SPECIALE ELEZIONI Perché non bastano i “cento fiori” e nemmeno il grande evento

Considerazioni finali e provvisorie sull'inchiesta di www.ateatro.it

Pubblicato il 10/09/2011 / di , and / ateatro n. 134 / 0 commenti /
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All’’inizio di questa campagna elettorale, alcune settimane fa, ci siamo chiesti quale fosse il ruolo della cultura e dello spettacolo nei programmi e nelle dichiarazioni delle diverse forze politiche.
Grazie al lavoro della redazione e di alcuni amici sparsi in diverse città (ringraziamo Patrizia Coletta, Assia Filosa, Dora Ricca, Massimo Marino, Cristina Ventrucci e Angelo Romagnoli), abbiamo provato a raccontare quello che sta succedento nei capoluoghi di regione chiamati a rinnovare sindaco e in diverse altre città significative dove si rinnova il Consiglio comunale, dal Nord al Sud (con particolare attenzione alla Calabria, che il 15-16 maggio va compatta al voto). In alcuni casi i candidati hanno risposto personalmente alle nostre domande, altrove abbiamo lavorato su siti e documenti ufficiali: anche per questo gli spazi e la forma delle informazioni dedicati a ciascuna città non sono omogenei.
Ovviamente ogni città ha la sua storia, la sua realtà, il suo dibattito politico. Tuttavia ci pare opportuno provare a tracciare qualche riflessione di carattere generale.

Le quotazioni di cultura e spettacolo sembrano in rialzo. Con pochissime eccezioni, i candidati sindaco dichiarano di tenere in grande considerazione la cultura e lo spettacolo. Accade tanto a destra quanto a sinistra, con differenze non sostanziali sul piano dei principi. Non di rado la cultura viene indicata come il punto forte e trainante del programma. E questo è senz’altro un elemento positivo, anche se spesso si tratta di un apprezzamento un po’ generico e a volte venato di retorica.
I candidati del centro-destra, in grande maggioranza, paiono assai lontani dalle posizioni assunte negli ultimi anni da alcuni esponenti di primo piano della coalizione, a comunicare dai ministri Tremonti e Brunetta. Probabilmente in futuro dovremo registrare altre sparate contro gli artisti e i guitti “parassiti e comunisti”, sulla scia di quel che ha spiegato un paio di giorni fa Marina Berlusconi al “Corriere della Sera”: “Nel caravanserraglio degli anti-Berlusconi c’è un po’ di tutto. Un gruppo di pm, giornalisti e teatranti che sulla caccia al Caimano hanno costruito solide carriere.”
Tuttavia la sensazione generale è che gli umori del territorio e le implicazioni elettorali abbiano avuto un certo peso nel repentino ripristino del FUS. Insomma, non è solo merito del maestro Muti: evidentemente il neo-ministro Galan è molto più consapevole di Bondi dell’importanza del settore.

La cultura porta voti? Può restare il dubbio che questo ritrovato interesse per la cultura – dopo il vuoto della campagna elettorale 2008 – non sia il frutto di convinzioni profonde, ma dipenda da un calcolo di convenienza elettorale. In questo caso, non resta che sperare che il vincitore si ricordi delle sue promesse elettorali, e vigilare sulla loro attuazione (la nostra indagine serve anche a questo). Certo pare strano che, dopo tanto infierire, gli enti lirici e i relativi dipendenti all’improvviso tornino a essere il fiore all’occhiello e una preziosa risorsa della città.
Se non è solo una caccia al voto dei lavoratori dello spettacolo (che sono tanti, non solo i pochi famosi che però fanno opinione), vuol dire che è stata recuperata la consapevolezza che un’offerta culturale larga e accessibile è apprezzata dal cittadino elettore. Nella campagna elettorale di Letizia Moratti a Milano non sono certo irrilevanti le aperture gratuite del Museo del ‘900 o di quello archeologico.

Le differenze tra destra e sinistra sul piano squisitamente politico riguardano soprattutto il collegamento delle politiche culturali con quelle sociali e della formazione, spesso proposto e analizzato a sinistra (con particolare lucidità a Torino). Invece il legame con il turismo è decisamente trasversale e onnipresente. Fra eventi, marketing territoriale, industria culturale eccetera, non sembrano troppo radicali neppure le differenze di linguaggio.
Su problematiche e obiettivi specifici, si avvertono invece divergenze sostanziali, quando vengono affrontati – come a Napoli, a Ravenna per la capitale europea, a Bologna, a Varese – e non semplicemente elencati o elusi.
Più interessanti sono gli aspetti di metodo. L’ascolto capillare delle realtà del territorio (quello che abbiamo battezzato “il metodo Pisapia”), con il richiamo alla partecipazione dal basso e la valorizzazione delle realtà locali, si ritrova più marcatamente nei candidati di sinistra (Trieste, Cagliari, Siena, Reggio Calabria..), ma torna anche in qualche caso nel centro-destra (Cosenza).
Sempre a sinistra si indica la necessità di operare per bandi e gare di evidenza pubblica, una pratica che rischia di essere a volte anche troppo mitizzata (ancora Milano, per esempio), e si sottolinea il ruolo di coordinamento, di “cabina di regia” del comune (quasi ovunque). Questo non significa che a destra (fatta eccezione per Milano, dove si prefigura un “Comune-impresario”), almeno nelle dichiarazioni, si tenda all’accentramento o a un ruolo invasivo: più spesso il ruolo del Comune resta poco chiaro e sfumato (Trieste, Varese).
Il richiamo agli ‘”eventi” è decisamente “bipartisan”, e comune è la tendenza a lasciarlo nel vago: fanno eccezione Ravenna e Siena (che aspirano entrambe allo status di “Capitale Europea della Cultura 2019”) e naturalmente la Milano dell’Expo 2015 e della Moratti, con un elenco di vecchi e nuovi festival, cui si contrappone debolmente la proposta internazionale/locale della sinistra.

Un tema comune alle città e ai candidati: tutti considerano la cultura e lo spettacolo elementi (potenzialmente) trainanti per l’economia della città (oltre che utile per favorire la coesione, la qualità della vita, eccetera, con varie sfumature fra destra e sinistra). Tuttavia le strategie perché questo effettivamente succeda sembrano puttosto deboli e, ancora una volta, generiche: si auspica di far funzionare e coordinare l’esistente (e naturalmente anche valorizzarlo, stimolarlo, renderlo visibile…), di sviluppare e razionalizzare l’attività sul territorio, di proporre eventi di grande richiamo (ma il più delle volte imprecisati), e non manca né qualche statistica sulle ricadute economiche (“Ogni euro speso in cultura…”) né il canonico collegamento con il turismo.
Tuttavia manca un’idea nuova, o forte, e legata alle specificità locali: in questa panoramica non emerge un progetto all’altezza di quelli che hanno rilanciato Barcellona o Manchester, e neppure della Torino di quindici anni fa: Ravenna e Siena sono eccezioni, ma con progetti affidati al deus ex machina delle risorse europee, e giustificati più dalle glorie passate che su un’idea per il futuro.

Genericità. Al di là delle buone intenzioni, emerge nell’insieme una certa genericità delle proposte, a destra come a sinistra. E’ molto facile (e ovviamente molto utile elettoralmente) contestare l’amministrazione uscente, evidenziando punti critici, problemi non risolti, situazioni mal gestite. lnvece chi va in cerca di una conferma può sbandierare liste di “cose fatte” (anche quando non viene precisato da chi e quando).
Spesso le proposte alternative nel segno del rinnovamento sembrano raccogliere i suggerimenti che vengono dalla società civile: ma anche in questo caso difficilmente emerge una vera idea di politica culturale. Si parla indistintamente di “sostenere”, “coordinare”, “potenziare”, “promuovere”, ma non ci sono quasi mai indicazioni concrete (anche sulla base di stanziamenti di bilancio), organiche (secondo un progetto complessivamente ragionato e coerente) e idealmente precisate e motivate.
Anche quando si dà ampio spazio alla cultura, con convinzione e sforzi apprezzabili, l’impressione è quella dell'”elenco”, del censimento delle realtà attive sul territorio, che suggeriscono attività e iniziative. Ma la politica dei “cento fiori” non basta: servirebbero precise linee guida, anche per evitare derive clientelari e involuzioni nel provincialismo.
Probabilmente questi sono difetti inevitabili in qualunque programma elettorale, ma forse serve qualcosa di più, in termini di elaborazione politica, nel passaggio dall’ascolto (dei cittadini) alla proposta (degli amministratori).

Cosa manca? E’ come se i candidati “intuissero” una potenzialità (la cultura come traino), senza avere davvero studiato, senza avere del tutto chiaro cosa fare. Ottimisticamente, nei casi di maggior entusiasmo, si immagina una città più bella e vivibile, allietata da una creatività diffusa, finora invisibile perché trascurata.
La politica dell’ascolto sembra allora più una tattica per prendere tempo (“Diteci che cosa fate e che cosa volte, e poi vedremo…”), che un buon metodo. Ma è possibile rilanciare una città a partire (anche) da un settore come la cultura – debole in sé sul piano economico – senza idee “forti”?
Alle ultime Buone Pratiche era emerso un metodo di lavoro da parte degli amministratori torinesi rispetto alle esperienze passate: ma non l’abbiamo ritrovato, o almeno non lo vediamo emergere con la stessa lucidità. In particolare si era sottolineata la necessità di integrare hardware (strutture e infrastrutture, spazi vecchi e nuovi, da ristrutturare o da inventare: comunque investimenti) e software (come gestire, coordinare, promuovere questo patrimonio). Quello degli spazi è un tema che tutti affrontano, ma poi pochi parlano dei costi di gestione, e quasi nessuno affronta il nodo del software: almeno non con visioni strategiche, acconentandosi spesso di soluzioni piccole-piccole, inadeguate (anche per noi di www.ateatro.it, convinti che tante piccole buone pratiche possano portare grandi cambiamenti).
L’assenza quasi generalizzata di indicazioni precise e di impegni sulle questioni di bilancio è preoccupante. E lo è anche la vaghezza degli accenni ai collegamenti con il privato, con i fondi europei (senza riferimenti chiari).
Di fronte a questa vaghezza, suonano molto più saggi e tranquillizzanti i richiami alla necessaria sobrietà.
Incredibilmente, anche dove esistono fondazioni bancarie molto forti (come a Milano, Siena, Torino), non si affronta le necessità di definire accordi, operare con modalità e strategie complementari.
Infine viene eluso – con poche eccezioni – il problema della domanda: come si possa attuare e con quali obiettivi una politica per l’accesso (che è un dato quantitativo, generazionale, territoriale, di pari opportunità). Anche in questo ambito prevale qua e là l’indicazione di “buone pratiche” piccole-piccole, a volte banali.
E’ molto più visibile l’attenzione all’offerta e agli spazi: rischia però di apparire demagogica, e un po’ incosciente, viste le aspettative che può creare.
Bisognerebbe però chiedersi se l’aumento dell’offerta produca di per sé un aumento della domanda, o se invece non rischi di allargare la forbice tra un eccesso d’offerta (cronico nel sistema culturale italiano) e una domanda che avverte il morso della crisi.
Chi si pone il problema, si affida al marketing e al management.

E adesso? Intanto votate, e votate bene: cioè, se questi temi vi stanno a cuore, scegliete i candidati che hanno mostrato capacità d’ascolto e di comprensione dei problemi della cultura e dello spettacolo; e se possibile, che abbiano una visione che vada oltre la politica dei “cento fiori” (al di là delle speranze che essa può generare).
Naturalmente www.ateatro.it resta a disposizione per ulteriori approfondimenti: in quest’ultima settimana di campagna elettorale, se volete arricchire i dossier con altre informazioni e opinioni. E dopo il 16 maggio, per commentare i risulati elettorali.
Poi, se sarà necessario, dovremo ricordare ai nostri rappresentanti gli impegni che hanno preso. Soprattutto sarà opportuno tenere sotto controllo quelle realtà prive di un “piano regolatore”, per capire dove, cosa, come si interviene nel campo della cultura e dello spettacolo, con quali priorità, risorse e obiettivi, con quale impatto e quali risultati
Insomma, ci sarà molto da fare, dopo le elezioni.

SPECIALE ELEZIONI 2011

La cultura e lo spettacolo nei programmi elettorali

LE CITTA’
Milano: il “metodo Pisapia” e le “cose fatte” della Moratti
Torino: Piero contro Michele
Ravenna: Capitale della Cultura 2019?
Cosenza: la differenza tra destra e sinistra
Napoli: (soprav)vivere di cultura?
Bologna: come rilanciare il “marchio Bologna”?
Trieste: marketing territoriale o ambizioni da capitale della cultura?
Cagliari: Massimo contro Massimo
Reggio Calabria: investimenti o fare sistema
Catanzaro: il più giovane candidato sindaco di un capoluogo di provincia
Siena: una capitale per Rozzi e Rinnovati
Varese: tra gruzzolo e patrimonio
Considerazioni finali e provvisorie

Anna_Chiara_Altieri,_Mimma_Gallina_e_Oliviero_Ponte_di_Pino

2011-09-10T00:00:00

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