La lotta della coscienza costante

Il Prometeo incarcerato con la regia di Salvo Gennuso nella Casa di Reclusione di Augusta

Pubblicato il 27/08/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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Non è facile andare in prigione: nel senso che non capita tutti i giorni potervi passare per vedere, guardare, sapere. Non è facile andare in prigione: non danno permessi facilmente, c’è tutta una prassi da seguire, bisogna stare attenti: alle apprensioni degli altri ma soprattutto alla tua. L’apprensione che lascia il fiato sospeso a qualunque minimo segno — che è poi sempre un segno che ti inventi tu, di cui tu solo disponi, quindi non comunicabile. Non è facile andare in prigione: entri in un mondo a parte, nel senso che non vi hai mai preso parte, partecipato. Sai delle piccole cose di cui ti rendi conto che, varcata la soglia, non servono più, perché quel poco che hai imparato non è precisamente quello che vedi, che senti. Non è così, non c’è niente di veramente vero nello svolgimento delle tensioni che ti fanno avvicinarti.

C’è qualcosa di immediatamente mitico che senti vibrar fuori, all’esterno di te, interiorizzato poi come consonanza, ma non sai a che cosa: qualcosa di immediatamente mitico, iscritto già nell’architettura del luogo. Potrebbe essere stato così il Labirinto di Cnosso nell’attesa sospesa del Minotauro: un fortilizio dentro un altro fortilizio dentro ancora un fortilizio, come se non finisse mai. O la reggia d’Argo che sperona l’orizzonte. E questa totalità è ancora circondata come da fossi e valloni benché la disposizione muraria sia del tutto pianeggiante, ad altezza d’uomo. Edifici in fuga, uno dopo l’altro, ma contenuti nel proprio barricarsi e riuniti da lunghi corridoi di cui è difficile capire la geometria se non in percezione. Sostanzialmente uguale alla prigione di Sorvegliare e punire di Michel Foucault, ma con delle modifiche imprestate ai campi di concentramento. Prigione maschile: ogni cortile un androcèo, chi corre, chi salta, chi si asciuga, chi beve, chi fuma, chi forse discute, tutti gesti della consuetudine più banale, ma che qui — nelle scena rinquadrata come in un pannello dipinto o vista anche in fuga come in un film muto — si trasforma da effimero a consustanziale: il gesto, ogni gesto è ogni volta intero, compiuto, immanente, definito come in una pittura, con in più la sua vita. Niente è allora gratuito né tantomeno banale: ogni gesto compone e scompone i suoi saperi, è carico di qualcosa che è diventato — dall’esterno all’interno — peculiare ed essenziale: non può essere altro.

La prigione diventa allora assai più genettiana, maschi con maschi, ma questo è un profumo, un giglio forte, fatto di finte e di racconti solitari, quando cioè il racconto di ognuno dice la solitudine affollata del solitario che sta con altri. Mondo laico, anche, non monastico: sarebbe potuto piacere anche a D.H. Lawrence, questo costituirsi in costrizione che genera potenza, sì, potenza. Luogo comunque tragico, cioè degno di rappresentare la tragedia che ognuno non dice ma con cui vive. Tragedia degli uomini liberi. È difficile pronunciare la parola che dice questo.

Mi accompagna in questa visita alla Casa di Reclusione di Augusta in contrada Ippolito il lunedì 27 giugno l’amico Salvo Gennuso che lavora qui, in questo carcere, da alcuni anni, in una cellula teatrale di cui mi spiega accuratamente il funzionamento e i dettagli, numerosissimi, pratici e sensibili. Accompagnato da Marco La Placa, bibliotecario, e da Giada Russo, assistente alla regia. Riunire una troupe, una compagine per mettere in scena qualcosa, ogni anno, che viene poi mostrata a un pubblico esterno, che deve raggiungere il luogo della scena dopo aver attraversato i valloni e i fossati pianeggianti, con qualcosa in cuore e nella mente.

Chi è di scena? Ecco i protagonisti: Abdel Bouzidi, Salvatore Capuano, Samuele Di Maio, Massimo Famà D’Assisi, Ridha Haj Hassine, Nunzio Il Grande, Khaled Walid, Salim Lazzez, Antonino Leonardi, Maurizio Lucà, Redzep Ramadani, Kastriot Pietri, Giovanni Strambelli.
Qual è il lavoro Prometeo di Eschilo, trasformato per l’occasione da incatenato a incarcerato. Ecco che la parola poco fa impronunciabile, può adesso essere detta: libertà. Di questo parla sostanzialmente il lavoro, libertà come coscienza contro i soprusi delle caste, fossero anche divine. Libertà come lotta. Come lotta della coscienza costante. <

Qui, la composizione di Salvo Gennuso lavora su piani diversificati: anzitutto la lingua, italiana, che non tutti parlano, ma che qui, a teatro, parlano tutti — ed è già una conquista di libertà. O almeno un piano di discussione possibile. Poi lo stare assieme, accomunati, di tanti che non si conoscono, tanti che sono ognuno: con un programma diverso da quello che c’era nei cortili: all’abitudine di fare le cose del quotidiano è subentrata — non una disciplina, anche se può essere implicita — ma una sostanza, una materia in cui quell’ognuno può riconoscersi comune con gli altri. Non più la differenza dell’ognuno dall’altro ma la comunanza come già atto di somiglianza con i sé stanti, non solo vicinanza ma ritmo della coralità come fatto comune indivisibile. Ripercezione del movimento del corpo in un assieme che dà un senso nuovo alla compagine perché solo su quel palco di scena gli è dato di attuarlo — e quindi viverlo e sentirlo e organizzarlo secondo delle sequenze che gli offrono un senso.

La scelta di un’architettura “monumentale” che Salvo Gennuso ha impulso mette avanti proprio la potenza della coralità come opera di bassorilievo a tutto tondo e la centralità messa a fuoco dei monologhi di Prometeo, interpretato da un Massimo Famà D’Assisi avido di parola e di memoria. Potenza e mestizia, ritmo e scansione si intersecano con un presente non astratto, ma in campo, in lotta, con un gioco attoriale scabro, essenziale, che mette in risalto l’onestà onestissima del lavoro di tutti. E l’intervento, in questo presente imprigionato, di Elisa Marchese, non carcerata: e questo affrontarsi realmente sul piano della finzione scenica tra il possibile e l’impossibile e l’impossibile come sola realizzazione da perseguire è un risultato molto forte.

Jean-Paul_Manganaro

2011-08-27T00:00:00

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