La traversata del palcoscenico

La danza sacra di Nacera Belaza

Pubblicato il 17/11/2011 / di / ateatro n. 136 / 0 commenti /
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Basta uno spazio vuoto, un uomo che lo attraversa e uno spettatore che guarda e il gioco è fatto. Per Peter Brook quello spazio è un palcoscenico e quell’’azione è teatro. È la sfida che Nacera Belaza, coreografa franco-algerina, insieme alla sorella Dalila, vince con la sua ultima creazione Les Sentinelles sul palcoscenico del teatro delle Passioni di Modena, già calcato con lo spettacolo Le Cri.
Le due attrici percorrono i nove metri che dal fondo della scena le separano dal pubblico, ed è già teatro.
È buio nello spazio vuoto, mentre pian piano sullo sfondo un pannello bianco proietta una danza intangibile di luci, che tremano al ritmo di una musica tribale.
Lo spettatore comincia a giocare con le ombre. La luce disegna forme nell’’oscurità, in un gioco che incanta e appassiona. Forse sono le ali di un tucano dal becco cangiante o di un’aquila sputafuoco. Non importa, l’’immaginazione si è già accesa.
Due figure nere di spalle ruotano su sé stesse così lentamente da sembrare immobili, l’una, cinque minuti di orologio avanti, anticipa il moto dell’altra. Tempo distillato in attimi infiniti, segnato da passi impercettibili.
Le due sentinelle aspettano. D’un tratto la musica e il buio, in un crescendo che inghiotte il pubblico, strappano una danza all’immobilità delle due silhouette che, per un istante sottratto a quel tempo infinito, schizzano fuori dal cerchio immaginario tracciato sotto i loro piedi, e subito, composte, si congelano.
Lo spettacolo, liberamente ispirato al romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei tartari, non racconta una storia, ma parla di un’attesa, interminabile. Nacera Belaza, ormai icona della scena francese, ricerca una danza pura, che non rappresenta, ma esiste in quanto espressione di una energia interiore. E questa energia sta proprio nell’attesa, che in un mondo abituato alla velocità, al caos, alla frenesia, stanca.
La lentezza affatica le due danzatrici e affatica gli spettatori che fermi in vedetta restano pronti a sussultare a ogni minimo rumore o gesto.
Ci vuole concentrazione e non ci siamo abituati, sottoposti ogni giorno a mille stimoli contemporaneamente. Ma se all’’inizio strizziamo gli occhi lucidi perché lo sguardo si disperde, pian piano le luci intermittenti e la musica avvolgente ipnotizzano.
Nello spazio insieme al vuoto c’’è l’’energia di due corpi che vibrano, sempre paralleli. Eppure le loro ombre sul suolo si sfiorano e, incrociandosi, cambiano direzione.
Il teatro si trasforma in un luogo sacro. La platea diventa cerchio e gli spettatori sono invitati prescelti ad assistere a un rito di passaggio, a un’’interminabile traversata del deserto che lascia col fiato sospeso. Passa il giorno ed è notte, il buio interrotto da flash di luce accecante conduce il pubblico in una dimensione allucinata.
La meta è raggiunta quando le due attrici raggiungono il proscenio.
Da un certo punto in là non vi è più ritorno, questo è il punto da raggiungere, scriveva Kafka.
Lo spettatore è divorato, eppure non accade niente sul palcoscenico, o quasi.

Giada_Russo

2011-11-17T00:00:00

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