Uno Shakespeare in salsa russa

Il racconto d’'inverno con il Maly da San Pietroburgo a Vicenza

Pubblicato il 10/09/2011 / di / ateatro n. 135 / 0 commenti /
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L’immagine del bimbetto vestito alla marinara che spunta sul palco dell’Olimpico di Vicenza per uno Shakespeare in russo, scendendo dalle prospettive corinzie di una Tebe sognata nel Cinquecento per l’Edipo di Sofocle, rende già l’idea del disinvolto anacronismo che impronta il Racconto d’inverno allestito dal Maly di San Pietroburgo.

Realizzato nel 1997, lo spettacolo è stato proposto nel teatro del capoluogo berico per le uniche tre repliche italiane. La sgangherata vicenda al centro dell’opera, una delle ultime scritte dal Bardo, trova nella regia di Declan Donnellan e nell’impianto scenico palladiano dei moltiplicatori di quelle discrepanze spaziali e temporali sulle quali si fondano le coordinate drammaturgiche del testo. Una Sicilia fuori dal tempo e una improbabile Boemia che s’affaccia sul mare sono i luoghi della tragicommedia. Il sospetto del re siciliano Leonte nei confronti della moglie Ermione e del suo ospite e amico d’infanzia Polissene, re di Boemia, è la causa scatenante l’intrico di storie e segreti che solo dopo tre lustri giungerà allo scioglimento e al lieto fine per tutti. Tutti tranne Momilio, figlio di Leonte e di Ermione, il marinaretto della prima scena dello spettacolo, che ricomparirà alla fine, unica vittima sacrificale. Fuggito Polissene, Leonte fa incarcerare Ermione incinta, dà ordine di abbandonare in un luogo deserto la piccola Perdita, nata in cattività e considerata il frutto dell’adulterio, si agita in preda a un cieco furore che gli impedisce persino di accettare il responso dell’oracolo di Delfi consegnatogli dai suoi fidati emissari: Ermione è innocente. Solo dopo la morte di crepacuore del figlio e della moglie, Leonte sembra scuotersi e comprendere l’enormità del proprio errore. Intanto Perdita è stata salvata da dei pastori, naturalmente in Boemia, dove s’innamora di un giovane nobile, naturalmente figlio di Polissene. La fuga in Sicilia dei due porta all’agnizione della fanciulla e alla riappacificazione generale. Ermione non era morta, ma trasformata in una statua di sale. L’incantesimo dunque si spezza e la regina torna a vivere, mentre i giovani innamorati possono sposarsi. Una specie di tragedia deviata in corso d’opera, per dare a Leonte la possibilità di comprendere e rimediare.

La compagnia del Maly, fondata da Lev Dodin, sfodera una tavolozza recitativa di impressionante varietà, per quanto d’impronta piuttosto tradizionale. Della grande scuola russa prende soprattutto la caratterizzazione psicologica dei personaggi, liberati dal realismo di stampo stanislavskijano senza tuttavia, almeno in questo caso, risolversi in una esaltazione dei piani non verbali della rappresentazione. Di notevole intensità la scena finale, in un climax che giunge a rianimare la statua di Ermione con tremori soprannaturali. Come il Tempo personificato spazza le assi del palcoscenico e ogni tanto dà un giro alla clessidra per trasportare la vicenda in altri spazi e tempi («come se voi aveste dormito», dice rivolgendosi al pubblico), così il regista interrompe in alcuni punti lo scorrere della storia con un colpo di campanella (che non può non ricordare gli esercizi di Mejerchol’d o di Gurdijeff) per intersecare altri fili della trama. Sono questi i momenti più interessanti dal punto di vista del montaggio.

Difficile il confronto con la realtà delle produzioni italiane, visto che siamo di fronte a una compagine affiatata di 22 attori in scena che il regista ha potuto dirigere in lunghe prove coadiuvato da un direttore di palcoscenico, un direttore tecnico, un professore di dizione e un responsabile dei movimenti, oltre a scenografo, musicista e assistente alla regia. Dicevamo degli anacronismi moltiplicati: i costumi trasportano la storia al primo Novecento, ma la sentenza del sacerdote di Apollo viene letta al microfono; i giovani sulle panchine ai lati dello spazio scenico nel secondo atto amoreggiano al suono di una fisarmonica, ma il vagabondo Autolico ha una divisa a brandelli e ascolta musica disco sparata nelle cuffie. Dell’opera shakespeariana Donnellan sembra dare una lettura “pirandelliana”, sottolineando soprattutto il tema dell’identità e quello della vanità che muove a fare della nostra vita un racconto lineare, arginando l’esperienza con continui travestimenti e invenzioni che ci confermino in una immagine rassicurante e nasconda i nostri più veri sentimenti.
«Shakespeare – appuntava il regista inglese nel corso delle prove – disattende le regole del tempo come successione consequenziale: il bambino si nasconde nell’adulto, l’anziano vive nel bambino, la nascita si ridesta nella morte. Ogni logica svanisce e appare una verità oltre la logica. Un mistero si manifesta. Una nascita. Un’epifania. Di volta in volta queste interconnessioni nell’inconscio possono essere commoventi o divertenti, paurose o eccitanti, o anche improbabili.»

Foto Colorfoto.

Fernando_Marchiori

2011-09-10T00:00:00

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