Contrasti lirici

Appunti sulle scenografie di Nabucco e Un flauto magico

Pubblicato il 03/07/2011 / di / ateatro n. 133 / 0 commenti /
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Come al solito sono più o meno inconsciamente attratto dai contrasti, dagli opposti. Ma non per imparzialità: al contrario, per partigianeria. Accostare due esempi sproporzionatamente disuguali credo sia didattica pura, esempio efficace di un’affermazione, di un postulato, o di un semplice parere documentato.
Da sempre ho una passione per l’opera lirica, un po’ perchè è un settore in cui ho lavorato, un po’ perchè l’ascoltavo fin da piccolo alla radio, quasi costretto da un fratello maggiore che l’amava; un po’ perchè ho imparato ad apprezzare ed amare questa forma musicale che affonda le sue radici nella storia del nostro paese, storia prestigiosa e raffinata, esempio alto di cultura pop (si direbbe oggi, popolare un tempo).
Dell’opera mi ha, da sempre, entusiasmato la capacità di geniali musicisti di pensare contemporaneamente alle parole (libretto), all’espressività della musica che le sottolinea (quasi ne spiega il significato emotivo al di là delle forme verbali spesso complesse o incomprensibili), ma soprattutto l’enorme abilità di concepirne in anticipo la messinscena, anche dal punto di vista visivo. Quasi pensando anche all’aspetto tecnico-scenografico, alle soluzioni migliori, ai tempi, alle pause, ai cambi di scena, agli ingressi, insomma alla totalità dello spettacolo: una capacità straordinaria, da veri geni eclettici del teatro in musica, ancor prima che si affacciasse sul palcoscenico quella figura che poi si chiamerà “regista”. Una capacità che probabilmente oggi si è un po’ persa avendo anche lo spettacolo assunto forme drammaturgiche diverse sia dal punto di vista del linguaggio, sia da quello della sintassi tecnica e formale.

Nabucco

Mi è quindi capitato ultimamente, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni della Repubblica Italiana, di vedere in tv (cosa rarissima!) un’opera – Nabucco – decisamente inserita nel periodo risorgimentale che si festeggiava.

E’ un’opera che amo molto e che conosco bene avendola messa in scena, o anche soltanto vista e ascoltata, più volte. L’occasione era importante e così il cast. Sul palco reale del Teatro dell’Opera di Roma, il Presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e altre autorità nazionali e cittadine.

Sul podio il Maestro Riccardo Muti. Prima dell’inizio, un importante e doveroso appello contro i tagli alla cultura in Italia. Si apre il sipario: il nero, buio, qualche nuvola scura appare dall’oscuro fondale…

Ma è Nabucco? La musica è trascinante, avvolgente, nel primo atto a tratti drammatica… ma non “buia”. Guardo di chi sia la regia: regia e scene di Jean-Paul Scarpitta, un francese. Alcune considerazioni: premesso che non ho nulla contro gli stranieri che lavorano in Italia; sono i benvenuti, com’è bene accetta e giustamente libera la circolazione di tutti i lavoratori in Europa. Ma perchè proprio in un’occasione così intensamente nazionale, per un’opera così legata al nostro Risorgimento, di un autore, Verdi, così legato all’italianità e così radicato nella cultura popolare tipicamente ed esclusivamente italiana, si chiama un francese a metterla in scena?
Leggo dalle note biografiche (non l’ho mai sentito nominare…) che si è a lungo “appassionato” al lavoro di Strehler e Faggioni: tutto qui? E poi, la “moda” (ormai mania) di affidare “regia e scene” alla stessa persona, cos’è? Un risparmio? Non esistono più scenografi, dopo i tagli allo spettacolo? O non ce n’è più bisogno? Oppure la scenografia è un superfluo, ma necessario orpello di cui si può anche non parlare?

L’opera prosegue e se pure il libretto nel primo atto indica come luogo “Interno del tempio di Salomone” e quindi può essere giustificato il buio che avvolge scena e personaggi, spero almeno nel secondo atto: niente cambia. “Babilonia: appartamenti nella reggia” recita la didascalia, ma il buio e il nero continuano e continueranno fino alla fine. “Giardini pensili di Babilonia”: buio… Cenere e lapilli sul pavimento (?). Costumi inutilmente pomposi. Il pur bravo (ma attempato ormai) Leo Nucci (Nabucco) è agghindato con una ridicola parrucca riccia e rossastra (penoso), anche se cantando fa riferimento al “canuto crine” (capelli bianchi…), segno della sua vecchiaia. Abigaille (sua figliastra), perfida guerriera-amazzone, presenta anch’essa una improbabile capigliatura crespa rosso-violacea (orribilmente contemporanea). Regia statica, direi inesistente, forse a causa del malore (leggo in rete) che ha assalito il povero Scarpitta durante le prove (ma non aveva un “assistente”?).

Mi chiedo: ma in un periodo in cui infuriano polemiche sulla cultura, sui suoi costi, sullo spettacolo in genere ed in particolare sugli enti lirici e si profila la loro chiusura o almeno il ridimensionamento per i costi altissimi che questo tipo di spettacolo impone, è il caso di proporre a un pubblico così vasto (come quello televisivo) e alle maggiori cariche dello Stato e del governo un’opera così deprimente ed inutilmente costosa? In questo caso mi sentirei di allearmi con il sentimento populista che questa visione ispira: non spendiamo più soldi per una messa in scena del genere… meglio la forma del recital-concerto! La musica evidentemente supera tutto e fa scordare tutto… e lo arriva a dire un ex scenografo, purtroppo…

Un flauto magico

Dagli anni Settanta quando frequentavo (come studente) i corsi di Scenografia all’Accademia, ho cominciato a studiare e apprezzare Peter Brook. Ho letto molto su di lui e sul suo concetto di teatro e di messa in scena (The Empty Space), ma non avevo mai avuto la fortuna o l’opportunità di vedere un suo spettacolo.

Soprattutto mi interessava vedere come avrebbe tradotto la semplicità dei concetti teorici che esprimeva sul testo e sull’interpretazione: è davvero bello uno spettacolo così concepito? Su che cosa lavora così tanto tempo un regista di questo tipo? Perchè durano così a lungo le sue prove? Perchè ci sono così pochi elementi in scena? Eppure ha idee molto chiare e precise sulla scenografia e sugli scenografi. La parte visiva che ruolo riveste nei suoi spettacoli?
Queste erano le domande che mi frullavano in testa quando sono riuscito a vedere (poco tempo fa, al Piccolo di Milano) il suo spettacolo Un flauto magico (non IL flauto magico, ma UN flauto magico). Già il titolo fa capire la personalizzazione di questo spettacolo. “Come a dire: uno dei tanti che si possono immaginare, ricordare, sognare… mettere in scena”. Motivi appetitosi: Brook affronta Mozart, l’opera più difficile dal punto di vista scenografico (8 scene e altre trasformazioni e visioni), un’opera lirica senza orchestra, un singspiel in due atti…Ma come si fa?
Entro, fra un pubblico invadente e chiassoso, in teatro: sipario aperto, un tappeto da ballo per terra (un po’ triste a dire il vero…) ed una ventina di canne di bambù ritte in piedi su piccoli basamenti; sulla destra un pianoforte a coda.

Ma che farà questo “geniaccio” di così strabiliante? Ho sempre sentito parlare di “entrare nella poesia” di un testo o di un’opera. In che modo partecipare alla pura espressione di un lavoro attraverso “la nudità delle luci, le più sottili vibrazioni intime, gli impercettibili cambiamenti dell’animo umano”?. Ero incuriosito.
Si inizia.
Il pianoforte sembra un’orchestra. Entrano i personaggi scalzi e vestiti semplicemente: tutti giovani e bravi scenicamente. Presenze vocali e fisiche di prim’ordine.

“Banditi tutti i luoghi comuni che da secoli gravano su quest’’opera togliendole quella gioiosa freschezza che, invece, sembra emergere così naturalmente dal testo: via i costumi sfarzosi, i simboli alchemici e massonici, le colonne e le piramidi. Sul palco c’’è solo la storia. Nuda, semplice, bellissima. Così bella e umana che non ha bisogno di orpelli. La scenografia è costituita esclusivamente da due dozzine di lunghe canne di bambù semoventi, ognuna dotata di un piccolo piedistallo trasparente che le consente di rimanere in piedi. Attraverso questi semplici oggetti, quanto di più vicino a una linea si potesse pensare di portare su di un palcoscenico, i personaggi costruiscono, separano (e di conseguenza oltrepassano) tutti gli ambienti fisici e mentali della storia. La scenografia, infatti, non solo delimita, ad esempio, la gabbia in cui viene imprigionata Pamina ma anche lo spazio – immaginario – che divide ciò che accade sul palco da ciò che i personaggi evocano con le proprie parole e i propri racconti”.

Spazio all’immaginazione: ogni spettatore “vede” e ricostruisce quello che vuole…un po’ come nei giochi dei bambini in cui un nodoso pezzo di legno, attraverso la parola, diventa un prezioso scettro regale…Semplicemente: la continuazione (o forse la riesumazione) del teatro elisabettiano, in cui la parola, il gesto e la musica ERANO la scena!
Ora capisco veramente chi è Brook: solo vedendo una sua messa in scena. Sono rimasto incollato alla poltrona come se avessi visto uno spettacolo sfarzoso, coinvolgente e bellissimo, dall’inizio alla fine. Tempi perfetti, movimenti perfetti, racconto fluente, tagli e modifiche al testo e alla musica che nulla gli tolgono, riduzione pianistica ottimale. Le due lingue, il tedesco per il canto e il francese per i recitativi, armonizzate stupendamente. Nessun intervallo. Niente bambini, niente fate. Solo due “servi di scena”, personaggi nuovi ed inventati, geni, che governano la scena e gli eventi. Niente montagne, niente palme, niente Egitto, niente porte, niente foreste, niente massoneria, niente di niente. Tutto il decorativismo decadente che normalmente si vede all’opera viene messo al bando. Uno spettacolo “di regia”: finalmente si capisce cos’è una regia, una VERA regia. Per contro mi vengono in mente tutti quei metteurs en scéne, divi capricciosi (perchè incapaci), inutilmente complessi e costantemente insoddisfatti (e che quindi spesso se la prendono con lo scenografo, benchè capiscano che c’è qualcosa che non va nella regia…) che popolano certo nostro teatro…

Ma quindi è possibile fare uno spettacolo a basso costo e coinvolgente… E’ possibile richiamare un folto pubblico… E’ possibile raccontare con semplicità, eleganza, senza eccessi, senza isterismi, senza fracasso, senza violenza verbale gratuita, per un pubblico eterogeneo e comune di grandi e piccoli; uno spettacolo sobrio che parla una lingua universale, che parla di bellezza. E’ possibile allora fare repliche per più di un mese e senza un posto libero: fare incasso. E’ possibile raccontare una vecchia storia con occhi nuovi e disincantati. E’ possibile ancora ribadire l’assoluta autonomia espressiva del teatro rispetto al cinema e alle sue enormi possibilità. E’ possibile non usare “effetti speciali” per stupire e rapire l’attenzione degli spettatori con la semplice parola, un semplice gesto e la musica, il canto. E’ possibile…
Era la risposta che cercavo, in questo confuso mondo, da tempo…

Daniele_Paolin

2011-07-03T00:00:00

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