Andate via. Andate via tutti. Me lo avete ucciso voi!

Pantani di Marco Martinelli per il Teatro delle Albe

Pubblicato il 12/06/2012 / di / ateatro n. 142 / 0 commenti /
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«Andate via. Andate via tutti. Me lo avete ucciso voi!»
Comincia così, con l’invettiva che Tonina Pantani, la madre del campione, rivolse ai giornalisti il giorno dei funerali del figlio, lo spettacolo che Marco Martinelli ha scritto e diretto per le Albe – con le Albe – e che, dopo il debutto al Rasi di Ravenna, sarà in Belgio (è coprodotto da Le Manège di Mons) e finalmente in tournée in Italia. Alle spalle ci sono due anni di appassionato lavoro di raccolta e confronto di notizie, immagini, atti processuali, interviste, inchieste sul Pirata, su quel fenomeno sportivo-mediatico-giudiziario, frettolosamente archiviato dalle cronache dopo la sua tragica fine, che calamitò l’attenzione del grande pubblico, non solo italiano, e che può essere riletto come il capro espiatorio di un sistema sportivo profondamente malato, ma insieme, nel bene e nel male, come un’icona di una società che non sa più distinguere tra realtà e finzione, tra eroi di plastica e vittime in carne ed ossa.
Le tre ore e mezza dello spettacolo («Una montagna che bisognava scalare», sembra scusarsi il regista adottando la metafora ciclistica) sono infatti, e dichiaratamente, anche un’incursione nei meandri fangosi dell’Italia “da bere”, rampante e volgare, che prepara e accompagna l’avvento della cosiddetta seconda repubblica e il ventennio berlusconiano. L’anno delle prime grandi vittorie di tappa di Pantani al Giro d’Italia è lo stesso 1994 che vide la nascita del primo governo del Cavaliere e il definitivo trionfo di una nuova Italia nella quale, archiviato il genocidio culturale denunciato da Pasolini, non restano più neppure le illusioni perché si monetizzano anche i sogni, anzi «i sogni adesso non si sognano più, te li dà la tivù», come ripete la volgarità televisiva quintessenziata nel programma Colpo grosso, che nello spettacolo appare al termine di un vorticoso e nauseante blob di contestualizzazione storico-politica del racconto. Nello sport come nella società trionfa la logica del guadagno facile e della vittoria a tutti i costi.

Il romanzo di Pantani
Il processo di costruzione e distruzione del mito del Pirata viene ripercorso da Martinelli sulla scorta del libro Vie et Mort de Marco Pantani di Philippe Brunel (pubblicato in Italia da Rizzoli con il titolo Gli ultimi giorni di Marco Pantani). Il giornalista francese – amico di Pantani, unico cronista accetto alla famiglia – diventa addirittura uno dei personaggi in scena, com’è già accaduto nella versione a fumetti della vicenda con la sceneggiatura di Marco Rizzo e i disegni di Lelio Bonaccorso (sempre Rizzoli, 2011). Interpretato dall’attore belga Francesco Mormino, Brunel interviene da una postazione con leggio e microfono per raccontare episodi chiave della carriera del corridore, sollevare dubbi inquietanti, porre domande sui lati oscuri della sua vicenda umana e professionale.
Il testo di Martinelli, quasi un “romanzo di Pantani” in fuga solitaria nell’Italia desolante degli ultimi trent’anni, è una stesura drammaturgica realizzata a tavolino e già pronta prima del lavoro con gli attori in sala, secondo un procedimento compositivo inconsueto per un regista dedito da sempre alla scrittura di scena. L’esito tuttavia non tradisce la minima distanza tra drammaturgia e attoralità, la prima essendo incarnata nella seconda e questa precedendo quella, sia nel senso che Martinelli scrive per i suoi attori, lavorando sulla concretezza dei loro corpi, della loro gestualità, della loro voce, e non in astratto; sia perché la koinè romagnola accomuna attori e ruoli, persone e personaggi, è orizzonte antropologico, lingua madre e, da tempo ormai, perfino linguaggio teatrale ben riconoscibile. La costruzione delle partiture sceniche sembra pertanto un’incarnazione a priori della scrittura più che una derivazione a posteriori da essa.

Luigi Dadina ed Ermanna Montanari (foto Pasquier).

Se il coro è interpretato da alcuni dei palotini ubueschi cresciuti alla non-scuola delle Albe, Tonina e Paolo, i genitori di Pantani, assumono le sembianze di Ermanna Montanari e Luigi Dadina. Ed è come ritrovare in scena – più anziani ma non per questo meno spigolosi e terrigni – i personaggi dei primi spettacoli delle Albe. Sono, senza alcuna forzatura, gli stessi Daura e Arterio dell’indimenticabile Bonifica (1989), riapparsi anche nel “drammetto edificante” dei Refrattari (1992).
Ecco: dalla bonifica ai pantani potrebbe essere la formula efficace per indicare la parabola dell’Italia recente (diciamo da Tangentopoli a oggi) e insieme la traiettoria di questo sguardo sul presente tra i più caparbiamente critici del teatro italiano.

Rappresentazione della rappresentazione
L’invettiva iniziale di Tonina-Ermanna diventa ovviamente in scena una provocatoria apertura al pubblico in sala, mostrando per un attimo la sottigliezza della quarta parete e innescando un meccanismo di complessa tessitura delle linee di confine della teatralità, incrociando narrazione, reality, inchiesta, teatro post-drammatico, rappresentazione della rappresentazione. Niente musiche, nessuno slancio lirico. Linearità della corsa, tenuta di ritmo da fondisti (del resto anche il Pirata era un diesel). E le tre ore e mezza volano via.
Mamma Pantani è una figura tutta nervi, «le ossa dure come catene», mingherlina dentro l’abito rosso scampanato da cui spuntano e risaltano, in un fitto dialogo più eloquente delle stesse taglienti parole, le mani nodose e il volto teso. Tonina non guarda mai sullo schermo alle sue spalle il volto di Marco, quasi a difendere la propria memoria ferita, mater dolorosa rimasta a sfornare piadine nel suo chiosco, ancora stupita della passione del figlio, umile e schietta, decisa a scoprire la verità, forte della sua dolcezza amara, misteriosamente affascinata – è un tratto che distingue molte figure femminili incarnate dall’attrice, da Daura a Alcina – dal biancore delle calle. Racconta, con efficaci incursioni nel dialetto romagnolo, le corse del piccolo Marco sul lungomare di Cesenatico dove, con la bici da donna presa di nascosto alla mamma, il futuro campione andava già più forte di tutti i compagni; del ragazzo mingherlino che non si tirava indietro se c’era da fare a botte e portava la bici in casa per lavarla nella vasca da bagno e dormirci insieme in camera da letto. Origini popolari che ben s’addicono al prossimo «figlio della Nazione», al campione di turno da spremere nella «repubblica fondata sullo sport».
Passano le immagini: Marco pulcino nella sua prima squadra, le foto di famiglia, le prime vittorie, il professionismo, la gloria. Una popolarità che lo accosta ai miti di Coppi e Bartali, una notorietà e un’esposizione mediatica che diventano una prigione. Fino a quel 5 giugno 1999 quando, per l’ematocrito troppo alto secondo un esame contestato e infine considerato inattendibile, il suo Giro d’Italia si fermò a Madonna di Campiglio.
«Quel mattino, a Campiglio, la Madonna non c’era», ricorda Tonina.
C’erano invece in forze i carabinieri, non si sa a quale titolo mandati a circondare Pantani di fronte alle telecamere: «Colpevole in tutti i bar d’Italia, sospeso dal Giro». Ci siamo cascati tutti. E a rivedere quelle immagini si prova anche un po’ di vergogna. La sua vita prese un’altra strada, un’altra salita. Quella del calvario di un povero cristo preso in mezzo a un gioco più grande di lui, fatto di interessi politici e mafiosi. Un ragazzo selvatico che non ci sta a recitare la parte decisa da chi conta e che finisce forse per disturbare la piovra affaristica, le multinazionali farmaceutiche. Un ribelle che rimarrà da solo, scivolando nella droga e nella depressione, mentre ben otto procure indagheranno su di lui nei quattro anni seguenti.

Archetipi romagnoli
Il padre Paolo è l’altra figura archetipica. Il suo è un codice gestuale antico, trattenuto, che riproduce posture e reazioni dei contadini della Romagna. Ogni tanto si siede sul divano, puntualizza, racconta con trasporto, commenta, anche usando il microfono, le immagini proiettate sul fondale. Sullo schermo – dove già entrando in sala il pubblico vedeva scorrere “prima dell’inizio” le riprese di alcune corse del campione – appaiono infatti per tutto lo spettacolo fotografie dall’album di famiglia e filmati di repertorio, servizi dai telegiornali e interviste a testimoni (come Luciano Pezzi, che costruì intorno a Pantani la squadra della Mercatone Uno).

Scorrono anche bellissime immagini dei protagonisti dell’epoca pionieristica del ciclismo, come a rintracciare la stirpe da cui discendeva il Pirata, la povera e umile Italia, la grande proletaria che si muoveva ancora in bici – quando ce l’aveva. In video, nei racconti dei vari personaggi, oppure in sketch grotteschi interpretati dagli attori del coro (Michela Marangoni, Roberto Magnani, Alessandro Argnani, Laura Redaelli), da Fagio e Francesco Catacchio, compaiono molti altri personaggi, come il nonno di Pantani, Sotero, che gli trasmise la passione per la bicicletta; la sorella Manola; i medici responsabili del prelievo di Madonna di Campiglio; l’onorevole Gasparri, all’epoca ministro delle comunicazioni, autore di dichiarazioni vergognose sul ciclista; il bandito Vallanzasca, al quale in carcere fu proposto di scommettere su Pantani perdente quando ancora stava dominando il Giro del 1999 e che dopo la morte del Pirata ne informò la madre con una lettera ignorata dagli inquirenti.

Per un teatro popolare
Ma il piano domestico e iper-realistico della rappresentazione viene continuamente attraversato dagli interventi narrativo-indagatori del giornalista Inquieto, alias Brunel, impegnato ad avvalorare la sua controstoria di Pantani. Esercita la sua professionalità (la finzione di essa) interrogando i documenti, facendo partire con il telecomando i frammenti video, appellandosi al pubblico, dialogando con un testimone vero (Pino il calzolaio, primo allenatore di Pantani) nel corso di un “vero” collegamento skipe ma registrato e presentato come una (falsa) diretta.
Eccoci nelle striature della rappresentazione. Siamo in un teatro che finge di essere un salotto, ma di quelli in tv in cui si finge di essere nel salotto di casa. Siamo chiamati in causa da un attore che finge di essere un giornalista sportivo ma per un’inchiesta il cui sottotesto politico traspare continuamente e ci parla di quello che siamo diventati – di come lo siamo diventati.
E di nuovo, a intervalli quasi regolari, veniamo distanziati da questa materia emotiva e da questi link riflessivi in virtù dei siparietti di un coro di quattro attori che scandiscono i capitoli di una «tragedia travestita da farsa acida»: il coro della pianura, il coro della salita, il coro del gregario, la storia surreale della siringa di Montecatini, ecc., con le ormai storiche strutture ritmiche adottate da Martinelli, a metà tra la cadenza binaria dei versetti biblici e la perentorietà delle didascalie brechtiane. Non solo per il tema dunque – i pantani d’Italia perfettamente leggibili nella storia del ciclista – ma soprattutto per questa stratificazione trasparente di forme e per la declinazione “in minore” di istanze sceniche muldimediali e “neo-neorealistiche”, Pantani rappresenta un traguardo importante nella definizione, da parte delle Albe, di un teatro popolare per questi nostri tempi. Come sempre nel lavoro della compagnia ravennate, chi sappia guardare meglio non faticherà a riconoscere elementi di una più complessa e raffinata ricerca in atto.
Vogliamo dire soprattutto di Ermanna Montanari, che in una dimensione scenica, appunto, popolare sa usare “quanto basta” di quelle vertiginose invenzioni vocali che prendono corpo nel suo percorso performativo individuale (da Rosvita a Alcina a Poco lontano da qui). Ma anche di certe soluzioni simboliche, come la citazione della celebre Ruota di bicicletta di Duchamp capovolta e montata su uno sgabello, una specie di sigillo alla surreale vicenda di Pantani che viene voglia di leggere anche come una dichiarazione di poetica. Il lavoro di Martinelli e delle Albe sarebbe così un ready made (ben rettificato) di un pezzo di realtà (il ciclismo per Pantani, o i barconi a Lampedusa per Rumore di acque), che viene ogni volta presa e capovolta (cioè straniata), messa su uno sgabello (il teatro), fatta reagire agli sguardi del pubblico caricandosi di significati ulteriori. O ancora la lastra di plexiglass portata sul proscenio e scossa davanti al pubblico quale filtro percettivo della realtà, “Grande Vetro” su una visione già mediata e incrostata da schermi mentali e spettri tele-visivi.

Pantani suicidato della società
Gli stessi schermi e spettri, forse, contro cui si dibatteva Marco Pantani il 14 febbraio 2004, quando il suo cadavere venne scoperto nel Residence Le Rose di Rimini. Vi si era rinchiuso cinque giorni prima.
L’overdose di cocaina non stupì un’opinione pubblica preparata a una conclusione simile dalla gogna mediatica imposta all’eroe decaduto (pur non essendo mai risultato positivo ai controlli antidoping). Ma gli aspetti oscuri e sconcertanti della vicenda sono davvero molti. Per esempio non furono rilevate le impronte digitali, escludendo la presenza di altre persone nella stanza. Una stanza completamente devastata mentre Pantani non aveva alcun segno alle mani e alle unghie. Per non dire del medico che, dopo aver eseguito l’autopsia, si portò a casa il cuore di Pantani «nel timore che qualcuno lo trafugasse».
No, non è un eroe Pantani, e non è un santo. Eppure dal delirio dei suoi ultimi anni, dagli strani quadri che si mette a dipingere dopo aver segato in due la bicicletta, dal suo chiudersi, ferirsi, mettersi a giocare una partita maledetta con «la sostanza», emerge il volto di un martire contemporaneo. Di ritorno da un misterioso viaggio a Cuba, scrive sul suo passaporto un testamento fatto di parole dure, ispirate, solo apparentemente sconnesse, sul bisogno di verità, sulla necessità di superare i condizionamenti dell’individuo. Parole simili a quelle della poesia che scriverà sul muro della sua ultima stanza accanto al condizionatore d’aria strappato via. Ma allora questo ragazzo ostinato e fragile, questo performer disperato con una frequenza cardiaca di 36 colpi al minuto, più che un pirata sembra proprio un attore artaudiano, un atleta del cuore, un “suicidato della società”.

Fernando_Marchiori

2012-06-12T00:00:00

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