Lo speed date teatrale

Una buona pratica made in Meda?

Pubblicato il 22/05/2011 / di , / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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“Copiare è da stupidi, rubare da genietti.” (Paolo Rossi)

In questi tempi culturalmente poveri – e non certo per mancanza di risorse intellettuali – cercare modi, soluzioni e possibilità nuove è una necessità. E una buona regola.

Quindi capita che per procurarsi quel lavoro che a casa spesso manca si giri un po’ in Europa e si abbia – a volte – la fortuna di scoprire nuove prassi: retaggi di culture e sistemi teatrali in apparenza così diversi, ma poi nella pratica non così tanto.
Quando questo accade si torna indietro con qualcosa in più oltre alla costante, sconsolante sensazione di essere il fanalino di coda dell’Europa teatrale che conta.

Che vendere i propri spettacoli sia un dramma antico è un problema estremamente contemporaneo: il rimando ai soliti giochi di palazzo, amicizie di primo letto e parentele geneaologiche stratificate è pratica in uso per chiunque voglia liquidare in fretta l’impossibilità di circuitare adeguatamente. Aggiungiamo una sana incertezza nell’affrontare il macro-cosmo della distribuzione, una decisa mancanza di tempo ed energie mentali e il numero delle produzioni auto-prodotte che collezionano un debutto più due repliche sale vertiginosamente.
Mettici anche che “alla mail non rispondono mai” e che “figurati se guardano il video” e il quadro è completo.
Una sconsolante prospettiva.

Quindi, noi che di mestiere facciamo “le residenze teatrali lombarde”, abbiamo pensato d’importare una prassi straniera, nordica per lo più: lo speed date, appunto.
Inventato per l’approccio uomo-donna, è presto stato traslato nel mondo degli affari: è una soluzione pratica che consente di moltiplicare le presentazioni, ottimizzando il tempo, per mettere a frutto al massimo la giornata.
Due squadre: programmatori da un lato, produttori dall’altro. I primi seduti al tavoli, i secondi pronti a spostarsi. Poco tempo, otto minuti a testa, poi un gong che ti costringe a cambiare posto.
In quella frazione abilità al massimo e creatività spinta per proporsi e convincere, guardandosi in faccia con la tranquillità di avere un ruolo già dato e di non doverselo guadagnare.
Pregiudizi in guardaroba, please.
Ti guardo in faccia e ti do del tu, e se vendi o compri è lo stesso, è il tuo lavoro e non c’è niente di male se il prodotto è uno spettacolo.
L’abbiamo fatto ospiti di Teatro in-folio, socio di Etre e animatore della Residenza Carte Vive, nella bella sala civica di Meda, con il sindaco Giorgio Taveggia e l’assessore Luca Santambrogio venuti a portare il saluto della città e rimasti decisamente colpiti da tanto impegno agonistico e partecipazione.
Anche noi di Etre ci siamo sorpresi: che il bisogno ci fosse lo sapevamo eccome, così tanto no. Alla fine più di 60 compagnie e 28 teatri presenti, con l’ultimo gong alle 18.00, ma l’ultimo teatro lasciato veramente libero alle 19,40. Nel mezzo tutti a pranzo insieme alla trattoria di fianco al teatro, a concludere gli affari più piacevoli.
Risultato positivo oltre le aspettative: tutti, ma proprio tutti, a dirci che di cose così se ne devono fare a non finire, perché ce n’é un gran bisogno. Anche i poveri programmatori, sottoposti a un fuoco di fila di quasi sei ore, si sono arresi all’evidenza che il territorio c’é, le compagnie scalpitano, gli artisti macinano e hanno bisogno di parlare a qualcuno. Non si può far finta di niente e continuare a fare gli operatori culturali.

Solo in un paio a borbottare che “è una roba troppo commerciale”.
Forse sì ma intanto cominciamo a guardarci tutti in faccia sapendo cosa siamo venuti a fare, se poi scopriremo che qualcuno ha venduto e qualcuno ha comprato, si stappa una bottiglia: visti i tempi che corrono è un bel risultato no?

Meda, 16 maggio 2011

Fabio_Ferretti_e_Michela_Marelli

2011-05-22T00:00:00

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