SPECIALE ELEZIONI Varese tra gruzzolo e patrimonio

E poi Adriano Gallina spiega perché è sceso in campo...

Pubblicato il 05/06/2011 / di / ateatro n. 134 / 0 commenti /
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“È la città più vicina a Malpensa ma inspiegabilmente il suo enorme potenziale turistico è sottovalutato. Soprannominata la Firenze del Nord dall’assessore leghista Walter Garlusio, detto il Casciabàl, Varese dispone di centinaia e centinaia di case, due giardinetti pubblici con scivolo e altalena, una sala biliardi e un coiffeur per cani. Non avere valorizzato questo immenso giacimento culturale, sostiene la Lega, è stato un grave errore. Chiederemo all’Unesco di riconoscere a Varese lo status di patrimonio dell’umanità. I funzionari dell’Unesco, in visita a Varese, si sono detti disposti a concedere, al massimo, lo status di gruzzolo dell’umanità“.

E’ una breve nota di Michele Serra, anno 2009. Corrosivo, come sempre. E querelato dal Comune – ancora in attesa di giudizio – per avere, nelle parole del Sindaco leghista Attilio Fontana, “danneggiato l’immagine di Varese e dei suoi cittadini facendo della satira ignorante, giustificata solo dall’odio ideologico contro la Lega. Peccato che abbia danneggiato non solo un partito, ma un’intera comunità, indipendentemente dal partito che ogni cittadino vota”.
Eppure Varese non è parsa particolarmente offesa o oltraggiata dal corsivo di Serra, al di là dell’impavido orgoglio insubrico di alcuni irriducibili. Forse perché – a dispetto del suo bellissimo Sacro Monte, riconosciuto effettivamente dall’Unesco patrimonio dell’umanità – la città appare, da un paio di decenni (la Lega governa dal 1993) e complessivamente, sostanzialmente immobile, priva di vitalità e slanci, ripiegata su un tran-tran quotidiano incolore e spento. Da qui la sensazione che la boutade di Serra abbia, per certi versi, colto davvero nel segno.
Non tanto, in realtà, a causa di un’assenza dal basso: la città appare anzi molto ricca di fermenti culturali provenienti dall’associazionismo di base, dall’area dell’amatorialità e del volontariato, di attività di formazione. Ciò che invece è mancato totalmente, in effetti, è una linea di politica culturale che – in qualche modo, sulla base di un’idea di città – sia stata in grado (o abbia anche solo avuto la voglia) di leggere, interpretare, orientare e sostenere tali processi di base. Anche, naturalmente e giustamente, operando una selezione.
In pratica, il nulla. Un nulla peraltro evidenziato programmaticamente nei fatti e nella scelta – che ha segnato anche simbolicamente l’intera legislatura appena conclusa – di non nominare un Assessore alla Cultura, con delega avocata al Sindaco. Varese – capoluogo di provincia – ha vissuto dunque per cinque anni, dal punto di vista della politica culturale pubblica, nel segno dell’assenza. Un’assenza, sia detto per inciso, raramente avvertita o denunciata come tale con chiarezza nel dibattito politico (ma anche nel dibattito culturale, caratterizzato di fatto dal silenzio assordante delle stesse associazioni di base) dei cinque anni trascorsi e quasi sempre – semmai – accettata con la sostanziale rassegnazione di chi si è persuaso che a Varese, gruzzoletto dell’umanità, “le cose vadano così”. A fronte di un bilancio preventivo 2011 che taglia – a causa dei ridotti trasferimenti statali e regionali, ma non solo – circa l’80% della spesa comunale sulla cultura.

Le liste, i candidati

Nonostante tutto questo, in vista della scadenza amministrativa – sia pure quasi sempre tendenzialmente “al margine” o in calce ai programmi elettorali – la cultura e il teatro sono tornati a far capolino nella città giardino.
Sono tornati a far la loro comparsa in un contesto di sostanziale balcanizzazione degli schieramenti, in particolare nell’area che, complessivamente, si rifà (e può attrarre e dis-trarre elettori che fanno riferimento) al centro-destra. A fronte di una lista del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (candidato Francesco Cammarata) e dell’esclusione (fortemente voluta dal PD locale) della Federazione della Sinistra (candidato Carlo Scardeoni) , il centro-sinistra si presenta con una coalizione per il resto piuttosto compatta (candidata Luisa Oprandi) che raggruppa PD, Sinistra Ecologia Libertà ed Italia dei Valori).
Il centro-destra si presenta forte – come da tradizione – ma frammentato in numerose e litigiose componenti. Se PDL e Lega, uniti, ripresentano la candidatura del Sindaco uscente – il leghista Attilio Fontana – una coalizione che raggruppa Udc, Futuro e libertà, Partito Repubblicano Italiano candida Mauro Morello, in precedenza presidente del Consiglio Comunale; Alleanza di Centro e Democrazia Cristiana (i cosiddetti “responsabili”) candidano il giovanissimo Flavio Ibba, mentre anche a Varese fa la sua comparsa Unione Italiana, che propone come Sindaco Raffaella Greco (ma soprattutto come capolista il primo sindaco leghista d’Italia, Raimondo Fassa); non potevano mancare, ovviamente, le “specialità locali”, con la lista ormai storica a Varese di Movimento Libero, fondato dal transfuga AN Alessio Nicoletti; con l’improbabile Fronte Indipendentista Lombardia, con il suo candidato Egidio Castelli; ma soprattutto con la lista La Varese che vorrei, fondata dal presuntuosissimo giornalista tuttologo (per sua stessa, compiaciuta, ammissione) Mauro Della Porta Raffo, un “personaggio” varesino celebre soprattutto per la sua amicizia – continuamente ribadita – con Piero Chiara e per i suoi “salotti”, incontri con le più eclettiche figure del Paese che si svolgono da anni in una pasticceria del centro.
Tutte le liste e i candidati citati in quest’ultimo paragrafo fanno riferimento, quale più quale meno, all’elettore di centro-destra. In una città caratterizzata tra l’altro – alle ultime elezioni – da una percentuale di astensionismo superiore al 42%, si tratta di un dato che può contare molto e che non rende per nulla improbabile, anche se certamente difficile, l’approdo a un ballottaggio tra Luisa Oprandi (PD, SEL, IdV) e Attilio Fontana (Lega Nord, PDL).

I temi, i programmi

In città, da oltre mezzo secolo, si parla del teatro ma non di teatro.
Varese non ha un teatro comunale e la sua funzione, da oltre un decennio, è assolta dal Teatro “Che Banca!” (piuttosto agghiacciante, vero? Prima il teatro era dedicato a Mario Apollonio, ma business is business…): un teatro privato (architettonicamente e funzionalmente orrendo, a detta di tutti), di 1200 posti, che – dopo aver ospitato per un lungo periodo la Stagione Teatrale Comunale, definita e finanziata dall’Amministrazione e affiancata ma autonoma dalla programmazione generalista privata, curata da Gianmario Longoni – da un paio di anni ne cura direttamente la direzione artistica, senza più alcun passaggio di risorse da parte del Comune. La conseguenza è stata, quasi inevitabilmente, la strutturazione di un cartellone sbilanciato su logiche strettamente commerciali, con una netta propensione per la commedia brillante. Una scelta che, forse non del tutto paradossalmente, ha visto peraltro in questi anni un progressivo calo nel numero degli abbonati, avvezzi storicamente ad una programmazione non particolarmente “coraggiosa” ma certamente molto legata al miglior repertorio del Teatro di Prosa.
Dalla sua costruzione (12 anni fa), il Teatro Apollonio è stato considerato un “contenitore transitorio” in vista dell’edificazione del Teatro Comunale: un tema posto, da allora, all’ordine del giorno di tutte le amministrazioni come assoluta priorità cittadina. Senza peraltro mai, sino a oggi, giungere ad un effettivo risultato.
Come uno spettro, il Teatro Comunale che non c’è si aggira per Varese, con maggior risonanza di catene in periodo elettorale, ma senza mai sino ad oggi materializzarsi.
Ora però pare che, almeno negli intenti, ci siamo realmente: il Comune ha acquisito – due anni or sono – una Caserma dismessa, la Caserma Garibaldi, con l’intento di costruirvi il nuovo teatro attraverso, cito testualmente il programma del Sindaco Fontana, “iniziativa in project financing che a fronte della struttura ceduta come bene pubblico metta a disposizione diritti volumetrici nel comparto”.
Andiamo quindi a vedere a questo proposito le prese di posizione, quando vengono espresse, delle altre forze politiche e degli altri candidati.
Il PD, sostanzialmente favorevole alla proposta, precisa:

“La Caserma Garibaldi dovrà essere destinata al Teatro stabile, alla riqualificazione dell’intero comparto di Piazza Repubblica ed all’abbattimento definitivo dell’Apollonio, che, pur avendo fatto, in questi anni, un servizio egregio alla città, è completamente slegato dal contesto urbanistico del centro storico. Tale area necessita, inoltre, di essere rivitalizzata ed inserita a pieno titolo nel centro della città. Ciò dovrà avvenire senza alcun esborso da parte del Comune. In cambio della realizzazione del teatro “a costo zero”, il Comune potrebbe assegnare al comparto (Garibaldi-Repubblica) o ad altre aree di proprietà comunale site anche in diverse parti della città diritti volumetrici che dovranno essere conferiti ai privati mediante gara ad evidenza pubblica da destinare a funzioni adeguate al contesto urbanistico. Il progetto, oltre al teatro, dovrà prevedere l’insediamento di connesse strutture polifunzionali a servizio dell’Università e della cultura in generale e, come detto, la riqualificazione di Piazza della Repubblica affinché torni ad essere fruibile da parte dei cittadini, togliendo la barriera che la circonda e ne impedisce la visibilità. Non va esclusa l’ipotesi (anch’essa da sottoporsi a eventuale consultazione popolare ) di realizzare in questo comparto una biblioteca pubblica a servizio non solo della cittadinanza, ma anche dell’università. Il/i progetto/i relativo al teatro ed all’intera riqualificazione di piazza Repubblica, prima della definitiva approvazione da parte del Comune, dovrà/anno essere sottoposto/i al giudizio dei cittadini mediante l’indizione di un referendum”.

Il Movimento Libero/Alessio Nicoletti, dal canto suo, dichiara:

“L’Amministrazione dovrà farsi carico di progettare un centro che possa contenere il nuovo teatro, le sedi atte alle Associazioni socio culturali che ne facciano richiesta, valutati i termini per “ospitarle”, tramite un affitto calmierato, oltre ad un caffè e ad un ristorante da porre in gestione, cosicché vi siano quei colpitivi che la Storia ha legato a tali attività. Per il teatro: all’interno di una struttura progettata secondo i crismi e le norme attuali, la Sala del teatro potrebbe essere suggerita quale “falso d’autore” – come ad esempio fu ed è “La Fenice” di Venezia. Tale ipotesi sarebbe utile nell’ambito del percorso di riaffermazione storica, culturale e turistica della Città Giardino, per un reale sviluppo del territorio, che proponga un percorso effettivo e concreto al turista”.

Se Mauro Della Porta Raffo si limita a dire “la Varese che vorrei… Ha spazi organizzati per la cultura, l’arte e lo spettacolo” (!), più sfumata e problematica appare la posizione di Sinistra Ecologia Libertà, con riferimento al problema della gestione in particolare con riferimento alle implicazioni connesse alla contropartita volumetrica in gioco. Si fa carico di esprimerne le linee fondamentali, paradossalmente, Adriano Gallina – unico organizzatore teatrale in lizza a Varese e candidato con SEL – in una lettera aperta, di cui riportiamo alcuni passaggi: “Quel che è interessante e sintomatico nell’intero dibattito sull’argomento è la varietà sostanzialmente monocorde degli accenti, che raramente si concentrano sul cosa per dedicarsi puntualmente al dove nel suo dato quasi esclusivamente estetico-architettonico… Ma un teatro, nel bene e nel male, già c’è. Il nodo consiste semmai nel restituire l’Apollonio ad un’idea di teatro pubblico, o quantomeno di teatro anche sul piano qualitativo a funzione pubblica, […] un teatro dei cittadini, un luogo che voglia, programmaticamente, sempre più aprirsi ad un pubblico non rituale, che si reca a teatro anche perché avverte il bisogno di esperienze culturali che creino inquietudini, lascino un segno, attivino emozioni, producano spazi per il pensiero […] Nessuno, significativamente, ha anche solo accennato a tutto questo. E tutto vien sostanzialmente dato per scontato, in un’operazione che pare più legata all’estetica e alla propaganda che al senso delle cose. Nel progetto “Garibaldi/Repubblica” manca esattamente questo – un’idea pubblica rispetto al poi e all’anima culturale del nuovo teatro – ma, soprattutto, una seria valutazione del costo sociale, ambientale ed urbanistico che la città dovrà pagare in termini di ulteriore cementificazione legata allo schema del project financing (la proposta in campo presuppone la copertura dei costi con un nuovo insediamento edilizio di 37mila mq di superficie!). Cosa accadrà della piazza? E dello spazio dove attualmente ha sede l’Apollonio? […] In conclusione: quel che occorre ripensare prioritariamente non sono tanto gli spazi ma la politica culturale pubblica, i modelli gestionali, l’investimento in qualità e in progetti di sistema, la capacità di proiettarsi nel futuro pensando alla cultura come ad un investimento per la città e per i suoi cittadini, e non come una spesa. Una nuova cattedrale, priva di risorse e collocata in un deserto di cemento senza questa riflessione a monte non serve proprio a nulla”.
Ma “questa riflessione a monte” non pare essere troppo presente nei programmi. Appare – con accenti oggettivamente piuttosto interessanti – nel programma di Unione Italiana: “La stagione teatrale dovrà mirare alla creazione di uno “specifico varesino”. In altre parole, non ha alcun senso cercare di “scimmiottare” la stagione teatrale milanese. Il miglior risultato che si può ottenere è, in quel caso, una sorta di “fotocopia sbiadita”. Bisogna invece puntare su una scelta di alta qualità, privilegiando quelle esperienze teatrali di grande valore di cui il nostro Paese è ricchissimo, ma che fanno fatica a penetrare nei circuiti “ufficiali”. Perché non pensare, a tale proposito, a un festival teatrale varesino?”; appare, in forma forse un po’ generica, nel programma del PD: “il teatro diventi un luogo aperto e vivo, in grado di valorizzare, oltre agli eventi di rassegne teatrali a livello nazionale, anche le compagnie teatrali locali e le culture straniere presenti nel territorio, favorendone l’espressione culturale, musicale e artistica prodotta nelle scuole e nelle associazioni culturali del territorio. La gestione del teatro deve costituire una cassa di risonanza, familiare e accessibile a tutti, del valore educativo e didattico della cultura, con offerte rivolte a tutta la popolazione”. E se Sinistra Ecologia Libertà ribadisce che “occorre chiarire la scelta di politica culturale. Si deve scegliere che il teatro sia un “servizio pubblico” e quindi si deve ragionare di investimento e non di spesa, rendendo disponibile un finanziamento dalle casse comunali, per liberare l’attività da parte dei vincoli di mercato e garantire una indipendenza economica finalizzata all’accesso a fasce sociali deboli e/o da sostenere (formazione e “costruzione” del pubblico interesse) e al sostegno alla produzione e promozione artistica”, per il resto sul tema tutto tace.
L’interessante idea di un Festival – già accennata da Unione Italiana – trova eco, molto sinteticamente, nel programma di Lega/PDL (“creazione di un Festival della Cultura che promuova al suo interno l’arte in tutte le sue forme espressive (letteratura, teatro, cinema, pittura, scultura, musica, fotografia, ecc.”) e, con molta maggior chiarezza, nel programma del PD: “[…] che il valore internazionale che la città di Varese ha assunto negli ultimi cinquant’anni (a partire dalla costituzione in loco della prima scuola europea e dalla successiva accoglienza di studenti africani presso il collegio De Filippi, fino alla significativa attuale presenza di molti stranieri di ogni età e di comunità etniche) sia rafforzato attraverso il “dialogo tra le culture”, ponendo in relazione costruttiva e arricchente le tradizioni locali e l’apporto valoriale e folklorico dei cittadini e delle comunità straniere. A tale proposito proponiamo di rafforzare, con la istituzione di un Festival delle culture, le diverse manifestazioni già attivate sul territorio a tale proposito, identificando nella amministrazione comunale cittadina l’istituzione promotrice del valore dell’accoglienza, del confronto e della integrazione”. Anche in questo caso fa eco Sinistra Ecologia Libertà, con la proposta dello studio di fatibilità di “Il libro del mondo. Festival delle culture”, “un’iniziativa che si snodi lungo una decina di giorni consecutivi, che preveda prorammi che – aprendosi ogni anno a tutte le culture del mondo e a tutti i linguaggi dell’arte – proponga quotidianamente una pluralità di appuntamenti nel campo del teatro (anche per bambini), della danza, della letteratura, della poesia, del cinema, della musica. Magari immaginando, di anno in anno, un focus particolarmente dedicato all’approfondimento delle tradizioni di una specifica area geografica o di un Paese […] una manifestazione, quindi, che si caratterizzi per lo strutturale coinvolgimento – ideativo, progettuale, organizzativo – della comunità locale a tutti i livelli. Farsi rete e sistema: dalle strutture ricettive al sistema della ristorazione, dall’associazionismo agli Enti di Promozione Turistica. Una manifestazione che scombini e trasformi la stessa atmosfera del tessuto urbano cittadino attraverso l’incursione dell’arte e della cultura nella dinamica del tran tran quotidiano. Che impieghi e valorizzi appieno l’intero complesso delle strutture cittadine”.
Un altro tema qua e là ricorrente infine – più volte del resto sfiorato nel corso della passata legislatura – ipotizza l’istituzione di una Fondazione Culturale cittadina. Ne parla Movimento Libero: “Per le stagioni teatrali e musicali riteniamo indispensabile invece la gestione unica dei fondi destinati all’interno di proposte armoniche, laddove il teatro di prosa e gli appuntamenti musicali riuniscano un calendario unico che preveda anche quegli appuntamenti organizzati da privati e da associazioni ai quali il Comune fornisce già contributi reali e patrocini. Il tutto sarà annualmente predisposto e gestito. Per il Civico Liceo Musicale sarà introdotto un lavoro sistematico che porti alla parificazione – o alla fusione con il Liceo Statale “Manzoni” ad indirizzo Socio pedagogico – del Liceo Musicale stesso, radicalmente rifondando la scuola che, al momento presente, necessita di una riqualificazione che ne modifichi struttura e gestione. Strumento per realizzare tutte questi aspetti sarà una Fondazione culturale, che sappia coniugare la volontà del pubblico con risorse private che permettano di realizzare concretamente il programma, sgravando in parte dal bilancio comunale”. Il nodo viene anche posto da Sinistra Ecologia Libertà: “Proponiamo di attivare una Fondazione Culturale aperta a singoli ed associazioni, culturali ed economico-professionali per progettare ed investire in cultura, anche in termini di produzione culturale, come “produttore-finanziatore” di attività che trovano spazio nella città […] e che, in sinergia con l’Amministrazione Comunale ed altri soggetti privati, avvii il recupero e la messa a disposizione di altri luoghi di rappresentazione teatrale ed artistica di dimensioni minori dell’attuale Apollonio, luoghi di cui vi é forte domanda […] Una fondazione come questa ipotizzata, che non dovrebbe “rilevare” attività e personale dall’ente locale (quindi non pensata per alcuna esternalizzazione), potrebbe vedere anche la partecipazione economica diretta della cittadinanza (azionariato popolare) esplicitamente finalizzata all’investimento per un “teatro dei e per i cittadini” e questo elemento potrebbe stimolare al contributo da parte di società che investano anche sul profilo della “responsabilità sociale” e del ritorno d’immagine che può dar un investimento “emotivo” sul territorio. Infine uno strumento quale la “fondazione” potrebbe muoversi nell’accesso a finanziamenti quali quelli delle fondazioni bancarie”.
Dopo di che, di fatto, il mare magnum delle dichiarazioni di principio sul valore della cultura e dei singoli punti di programma. Vale la pena, per completezza, darne una rapida panoramica.

PDL/Lega Nord – Attilio Fontana
Oltre a quanto già visto, nessuna dichiarazione di principio e pochi punti estremamente sintetici: “(a) Recupero, protezione e promozione con percorsi guidati di visita del patrimonio storico ed architettonico di rilevante importanza della Città; (b) Valorizzazione del ruolo delle Associazioni culturali, attraverso il finanziamento di proposte culturali di ampio respiro e di forte impatto sulla città. (c) Valorizzazione del patrimonio naturalistico della città, anche attraverso la collaborazione col Parco del Campo dei Fiori, preservando gli ambiti naturali più pregiati e perseguendo la creazione di polmoni verdi anche quali ampie aree parco di complessi insediativi.; (d) Creazione di un nuovo centro di attività culturale nell’ambito di Villa Mylius.
PD/SEL/IdV
“L’attività culturale è una componente essenziale della vita di una comunità, ma l’industria culturale rappresenta anche un’opportunità di sviluppo economico, in particolare un’occasione di incremento dell’occupazione giovanile […] Perché Varese sia una città dove le attività culturali abbiano finalmente rilevanza proponiamo di: (a) Censire tutte le realtà che producono o propongono eventi culturali per istituire un coordinamento. La cultura non deve essere solamente fruita ma anche prodotta, potenziando le iniziative positive esistenti, soprattutto quelle proposte da giovani e donne, anche al fine di valorizzare le loro capacità imprenditoriali e quelle interculturali per favorire la cultura dell’integrazione di ogni genere di diversità (sociale, di sesso, di etnia); (b) Garantire informazioni sulle attività culturali per renderle disponibili alla città; (c) Interpellare il mondo accademico per una partnership che periodicamente produca eventi in cui sia coinvolta la cittadinanza; (d) Promuovere l’apertura pomeridiana e serale degli edifici scolastici e delle loro biblioteche, che potranno così diventare centri di aggregazione per i quartieri; (e) Promuovere, in collaborazione con scuole, in particolare liceo artistico e musicale, Università, FAI, realtà museali anche di altri comuni, enti nazionali esteri, manifestazioni di alto livello, che sappiano valorizzare il patrimonio artistico presente sul territorio; (f) Favorire l’utilizzo costante dei teatri rionali (S.Ambrogio, Masnago etc.) in modo che la cultura sia davvero portata ovunque”.
UNIONE ITALIANA
“Trattiamo della cultura per ultima, non perché non sia importante, ma perché essa è il coronamento dell’attività politico-amministrativa. Il problema della cultura, a livello di Enti locali, viene di regola affrontato in due maniere entrambe sbagliate. Un primo modo è quello che intende la cultura come un puro e semplice (costoso e perciò “da contenere” il più possibile) loisir. Cultura è ciò che interesserebbe solo ed esclusivamente una ristretta élite di “illuminati” alle cui imperscrutabili scelte si dovrebbe inchinare, non si sa per quali misteriose ragioni, l’’intera Città. Anche a Varese ne abbiamo visti e ne vediamo numerosi esempi. Ma, se la politica culturale deve diventare il “perno” attorno al quale ha da ruotare tutta la politica varesina, bisogna che ciò capiti nel modo giusto. Perché c’è un altro modo sbagliato di fare cultura. Quello di quei politicanti che l’avvertono sì come “centrale”, ma solo ed esclusivamente per farla diventare fonte di elargizioni e di prebende a presunti “intellettuali” legati ai partiti, i quali poi non mancano di compensare i potenti di turno elevando peana ed inni nei loro confronti e cantandone “le magnifiche sorti e progressive”. Questo modo di fare cultura non manca di soddisfare ampiamente, del resto, quella che sembra essere l’incoercibile inclinazione alla cortigianeria di più d’un letterato.
Ecco perché alle esigenze della cultura vengono sempre, ed in entrambi i casi, contrapposte le esigenze della spesa. E’ infatti a tutti evidente che – se la cultura è il divertimento per chi non fa altro che divertirsi tutta la vita o il surrogato “democratico” dell’”ufficio studi e propaganda” caro alle dittature – i cittadini fanno benissimo a difendersene come possono, cioè stringendo il più possibile i cordoni della borsa. Ma vi è un’altra concezione della cultura a fronte della quale quella che potremmo chiamare l’”obiezione spesa” è destinata a cadere del tutto. Quella, cioè, per la quale la cultura è destinata a diventare una delle principali risorse – non solo spirituali ed umane, ma anche economiche – per la Città di Varese.
La Cultura è l’anima della vita civile. E’ la “forma formante” della Città. E come è possibile tutto ciò? Facendo in modo che Varese – dopo quella commerciale e burocratica – scopra la sua “terza vocazione”, legata alle più vive e più profonde istanze del secolo XXI, che è proprio quella culturale: se vuole sopravvivere, Varese deve infatti diventare una Città del “terziario avanzato” di qualità, ed è proprio la cultura a fornire quel “valore aggiunto” che consente al terziario avanzato di essere competitivo, dando vita a un polo d’eccellenza”.
Movimento Libero
“Il settore “socio culturale” rappresenta il ruolo essenziale per qualsiasi Amministrazione Comunale. Infatti, il livello socio culturale della Città e la capacità di produrre cultura sono sintomo della sua vivacità: l’Amministrazione pubblica ha il compito di sostenerla e di dare l’opportunità di svilupparla. L’Amministratore pubblico è egli stesso un cittadino e, come tale, deve sempre comportarsi, ponendo, alla base della gestione delle risorse quella stessa economia che il “buon padre di famiglia” attua negli investimenti domestici, privilegiando i necessari e maggiormente pressanti, rispetto al gruppo considerato “voluttuario” e, pertanto, gestibile in forma straordinaria e nei tempi più opportuni”.
Che dire, in sintesi? Che il tema della cultura ed in particolare del teatro viene affrontato a Varese con una certa puntualità – fatta eccezione per le numerose liste che non hanno neppure pubblicato i propri programmi e che quindi non abbiamo potuto valutare – ma quasi sempre in termini più legati alle strutture e alle dichiarazioni di intenti che non alle concrete e future prospettive artistiche, economiche e gestionali, oggettivamente lasciate piuttosto indeterminate. Riteniamo che la partita della prossima legislatura – e non in tempi rapidissimi – si giocherà sostanzialmente sul senso e sulla funzione pubblica del futuro teatro (che probabilmente, in un modo o nell’altro, effettivamente si farà) e sul ruolo che esso potrà avere, unitamente ad altri spazi, nel panorama culturale complessivo della città.

Per una proposta in divenire
“Verso un mondo dove è ancora tutto da fare”

di Adriano Gallina

A Varese ha deciso di candidarsi (nella lista di Sinistra e Libertà) anche Adriano Gallina, da sempre amico di www.ateatro.it, oltre che apprezzato organizzatore teatrale. Nel presentare la sua candidatura, Adriano ha pubblicato una riflessione in cui ha spiegato le ragioni della sua «discesa in campo». Riteniamo utile riproporla, perché contiene alcuni interessanti spunti di discussione sul rapporto tra cultura e politica ai giorni nostri. [n.d.r.]

Questo lungo documento si chiama: “per una proposta in divenire”. Nasce da riflessioni recenti ed antiche ma sempre nuove.
Si chiama così perché non ho certezze né verità rivelate da spendere né, men che meno, una visione onnicomprensiva dei problemi, delle possibilità, delle soluzioni. Aiutatemi tutti ad arricchirlo, a farlo crescere, a renderlo ancor più complesso ed articolato. Grazie a tutti da subito.

1. Perchè?

“Eccomi qua. Sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi”.

E così, ecco fatto, ho deciso di candidarmi con Sinistra Ecologia e Libertà al consiglio comunale di Varese.

Tornare alla politica. Dopo gli anni giovanili della militanza a tempo pieno, l’impegno professionale degli ultimi venticinque anni si è sempre coniugato con la persuasione che – parafrasando Clausewitz (ma in realtà Gramsci) – il lavoro culturale possa essere considerato “la politica condotta con altri mezzi“. Ne sono ancora convinto e credo di aver fatto tanta politica, nel Teatro Ragazzi, al Teatro Verdi, a Gallarate.

“Ai tempi del colera”, ai nostri tempi, pare tuttavia che – con eguale efficacia persuasiva – si riproponga con forza la necessità di un’inversione: la politica può essere “la cultura condotta con altri mezzi“.

Quanto più, cioè, la cultura diviene materia residuale, oggetto posto al margine del campo visivo dell’orizzonte progettuale della politica e dell’investimento pubblico tanto più – probabilmente – l’operatore culturale deve tornare ad avere la forza, la voglia e la responsabilità di intervenire direttamente in quell’universo, per tentare di orientarne e modificarne direttamente i processi.

E persisto a non credere – anche se molti con buone ragioni ne sono convinti, ed è soprattutto ad essi che occorre parlare – che questa scelta si possa tradurre o semplificare con lo “sporcarsi le mani”.

La politica ha certamente a che fare con il potere, è quasi una banalità. E l’idea stessa del potere e delle sue dinamiche e contaminazioni genera – in tanti – ribrezzo, repulsione, disgusto. Come non capirne le ragioni?

E tuttavia il possibile cambiamento passa da lì, e solo da lì: e solo da lì, paradossalmente, il potere può forse essere restituito ad un’idea alta della rappresentanza e della partecipazione. Nell’idea di un potere che, nell’esercitarsi, tende a marginalizzarsi e a rendersi quanto più possibile collettivo. Insincerità? Cazzate? Illusioni di un “giovane cinquantenne”?

Può certamente essere: è proprio questo, tuttavia, il mio approccio ingenuo ma indipendente e libero all’avventura elettorale. Con Sinistra Ecologia e Libertà: la sola forza politica, oggi, in grado a mio modo di vedere di prefigurare a livello nazionale e locale orizzonti non asfittici, di ricollocare al centro dei programmi alcune ragioni fondative dell’essere di sinistra: l’uguaglianza sostanziale, i diritti, il lavoro e la difesa della sua dignità, la scuola, la salute, la casa, l’ambiente, la tutela e la promozione delle diversità, le politiche di Welfare, il primato del servizio pubblico. Verso il possibile disegno di un futuro oggi annientato nell’eterno presente della precarietà, della flessibilità, della volgarità umana e culturale.

Da qui l’idea di “un mondo dove è ancora tutto da fare” e – aggiunge Guccini, rivolgendosi alla figlia – “dove c’è ancora tutto, o quasi tutto da sbagliare”. Di un mondo diverso realmente, concretamente, possibile anche attraverso la straordinaria bellezza dell’errore.

2. Ripartire dal primato della cultura

L’idea di un mondo dove è anc

Redazione_ateatro

2011-06-05T00:00:00

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