Siamo ancora in quella galera: Another Glorious Day

Il film di Dirk Szuszies e Karin Kaper dedicato a The Brig del Living Theatre in anteprima a Invideo 2011

Pubblicato il 20/11/2011 / di / ateatro n. 136 / 0 commenti /
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Il regista cinematografico tedesco Dirk Szuszies è intervenuto a Milano, alla XXI edizione del Festival di video d’arte e di ricerca Invideo diretto da Sandra Lischi e da Romano Fattorossi per presentare in anteprima per l’Italia, il film Another Glorious Day, diretto da lui e da Karin Kaper (musiche di Patrick Grant) e realizzato in occasione del riallestimento e della tournée dello spettacolo The Brig (La prigione), riallestito dal Living Theatre nel 2008.

Karin e Dirk.

Dirk Szuszies è stato attore del Living Theatre dal 1980 al 1985 e ha concluso il suo cammino con la compagnia alla morte di Julian Beck, ritornando in Germania; nel 2003 Dirk e Karin avevano realizzato un altro straordinario lavoro documentaristico sul Living, Resist!, Premio EuropaCinema, presentato anche al Riccione TTV. In Resist! le immagini tratte dal repertorio filmico degli spettacoli e dall’archivio privato (tra questi, gli indimenticabili fotogrammi dei funerali di Beck) si univano poeticamente alle performance del Living di oggi a Beirut, a Times Square o tra i manifestanti di Genova, nel G8 del 2001.

Another Glorious Day è un omaggio intenso, appassionato e profondo, in forma di originale film-saggio o di docu-film, alla compagnia anarco-pacifista fondata nel 1947 da Julian Beck e Judith Malina che nei loro spettacoli, da The Connection a The Brig, da Antigone a Paradise Now sino alle produzioni collettive del “teatro fuori dal teatro” negli anni Settanta (Sei atti pubblici; Sette meditazioni sul sadomasochismo politico), ha dato vita a un teatro che è “luogo dell’esperienza”, “luogo dell’azione e della trasformazione dell’individuo” (Julian Beck).
Per ricordare il loro teatro rivoluzionario possiamo riprendere le definizioni di Julian Beck tratte da La vita del teatro. L’artista e la lotta del popolo: il teatro del Living è “il teatro del risveglio, della consapevolezza, il teatro migliorativo che rivitalizza la comunità e la libera dalle catene, il teatro del cambiamento e dell’emergenza, il teatro della rivoluzione permanente, un teatro per liberare i sogni, per liberare tutti i prigionieri, per prepararci all’azione rivoluzionaria non violenta”.
Era il 2007 quando Judith Malina e Hanon Reznikov, co-direttore della compagnia, decisero di riallestire a New York, nel nuovo spazio teatrale da loro aperto, lo storico spettacolo The Brig, che nel 1963 è stato il manifesto sia dell’antimilitarismo sia del teatro della crudeltà: e infatti con la pièce con cui il gruppo si guadagnò anche il titolo di “public enemy” negli States.
In questa nuova versione, lo spettacolo vede sul palco le nuove e giovanissime leve del Living, che arrivano da ogni parte del mondo, accompagnate da alcune presenze fondanti della compagnia come Gary Brackett e Thomas Walker, quest’ultimo in veste di co-produttore. Tocca a loro confrontarsi con il testo che ha decretato l’inizio del loro lungo percorso tra Brecht e Artaud, e con uno spettacolo che raccoglie tutta la mitologia che si è sedimenata in oltre cinquant’anni intorno al Living. Il riallestimento, che nelle intenzioni di Malina non significava affatto fare un revival usando il repertorio della compagnia, è stato salutato con grande affetto dal pubblico e dalla critica: in Italia è stato premiato come miglior spettacolo straniero. Hanon Reznikov, colpito da un ictus cerebrale, è morto prima della tournée europea, e il film di Szuzies è dedicato a lui.
The Brig, con Einstein on the Beach di Bob Wilson, Cafè Müller di Pina Bausch, Marat-Sade di Peter Brook o 1789 del Théâtre du Soleil, è tra gli spettacoli che hanno definito un’era, ponendo interrogativi importanti per la scena contemporanea. L’interrogativo di The Brig era come trovare un mezzo per arrivare nel profondo delle coscienze degli spettatori, come aprire le loro menti e toccare i loro sensi, come risvegliarli dal torpore e mostrar loro che “la società è iniqua e degna di essere cambiata” (Brecht)?
La risposta Beck e Malina la trovano nel libro di Antonin Artaud, letto in traduzione alla fine degli anni Cinquanta: da Artaud e dal Manifesto del teatro della crudeltà recuperano l’idea che il teatro deve mostrare il male e la crudeltà del mondo, che deve agire sull’animo, sui nervi, sui sensi dello spettatore. Dirà Beck: “Contro il teatro che lasci intatto il pubblico un teatro che lo scuota profondamente nel suo organismo”.
Aggiunge Judith Malina nella conversazione con Cristina Valenti: “Noi siamo in grado di provocare dolore proprio perché non sentiamo gli uni la sofferenza degli altri; possiamo essere causa della sofferenza di altri perché non abbiamo corrispondenza empatica con la sofferenza altrui, non proviamo una reale emozione fisica corrispondente al dolore degli altri. Artaud credeva che se solo fossimo capaci di sentire, sentire veramente il dolore altrui, troveremmo questa sofferenza intollerabile, un dolore troppo pesante da sopportare e vi porremmo fine.” (Cristina Valenti, Conversazione con Judith Malina, Titivillus, Corazzano, 2008).
La scoperta di Artaud fu una folgorazione: si trattava a quel punto di trovare un testo adatto che consentisse di mettere in pratica il pensiero artaudiano. Judith e Julian lo trovarono nell’opera di un giovane scrittore americano. In The Brig Kenneth H. Brown, un ex marine, racconta la sua assurda esperienza di trenta giorni di prigionia in un carcere militare a Okinawa, in Giappone durante la Guerra di Corea. Brown concentra lo sguardo in questo girone infernale ricostruendo una giornata-tipo, scandita da violenze e punizioni fatti da marines contro altri marines.
Urla, rigidità, violenza fisica e psicologica, divieti, ordini, richieste scandite a voce alta, rumore assordante degli stivali sul pavimento diventano il sottofondo ossessivo e martellante dello spettacolo del Living: tutte le azioni – l’alzarsi dalla branda, lavarsi, fumare una sigaretta, leggere il manuale del marines, pulire – vengono fatte a ritmo di marcia. I prigionieri perdono la loro identità e diventano un numero: urlando quel numero chiedono di poter andare in bagno o di poter attraversare la linea bianca di demarcazione che separa l’interno del loro reparto-gabbia dall’esterno. Lo spazio è ristretto, scenicamente è ridotto a una gabbia contenente dei letti a castello, un reticolato di separazione e uno stretto corridoio: il tutto produce un efficace effetto claustrofobico nel pubblico.
Della prima messinscena di The Brig abbiamo una testimonianza importante, il film di Jonas Mekas. Il neonato movimento del New American Cinema a opera di Mekas (di cui farà parte John Cassavetes, autore di Shadows uno dei massimi successi della controcultua underground), il nascente clima underground, i film-diaries e i documentari su tematiche di disagio spesso senza sceneggiatura e a basso costo, ben si adattavano all’ideologia politica e artistica del Living Theatre, che spesso ne era protagonista o soggetto ispiratore (frammenti del Frankenstein del Living sono presenti in Lost Lost Lost di Mekas). La posizione di rifiuto di Julian Beck rispetto al teatro commerciale di Broadway ha evidenti analogie con i proclami anti-hollywoodiani presenti nei quattro saggi pubblicati da Mekas su “Film culture” agli inizi degli anni Cinquanta, che inneggiavano a una nuova generazione sperimentale di filmaker indipendenti. Una nuova linea artistica produttrice di istanze rivoluzionarie contrarie alle logiche mercantili dell’arte accomunava il cinema e il teatro di quegli anni: dal free theatre al free cinema.
Le riprese di The Brig furono effettuate da Mekas in condizioni impossibili. Il Living era stato accusato di non aver pagato le tasse (che peraltro non avrebbe dovuto pagare e dunque il loro teatro situato nella 14a strada a Greewich Village (inaugurato nel 1957 e frequentato da artisti underground, dai poeti della Beat Generation e dai cineasti indipendenti) era stato chiuso. Il Living decise di replicare ugulmente lo spettacolo, anche se il teatro era stato sigillato. Le cronache raccontano che il pubblico – 200 persone in tutto – entrò dal tetto il 17 ottobre del 1963 e assistette allo spettacolo, fino dell’ordine di sfollamento della polizia, che avebbe portato poi all’arresto per i Beck con l’accusa formale di essersi opposti alle forze dell’ordine e di aver incitato la folla alla rivolta. Dalla prigione teatrale dello spettacolo alla prigione vera.
Più verosimilmente, l’accusa era di aver duramente contestato un’istituzione sacra per gli States, come il corpo dei marines. Al termine del processo, i Beck furono di fatto cacciati dagli Stati Uniti: iniziò proprio da lì il nomadismo europeo del Living.
Dirà Beck: “Come è possibile assistere a The Brig e non voler abbattere le mura di tutte le prigioni?”. La prigione di The Brig è il microcosmo di un mondo dominato dalla autorità e dalla violenza: è in sintesi, l’immagine del mondo intero, riassume tutte le nostre prigioni, più o meno autoindotte: un po’ il tema che verrà affrontato anche in Frankenstein. Ancora Beck: “La prigione è una struttura, che questa struttura si chiami prigione o scuola o fabbrica o governo o mondo così com’è. Tale struttura richiede a ciascun uomo quel che egli può fare per essa, per coloro che non fanno nulla per essa vi è la pena di morte o la prigione, o la degradazione sociale o la perdita di diritti. Gli uomini situati all’interno della struttura devono diventare parte della struttura stessa e la bellezza e l’orrore al tempo stesso di The Brig consiste nel vedere come la struttura riesca o non riesca a incorporare quelli che imprigiona.”
Mostrare il male per renderlo insopportabile, toccare il pubblico, scuoterlo nel profondo: lo squarcio di disumanità che esplodeva in The Brig produceva nel pubblico un effetto di intolleranza agli abusi, rendeva insopportabile l’ottusa brutalità della disciplina, acendeva un desiderio di rivolta e di libertà.
La tecnica usata nel 1963 da Mekas per le riprese dello spettacolo era quella del cinema-verità: il regista, trattò lo spettacolo come fosse un pezzo di vita vera, come un avvenimento reale: “Mentre guardavo, pensavo: supponiamo che questa sia un vera galera e che io sia un operatore di attualità che abbia avuto il permesso dal corpo dei marines di entrare in uno dei suoi carceri e di filmare ciò che vi succede. Che incredibile documento si potrebbe portare agli occhi della gente, questa idea si impadronì a tal punto della mia mente e dei miei sensi che mi resi conto di volerlo fare a tutti i costi. Volevo vedere lo spettacolo attraverso la cinepresa. Dovevo filmarlo”.
Per addestrare gli attori, Judith Malina, che firmò la regia, utilizzò il rigidissimo Manuale diaddestramento dei marines. Applicò persino il Regolamento, a cui tutti dovevano attenersi, e commino punizioni ai disobbedienti, proprio per far loro vivere direttamente il dramma ponendoli di fronte non a finzioni ma artaudianamente, a realtà, crudeli realtà: “Era necessario che gli attori subissero in tutta la sua insopportabile oppressione la struttura chiusa, l’universo concentrazionario perché solo a questa condizione sarebbero stati in grado di trasmettere direttamente l’orrore al pubblico in modo da sentire tutti insieme il bisogno di distruggere, abbattere quella struttura e con essa tutte le altre istituzioni totali”.
Anche se vengono proposti alcuni frammenti del film di Mekas, il documentario di Dirk e di Karin, Another Glorious Day, non parla di quello storico allestimnto, ma del recente riallestimento e della tourneé europea, partita da Berlino alla Akademie der Kunst , e proseguita in Italia, a Firenze (Fabbrica Europa) e in diverse altre tappe. Dimostra l’attualità di The Brig in un’epoca in cui le condizioni “frankensteiane” della società (capitalismo, mercato, economia militarizzata) non sembrano cambiate molto.

Il procedimento di Dirk Szuszies è opposto a quello di Mekas: non tratta lo spettacolo come un frammento di vita reale, ma appunto, lo tratta come uno spettacolo, riproponendolo nella sua interezza e aggiungendovi frammenti ripresi dietro le quinte, immagini con le prove, una intensa testimonianza di Judith Malina, passaggi degli attori dentro e fuori il teatro, intervistando coloro che hanno seguito la tournée. Tra loro anche Kenneth Brown, l’autore del testo, che durante le prove dà indicazioni agli attori.

Più che consigli da scrittore, sono consigli da ex marines: per esempio, spiega loro come venivano dati i colpi dai carcerieri e come fare per incassarli realisticamente. Significativa anche la testimonianza degli attori che, indossando gli abiti di scena, ovvero le loro divise militari, invadono a ritmo di marcia le strade e le piazze di Berlino, proponendo alcuni frammenti della piéce e intonando lo slogan simbolo dello spettacolo, Stop The War.
Il film è disponibile per noleggio, proiezione pubblica e acquisizione archivi, anche con sottotitoli in italiano.

Il trailer del film.

Scarica The Brig di Jonas Mekas.

Il Living Theatre nella ateatropedia.

Anna_Maria_Monteverdi

2011-11-20T00:00:00

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