirro. E’ un ministro che passato oltre, torna sui suoi passi e messa la mano in tasca, ne estrae i denari per l’elemosina. Convinto dalla moral suasion di una star del palcoscenico, non dalle ragioni di centinaia di imprese, o dalle potenzialità e dalla crisi di un intero sistema produttivo, di cui quello lirico è unico al mondo, non dal dovere di non dismettere patrimoni su cui anche si fonda la convivenza, la tradizione, la rinomanza, l’offerta, la riconoscibilità, la produttività, la specializzazione professionale, l’innovazione creativa e di prodotto italiana.
Dicevo, è utile comprendere le ragioni di questa sottovalutazione, di questa sminuizione, di questa non considerazione. Non credo sia solo e tanto una questione politico-ideologica. E’ troppo facile attribuire alla maggioranza i guai di questa fase. Certo, la destra è storicamente meno attrezzata e interessata alla cultura odierna. Ma anche questo è un luogo comune, non so se l’elenco delle occasioni perse o degli errori dimostrerebbe una differenza così schiacciante nel confronto tra le parti. Si tratterebbe semmai di qualità del personale culturale disponibile – ma questa è un’altra questione, che ci porterebbe lontano.
Quello che credo influisca è una reale non conoscenza del fenomeno. Non basta che le associazioni di categoria annuncino in conferenze stampa unificate numeri e dati di occupazione, impatto economico, dimensioni e ricadute, se questo accade solo nel momento dell’estrema rivendicazione pubblica.
Il Paese maggioritario, quello vero, non quello che frequenta le sale o che frequentiamo, non i 5 milioni che una recente indagine calcolava leggono i giornali, comprano i libri, sono abbonati a Sky e la7, hanno una vita culturale curiosa e partecipe… Il paese maggioritario, gli altri 51 milioni non sanno che questo non è “un gioco per fannulloni”. Non sono tutti e solo “centri di spesa inefficienti e clientelari, nei quali non c’è trasparenza e non si giustificano gli occupati”, luoghi dove “la borghesia paga solo il 20% del costo dello spettacolo se va a vedere l’opera, mentre l’operaio la partita se la paga per intero”, esempi di una cultura che “è attualmente un pannolone un po’ indecente, con il quale si coprono rendite personali” (Ministro onorevole Renato Brunetta, Ravello-Lab, ottobre 2008).
Quei 51 milioni di cittadini sanno che ci sono (conoscono e riconoscono) le star della direzione d’orchestra, i grandi registi, i primi attori, qualche etoile. Ma non sanno che un buon teatro non è il presepe dove questi pochi grandi artisti si esibiscono, non sanno che un buon teatro è una industria, un luogo dove si concentrano eccellenze professionali, managerialità complesse, artigianato dai saperi antichi, tecnologie avanzate, organizzazione del tempo liberato delle comunità e gestione dell’offerta di alta gamma nazionale.
Non lo sanno perché il sistema della produzione e della gestione dello spettacolo in Italia, a differenza del cinema e della televisione, non ha saputo rappresentarsi anche come industria. Ha accettato di affidarsi esclusivamente a una o due delle sue componenti costitutive: il regista (o il direttore d’orchestra) e l’interprete (l’attore, il cantante, il danzatore). Ha costruito solo su di loro il racconto di se stesso e non ha coltivato una parallela rappresentazione (ma soprattutto: una parallela qualità professionale) delle altre componenti del suo sistema produttivo .
Mentre il cinema e la tv coltivavano un racconto complesso, esaustivo di se stesse, facendo comprendere cosa fossero i centri di produzione, i set, la complessità, l’articolazione, l’interdipendenza delle professionalità necessarie a produrre un film, una trasmissione televisiva, a garantire un palinsesto, e come ciò fosse in grado di esprimere la cultura nazionale e una identità italiana non retorica… mentre cinema e televisione rappresentavano la necessità della segmentazione di ruolo dell’industria, il loro essere industria culturale, il valore occupazionale, economico, il ciclo produttivo; valorizzavano le eccellenze delle funzioni diverse da quelle degli interpreti, come la scenografia, la fotografia, il montaggio…; mentre restituivano la reale dimensione non semplice, ma strutturale del processo di produzione dello spettacolo, facendone un pilastro su cui reggere l’architettura di valore e lavoro nazionale… Lo spettacolo dal vivo ha accettato di farsi raccontare solo dal gesto d’arte dell’interprete o del direttore. Ha accettato di rinunciare al suo racconto e ha lasciato nell’ombra la sua complessità, portando in proscenio solo i campioni, incapaci di rappresentare l’industria che anche lo spettacolo dal vivo rappresenta.
Lo spettacolo dal vivo non ha saputo aggiornare la propria rappresentazione. E’ rimasto ancorato alla centralità delle figure pubbliche che ne hanno retto le sorti nell’ottocento e nel novecento: l’attore o il cantante, e il regista o direttore. Al massimo si affida alla divisione di compiti che Strehler e Grassi rappresentarono a metà del secolo scorso: un tempo (e un modo, un contesto) troppo distante
Non è solo un problema di “racconto”, di comunicazione. Anzi: il racconto è solo la conseguenza ineluttabile del principio di realtà. Lo spettacolo dal vivo non ha saputo valorizzare la propria complessità, non ha saputo riconoscere di essere un sistema articolato, che chiedeva e chiede altissime professionalità non solo nelle figure pubbliche illuminate sul palco dai riflettori, ma anche ai molti altri livelli della catena produttiva: i sovrintendenti, i direttori di produzione, di distribuzione, gli scenografi, i costumisti, i direttori di scena, i direttori amministrativi, i responsabili della promozione, della comunicazione … Non solo non ha riconosciuto e raccontato la propria complessità, ma in molti casi non ne ha coltivato nemmeno la qualificazione professionale, perché molte funzioni sono rimaste di poco livello, accettate nella mediocrità, lasciate nell’ombra di una produttività accessoria, terze o quarte file rispetto a quanto si rendeva visibile e sottoposto al controllo pubblico. Le terze e quarte file sono rimaste linee non valorizzate, a volte affidate a straordinari professionisti (noti solo nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori, spesso militi ignoti sconosciuti anche ai propri Consigli d’Amministrazione), altre volte area per uomini senza qualità, alla Musil. Uomini senza qualità che indeboliscono le strutture industriali, ne fiaccano la spinta.
Troppo poca attenzione è posta a far crescere la struttura produttiva, a migliorare i profili professionali di chi ricopre i ruoli di progettazione, gestione, amministrazione, realizzazione; troppo poca la consapevolezza che è la qualità dell’intero ciclo produttivo a determinare la qualità finale. Lo sforzo, la spesa, la contrattazione è tutta ancora solo concentrata a garantirsi i campioni della scena: direttori, cantanti, attori, registi … Indispensabili, senza dubbio. Che saranno sempre al centro di ogni progetto culturale e d’arte. Ma sulle cui spalle non ricade, né possiamo pensare di affidare tutto il peso dei destini di enti produttivi, di fabbriche complesse, seppur creative e di valore.
Se riflettete sulla rappresentazione che i cittadini o i cosiddetti stakeholder, o se preferite: i nostri ministri, ma anche i cronisti e i critici dello spettacolo, hanno del lavoro e del mondo dello spettacolo, non sarà difficile riconoscere quanto il racconto della complessità di ogni arte della scena sia oggi affidato esclusivamente al gesto pubblico dell’interprete. Gesto singolo, soggettivo, di talento, che non potrà mai rendere la complessità e l’articolazione dei moltissimi gesti, delle moltissime professionalità, della necessità di parallela e ulteriore eccellenza che quel gesto di talento (d’artista) chiede per potersi esprimere al suo meglio.
E quanto manchi, anche tra i più attenti osservatori della scena, una benché minima consapevolezza di cosa deve accadere e con quali professionalità, con quanto lavoro, con che costi, perché alla fine quella bacchetta si alzi in aria o quel sipario si apra. Non è casuale che poi le questioni politiche, economiche, strategiche, di nomine o del lavoro, non vengono comprese nel loro valore effettivo, non vengono percepite, paiono accessori di un mondo che pare ridursi all’atto volontario del talento personale dell’artista principale.
Il secolo di cui abbiano inaugurato gli anni Dieci deve essere un nuovo secolo di sviluppo del sistema dello spettacolo dal vivo: se il Novecento è stato il secolo della regia, che ha modificato e articolato diversamente le forze e i poteri della scena; questi nuovi decenni devono preparare una diversa consapevolezza nell’opinione pubblica dei valori e del lavoro che lo spettacolo dal vivo esprime; che ponga attenzione, valorizzi, si prenda cura, investa professionalmente e solo alla fine, quindi, racconti la reale strutturazione di industrie e attività produttive complesse, che sull’eccellenza di tutti i comparti basano le proprie fortune o le proprie difficoltà.
Le star continueranno a brillare, senza dubbio. Ma meno sole e con la consapevolezza che, come diceva Flaubert: le perle splendono, ma è il filo che fa la collana.

Renato_Quaglia

2011-05-21T00:00:00

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