BP2012 Spazi Un teatro che riprende a respirare

Un bene comune restituito alla città

Pubblicato il 02/04/2012 / di / ateatro n. #BP2012 , 138 / 0 commenti /
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L’’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri nasce l’’11 marzo 2009 per portare a termine la riapertura del teatro di cui essa porta il nome. In realtà la storia della riapertura di questo teatro comincia molto prima, nella primavera del 2006, quando un gruppo di ragazzi alla soglia dei vent’anni varca per la prima volta i cancelli che chiudono il perenne cantiere che occupa l’edificio. È una folgorazione: lo spazio anche dopo tutti gli interventi che ha subito appare magnifico. Manca il palcoscenico, ma è evidente da subito che proprio questa mancanza rende il luogo ancora più interessante. L’’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri, formalmente istituita solo tre anni dopo, in realtà nasce esattamente in questo istante.
L’Associazione è inizialmente composta da Nicolò Cecchella, Rita Conti, Davide Davoli, Sara Loreni, Federico Monica e Riccardo Paterlini. Si aggiungono successivamente Andrea Acerbi, Sara Berti, Valentina Bigliardi, Lorenzo Chiesi, Anna Grazzi, Giorgia Maria Liguori, Paola Loreto, Michele Ternelli, Silvia Tirelli.

LA VENDITA DEL TEATRO
Nella primavera del 2006 un gruppo di ragazzi alla soglia dei vent’anni varca per la prima volta i cancelli che chiudono il perenne cantiere che occupa il Teatro Sociale di Gualtieri. È una folgorazione: lo spazio anche dopo tutti gli interventi che ha subito appare magnifico. Manca il palcoscenico, ma è evidente da subito che proprio questa mancanza rende il luogo ancora più interessante. Emerge immediatamente il pensiero comune che il teatro possa essere utilizzato nelle condizioni in cui versa. Le idee per giungere ad una subitanea riapertura cominciano ben presto a ribollire e si coagulano in una serie di lavori in vista del primo obbiettivo da perseguire: riconsegnare al Teatro Sociale l’attenzione comune. Fervono i lavori: si spalano carriole di ghiaia e terra cercando di livellare il più possibile il terreno, viene costruito un impianto elettrico volante per illuminare nuovamente platea e palchetti, viene portato in teatro un pianoforte… Nel trambusto si sollevano nuvole di polvere: è il Teatro che riprende a respirare. Sono mesi di occupazione clandestina, tra il tacito consenso dell’Amministrazione Comunale e la curiosa impazienza di coloro che sanno che tra i muri dell’ala nord finalmente ferve qualcosa. Si lavora anche di notte, si fanno prove, si scrive e soprattutto si discute della riapertura del teatro. Gli ultimi giorni di luglio sono percorsi dal clamore destato dalla notizia che è stata indetta un’asta pubblica per la vendita del teatro e dei suoi arredi. Il Comune è sommerso dalle proteste dei cittadini, ad un tratto nuovamente memori che il Teatro Sociale, da anni, giace inutilizzato. La cittadinanza si ribella alla scelta vergognosa, mentre qualcuno comincia ad interessarsi seriamente all’acquisto dell’immobile. La sera del 27 luglio 2006 le porte vengono riaperte: il delegato di un’agenzia immobiliare di Milano, incaricata della vendita, raccoglie in piazza una folla sconcertata e la introduce all’interno del teatro. Dentro però improvvisamente tutto si capovolge e l’asta pubblica si trasforma in un evento di Teatro Instabile: mentre le trecento persone sono accompagnate all’interno dell’edificio fuoriescono le arti che da sempre popolano il Teatro. Musica, Poesia, Letteratura, Scultura, Pittura e Danza chiamano in causa direttamente gli spettatori e chiedono loro di ribellarsi all’abominio della vendita, pronte ad un suicidio collettivo nel caso in cui nessuno risponda all’appello di rivolta. I gualtieresi senza troppe esitazioni rispondono, abbattono a picconate il muro che chiude una delle porte del teatro e le arti ed il teatro stesso sono liberati.

I LAVORI
Dopo aver organizzato la provocatoria messa in vendita, l’Associazione comincia un lungo periodo di riflessione sulle reali possibilità di una riapertura continuativa del Teatro Sociale. In molti scoraggiano i progetti che si vorrebbero realizzare, la formula ricorrente è: «Ragazzi voi sognate…», ed in effetti la riapertura del teatro, che rimane un cantiere inagibile, è un sogno che appare irraggiungibile. Ci si rende conto che l’unico modo per poter spalancare nuovamente le porte del teatro è dimostrare concretamente che è possibile utilizzarlo nelle condizioni in cui si trova. Cominciano i primi lavori sistematici nella speranza, un giorno, di poter vedere un pubblico varcare abitualmente le soglie del teatro. È come procedere al buio: l’Amministrazione acconsente a qualche lavoro, ma non ha soldi da spendere per i materiali, che l’Associazione provvede a recuperare da sé. Si lavora senza sapere se verrà mai accordato il permesso di aprire nuovamente il teatro e con l’incognita che un giorno partano pesanti opere di ristrutturazione che renderebbero ad un tratto completamente inutile tutto ciò che è stato fatto. Il primo lavoro da fare è quello di consolidare l’assito ligneo della platea, completarlo nelle parti dove e mancante ed infine prolungarlo di quattro metri facendolo digradare sino al piano di calpestio dove si prevede un giorno di mettere il pubblico. È un lavoro molto impegnativo: prima vengono costruite piccole colonnine in muratura che affondano mezzo metro nel terreno, poi su queste viene intessuta l’orditura di travi e travetti, ed infine si possono avvitare le assi. Il secondo lavoro da fare è cercare di rendere uniforme il terreno nella zona dove un tempo vi era il palcoscenico e dove ora si trovano solo poche murature dirute. Si scava, si pulisce, si portano via carriole di materiale e improvvisamente vengono scoperte le antiche pavimentazioni cinquecentesche del palazzo. Comincia un lavoro di pulizia dei più attenti, i pezzi che si staccano vengono riposizionati esattamente al loro posto, in una sorta di gigantesco puzzle in cui si tenta di ricostruire l’immagine degli splendori passati della corte dei Bentivoglio. Sono lavori che procedono lentamente, nei ritagli di tempo, nei fine settimana: tante volte si lavora il Sabato, si rimane sino a tarda sera e si finisce per mangiare qualcosa in teatro.
Nell’inverno del 2008 finalmente l’Associazione può chiamare l’Amministrazione in teatro per mostrare ciò che è stato fatto: i lavori presentano uno spazio molto diverso, ora basta un po’ di collaborazione e il teatro potrà essere riaperto. La proposta è la seguente: l’Amministrazione si impegna all’installazione di un impianto elettrico a norma e alle pratiche per l’agibilità e l’Associazione organizza una stagione teatrale estiva senza gravare economicamente sul bilancio comunale. Per l’Amminstrazione è una scommessa coraggiosa: investire su un gruppo di ventenni che al di là di ogni ragionevole considerazione vogliono organizzare un’intera rassegna in uno spazio che al di là dei lavori fatti rimane un cantiere malmesso vuol dire mettere il proprio nome su un’impresa che potrebbe fallire da un momento all’altro. I tempi oltretutto sono strettissimi: meno di sei mesi. L’inaugurazione infatti è prevista per giugno. Il sindaco perplesso dice: «Giugno è domani…», ma alla fine accetta. Comincia la corsa contro il tempo. Mentre da una parte si stende la programmazione della rassegna e si cercano i fondi necessari all’impresa, dall’altra si progetta l’impianto elettrico a tavolino con elettricista ed ingegnere. Mentre si concordano le date con le compagnie e i musicisti si costruisce la cabina di regia, si rimontano le porte, le finestre, le inferriate, vengono costruiti il banco ed il pavimento della biglietteria, vengono progettate e montate le staffe di sostegno per i fari di scena, vengono progettati e montati cancelli, gradini, la rampa per i disabili… È un movimento a trecentosessanta gradi in cui ognuno impegna le proprie competenze per raggiungere un obbiettivo comune.
Mancano quindici giorni all’inaugurazione. Bisogna levigare tutta la platea e verniciarla, montare sui cancelli che chiudono gli accessi dei pannelli fonoassorbenti che respingano i rumori provenienti dall’esterno, è necessario finire il banco di biglietteria, montare le insegne, lavorare ancora sui pavimenti e sulla rampa dei disabili… Tra le altre cose non è ancora finito l’impianto elettrico e l’Enel, che si muove con i tempi biblici della burocrazia, non ha ancora provveduto alla fornitura elettrica. È il momento della crisi: non si vede la fine dei lavori, tutto sembra andare a rotoli. Come se non bastasse, uno degli sponsor che ha promesso un contributo che da solo dovrebbe sostenere più della metà di tutta la rassegna, comunica all’Associazione che la cifra promessa non arriverà.
A questo punto si opera al limite della fibrillazione: si lavora tutto il giorno, tutti i giorni sino a notte fonda e intanto si cercano nuove sponsorizzazioni. Si prosegue con questo ritmo sino alla notte del 5 di giugno, vigilia dell’apertura, e alle quattro di notte è montata l’ultima insegna. Il teatro finalmente è pronto.
Il 6 di giugno dell’anno 2009 il Teatro Sociale di Gualtieri riapre i battenti con una mostra fotografica e un concerto. La rassegna estiva porterà in teatro quasi venti serate con artisti di livello internazionale. Il sogno si è realizzato.
Grazie alla sua struttura e ai lavori portati avanti dall’Associazione il Teatro Sociale di Gualtieri presenta la possibilità di essere utilizzato come struttura sperimentale e d’avanguardia, come spazio flessibile capace di accogliere dagli spettacoli di teatro d’innovazione ai concerti. Esso infatti in seguito a grossi lavori di consolidamento strutturale è stato privato completamente del palcoscenico originario: questa mancanza, che impedisce un utilizzo convenzionale del teatro può essere considerata un enorme handicap, in realtà essa apre molte più possibilità di quelle che chiude.

IL TEATRO ROVESCIATO
La platea convenzionalmente adibita al pubblico diviene ad un tratto palcoscenico per attori e musicisti, e nel luogo dove un tempo vi era il palcoscenico sono catapultati improvvisamente gli spettatori. È un rovesciamento fisico e concettuale allo stesso tempo. La struttura a palchetti del teatro si trasforma istantaneamente in una sorta di scena fissa come era nei primi teatri del Cinquecento, dal Teatro Olimpico di Vicenza di Palladio al Teatro di Sabbioneta dello Scamozzi, e le performance degli attori si sviluppano ora, oltre che sul piano orizzontale, anche su quello verticale. Siamo di fronte ad una rifunzionalizzazione eterodossa e dissacrante del teatro all’italiana mossa da un’idea altra del fare teatro. Il ferro di cavallo viene piegato verso nuove forme di utilizzo e la rappresentazione perde i connotati di piccolo rito borghese per acquisirne immediatamente di nuovi e più interessanti.
Durante tutto il Novecento, ed in particolare nella seconda metà, si è consumato un vero e proprio scardinamento dei canoni teatrali: le solide fondamenta su cui si basava la rappresentazione teatrale intesa in senso classico hanno cominciato a vacillare e le convenzioni ancora ottocentesche del dramma borghese hanno subito continui tentativi di demolizione. Il linguaggio teatrale si è disgregato, riaggregato ed è esploso in direzioni multiformi. Ma se nella rappresentazione si sono succedute periodiche rivoluzioni copernicane, per le strutture teatrali, almeno in Italia, non si è registrato nessun cambiamento significativo, così che oggi il teatro contemporaneo si trova a dover sopportare la contenzione in spazi pensati per le rappresentazioni di un secolo fa. Il Teatro Sociale di Gualtieri in questo senso può rappresentare un tentativo di ricucitura nella cesura venutasi a creare tra la rappresentazione contemporanea e gli edifici in cui essa viene ospitata. Ribaltare di colpo lo spazio teatrale diviene un modo per instaurare un nuovo rapporto dialettico con la storia ripensando in chiave moderna il teatro all’italiana, un modo per ricomporre il dissidio tra i teatri storici e le rappresentazioni di teatro contemporaneo.
Alla scelta del ribaltamento si affianca quella di mantenere il Teatro Sociale al suo stato attuale, non solo evitando di ricostruirne il palcoscenico, ma evitando qualunque opera di restauro delle decorazioni, dei velluti, degli intonaci, ed ogni intervento teso a riportare il teatro alle sue condizioni primigenie con processi che rischiano fortemente la falsificazione. Per rendere nuovamente funzionale il teatro è stato sufficiente installare un impianto elettrico e montare strutture di sostegno per le luci di scena, per l’amplificazione audio e per le funzioni di regia. Strutture leggere che hanno il vantaggio non andare a intaccare o modificare le attuali condizioni dell’edificio.
Il Teatro Sociale di Gualtieri appare esploso, come fosse stato sventrato da un bombardamento in tempi di guerra, restaurarlo per ridargli la veste esterna di un tempo non soddisfacendo altro che la nostalgia, può essere rischioso: potremmo trovarci tra le mani la “tassidermia” di un teatro invece che un teatro vero e proprio. Un oggetto bello da vedere, ma impossibile da utilizzare.

Quando si restaura un teatro in rovina, abbandonato o totalmente distrutto dal fuoco bisogna mantenerlo identico? In passato teatri come quelli di Francoforte, Brest, Barcellona, Venezia, Bari ecc. sarebbero stati restaurati? Il Théâtre des Bouffes du Nord a Parigi e l’Harvey/Majestic a New York verranno un giorno restaurati? Alla lunga la distanza tra il mondo contemporaneo e l’estetica di questi teatri d’altri tempi andrà aumentando, e un giorno molti non saranno probabilmente altro che musei. (AA.VV., Architettura & Teatro. Spazio, progetto e arti sceniche, a cura di Daniele Abbado, Antonio Calbi e Silvia Milesi, Atti dei seminari di Architettura & Teatro tenutisi a Reggio Emilia tra il 2004 e il 2006, Reggio Emilia, Il Saggiatore, 2007, p. 56).

Queste parole di Jean-Guy Lecat, scenografo e collaboratore di alcuni tra i più grandi drammaturghi e registi del mondo da Beckett a Dario Fo, da Ronconi a Peter Brooks, escono dalle giornate di studio di Architettura & Teatro, convegno tenutosi a Reggio Emilia dal 2004 al 2006 al Teatro Cavallerizza. Jean-Guy Lecat mette in guardia rispetto ai rischi di quelli che potremmo definire “restauri totali”, che altro non sono che e propri processi di “museificazione”.
Nel convegno Architettura & Teatro oltre i problemi del restauro, furono discusse le caratteristiche che dovrebbero avere i teatri per ospitare gli spettacoli di oggi e furono analizzati tra gli altri proprio i problemi legati al fare rappresentazioni contemporanee nei teatri all’italiana. In particolare la tipologia del teatro all’italiana, con platea, palchetti e palcoscenico presenta una separazione tra pubblico e scena che il teatro contemporaneo ha già demolito da tempo. A Gualtieri utilizzare il teatro a rovescio può essere un modo per risolvere anche questo problema: facendo digradare l’assito ligneo della platea sino al piano di calpestio dove un tempo sorgevano le strutture di sostegno del palcoscenico e dove ora vengono disposte le poltrone, si elimina ogni barriera tra sala e scena e si mettono in relazione direttamente performers e spettatori.
La volontà di difendere il teatro da “restauri totali” non significa opporsi ad opere di restauro parziali, a consolidamenti o ad una progressiva rifunzionalizzazione degli spazi del teatro, anzi l’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri lavora proprio in questa direzione.

PER ALTRI VERSI UN TEATRO FLESSIBILE
Nell’ottica di mantenere il Teatro Sociale di Gualtieri aperto alle multiformi esigenze del teatro contemporaneo è stata prevista anche la possibilità di un utilizzo degli spazi nel verso “tradizionale”: pubblico in platea e attori e musicisti nella zona dove un tempo era il palcoscenico Anche in questo caso sullo sfondo si sviluppa una sorta di scena fissa col magnifico arco a sesto acuto che titanicamente regge il peso del tetto, mentre le antiche strutture murarie del palazzo divengono delle specie di quinte “naturali”. Ne risulta l’immagine di un teatro destrutturato. Le strutture sceniche per luci, audio e regia sono state studiate proprio per potersi rovesciare e consentire il passaggio da un verso all’altro molto velocemente, tanto che spesso sono gli artisti stessi poche ore prima dell’inizio della rappresentazione a scegliere come utilizzare lo spazio.

Associazione_Teatro_Sociale_di_Gualtieri

2012-04-02T00:00:00

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