Per un teatro hacker

Dall'introduzione a Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità di Anna Maria Monteverdi

Pubblicato il 13/06/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità (Franco Angeli, Milano, 201, in libreria dal 15 giugno 2011) è un libro bello e importante. E’ bello perché in ogni pagina si avvertono la competenza e la passione. Ed è importante perché getta nuova luce su alcune questioni che hanno attraversato il teatro del Novecento e continuano a riproporsi ancora oggi, con urgenza ancora maggiore, in un panorama mediatico e artistico profondamente trasformato dalla convergenza digitale e dall’avvento di internet.
Certo, il teatro può continuare a far finta di essere quello di sempre: un miracolo espressivo e civile nato oltre 2500 anni fa ad Atene, nella culla della civiltà occidentale – o meglio, nato insieme alla civiltà occidentale, tanto da costituirne un elemento fondante e insostituibile. Ma tutto intorno il contesto è mutato e continua a evolvere con vertiginosa rapidità. Nella “mediasfera” – il complesso reticolo di comunicazione, informazione e, perché no, anche arte nel quale siamo immersi come individui e come collettività – il ruolo dello spettacolo dal vivo è cambiato e sta cambiando. Nel Novecento il teatro ha dovuto fronteggiare l’avvento del cinema e della televisione, che hanno allargato a dismisura le possibilità di “riproducibilità tecnica” del reale, raggiungendo platee di decine di milioni di spettatori a sera, contro le poche migliaia del più ambizioso kolossal teatrale. Negli anni zero, il “qui e ora” planetario della rete e dei social networks ha lanciato nuove sfide, e al tempo stesso offerto nuove opportunità.
Sono sfide in primo luogo pratiche, perché le nuove tecnologie consentono per la loro stessa natura pratiche inedite; ma nello stesso momento offrono anche nuove modalità espressive da esplorare, sperimentare, inventare. Allo stesso tempo, pongono questioni teoriche ineludibili, che possono trovare risposte diverse a seconda dei particolari momenti storici e nelle diverse fasi dell’evoluzione dell’arte teatrale, anche in rapporto alle altre arti.
Il nodo centrale è il rapporto del teatro con la modernità. Se il teatro incarna e condensa il nocciolo profondo della nostra civiltà (qualunque cosa essa sia), che rapporto deve avere con i frutti più radicalmente innovativi di quella stessa civiltà, ovvero con le nuove tecnologie? Viceversa, se il progresso tecnico-scientifico sta erodendo qualche aspetto fondante della nostra identità di esseri umani, il teatro non farebbe meglio a rifiutarlo?
Attraverso Heidegger, il nodo del rapporto con la tecnica è diventato centrale nella riflessione filosofica (e politica) novecentesca. Dal canto suo, la pratica teatrale si è trovata in diverse occasioni a fare i conti con la medesima questione, a tratti senza averne piena consapevolezza, a volte portando la riflessione allo scoperto, a volte trovando soluzioni innovative sulla scena. Perché la storia dello spettacolo nella seconda metà del secolo scorso è stata anche una “riflessione pratica” su questa linea di frizione, ma in una situazione e con presupposti teorici che oggi appaiono superati.

(…)

Il teatro è nato nell’antica Grecia insieme alla democrazia. Alla polis ateniese ha offerto uno spazio in cui riflettere collettivamente – a partire da un mito condiviso, da un racconto – sui valori fondanti della comunità: la tragedia nasce intorno a dilemmi etici (al limite religiosi) e civili (prima ancora che politici).
Nel corso della sua storia il teatro è spesso stato strumento di emancipazione e democrazia, in costante rapporto dialettico con il potere e l’immagine che il potere vuol dare di sé. Ha avuto dunque una costante funzione critica, magari attraverso la satira e la parodia.
Fino a poco tempo fa, produrre e diffondere contenuti era assai complesso e costoso. La comunicazione era dominata da potenti corporations: i grandi produttori di televisione, cinema, dischi, giornali e riviste, eccetera. Il teatro consentiva invece forme di autoproduzione a costi molto bassi e il successivo accesso all’attenzione dei media (almeno finché si è praticata la critica teatrale su giornale e riviste). Oggi le tecniche e i costi della produzione audiovisiva si sono praticamente azzerati, e il teatro ha (fortunatamente) perso l’esclusiva della libertà d’espressione a basso costo.
La rete sembra ora garantire anche la possibilità della diffusione di massa dei contenuti a bassi costi – anche se la situazione attuale non sembra mantenere la promessa: le fonti di informazione sono rimaste per ora più o meno le stesse.
Di più. Il web 2.0 propone il gran teatro del mondo di Google maps, il proliferare di telecamere piazzate ovunque nel pianeta, le varie forme di “realtà aumentata” (anche la scena teatrale è per molti versi una “realtà aumentata”, stratificata di possibilità e di significati). La nuova interattività si fonda su un esibizionismo di massa che dai reality e dai talent show tracima su tutta la mediasfera. E’ una trasformazione che ha drastiche conseguenze sull’immagine che c facciamo di noi stessi e del mondo in cui viviamo, e che innesca ovvie implicazioni politiche.
Il teatro può avere una salutare funzione conoscitiva e critica, se fa ricorso alla propria consapevolezza dei confini tra realtà e rappresentazione (o rappresentazione), tra cornice e quadro, tra scena, platea e retropalco (insomma, tra pubblico e privato), tra volto e maschera, se attingerà alla sua sapienza nel gestire i punti di vista, nel creare prospettive, nel generare e plasmare l’immaginario.
Annamaria Monteverdi sta esplorando da anni questi diversi fronti. Ha censito le ibridazioni più interessanti, compilando tassonomie vertiginose ed esilaranti degli ibridi tecnoteatrali attualmente in voga. Li ha storicizzati, identificando gli antecedenti e i precedenti. Ha identificato i nodi problematici e le linee di faglia su cui sono cresciute queste ricerche, approdando a volte a spettacoli memorabili, in altri casi fermandosi allo stadio di prototipo. La sensazione, leggendo queste pagine, è che stia succedendo qualcosa di importante: qualcosa che non riguarda solo il teatro, ma la capacità del teatro di parlare all’intera società, penetrando come una sonda nel corpo più vivo e pulsante della mediasfera, creando frizioni con i luoghi comuni martellati dall’informazione e dalla propaganda, praticando un salutare détournement (un utile abuso) dei nuovi talismani digitali. Possono essere a volte esperimenti marginali, destinati a un rapido oblio. Oppure possono essere ripresi e rilanciati all’interno del mainstream.
Nell’ecologia fortemente dinamica della mediasfera, questi nuovi teatri geneticamente modificati hanno una duplice compito: in primo luogo creare forme avanzate, in grado di replicarsi in questo nuovo ambiente; in secondo luogo, fornire anticorpi il grado di resistere alle inevitabili patologie innestate dalle nuove forme di interazione e comunicazione.
Fermo restando che il “teatro-teatro”, medium da tempo a costante rischio di estinzione, continuerà a vivere. A restare necessario.

Oliviero_Ponte_di_Pino

2011-06-13T00:00:00

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